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Odio virale trasformato in “intrattenimento”, social sotto accusa: cresce l’antisemitismo e il reclutamento online

Mondo

di Nina Deutsch
Un fenomeno inquietante sta prendendo piede sui social network: contenuti che prendono di mira gli ebrei, trasformando molestie e intimidazioni in spettacolo virale. A lanciare l’allarme sono associazioni e autorità britanniche ed europee, mentre la polizia avvia indagini su episodi che stanno guadagnando visibilità online. Parallelamente, cresce l’attenzione sul ruolo delle piattaforme nei processi di reclutamento e radicalizzazione digitale.

C’è un cambiamento sottile ma profondo nel modo in cui l’odio si manifesta online, un fenomeno in aumento. Non si limita più a commenti espliciti o contenuti apertamente discriminatori: oggi passa attraverso video, sfide, provocazioni studiate per essere condivise, rilanciate, rese virali.

Sul fronte digitale, i segnali si moltiplicano. Un rapporto sulle esperienze con l’antisemitismo online e su come combatterlo pubblicato dall’American Jewish Committee (AJC) e CyberWell a fine marzo, mostra che il 71% degli ebrei americani dichiara di essersi imbattuto in contenuti antisemiti online nell’ultimo anno, anche attraverso i social network. Il dato, in aumento rispetto agli anni precedenti, evidenzia la diffusione del fenomeno negli ambienti digitali quotidiani.

Quando la provocazione diventa contenuto

In questo scenario si inserisce una deriva più recente e inquietante: la trasformazione dell’antisemitismo in contenuto virale.

Come riportato da Jewish News, stanno emergendo video costruiti appositamente per provocare e umiliare gli ebrei, con un obiettivo preciso: generare visualizzazioni, interazioni e condivisioni. Non si tratta di episodi isolati, ma di una dinamica che si inserisce nella logica stessa dei social, dove ciò che polarizza tende a essere premiato dagli algoritmi.

Il risultato è un ambiente in cui l’odio non appare sempre come tale. Si traveste da ironia, sfida, contenuto “divertente”, ma conserva una struttura precisa: identificare un bersaglio e renderlo oggetto di esposizione pubblica.

A sottolinearlo è anche il Jewish Chronicle che qualche settimana fa ha descritto un ecosistema in cui la distinzione tra contenuto tossico e intrattenimento si fa sempre più sfumata. Il problema, osservano diverse organizzazioni, non è solo la presenza dell’odio, ma la sua capacità di adattarsi ai linguaggi delle piattaforme.

“Non è intrattenimento, è odio”

Le organizzazioni che monitorano l’antisemitismo descrivono questo fenomeno come una forma di normalizzazione progressiva della discriminazione.

In particolare, viene utilizzato il termine “Jew-baiting” per indicare pratiche in cui individui vengono deliberatamente provocati o messi in difficoltà sulla base della loro identità religiosa. Secondo il Community Security Trust (CST) (Combating. Antisemitism on Social Media and Online), la pericolosità non risiede solo nel singolo contenuto, ma nella sua circolazione: la ripetizione, la condivisione e la monetizzazione contribuiscono a trasformare l’offesa in qualcosa di socialmente accettato. Il CST è un ente benefico del Regno Unito che protegge gli ebrei britannici dall’antisemitismo, dal terrorismo e dai crimini d’odio.

In questo quadro, le piattaforme digitali non sono semplici contenitori neutrali. Gli algoritmi che regolano la visibilità dei contenuti tendono a premiare ciò che genera reazioni forti, anche quando si tratta di contenuti controversi o offensivi. È una dinamica che rende l’odio più “efficace”, perché più visibile.

Il confine sempre più sottile tra social e radicalizzazione: il quadro normativo europeo

Sul piano istituzionale, il contrasto alla diffusione di contenuti estremisti online si inserisce nel quadro del Regolamento europeo sui contenuti terroristici online (TCO), adottato con il Regolamento (UE) 2021/784 e attivo a livello operativo dal 2022. Il testo stabilisce obblighi precisi per le piattaforme digitali, che devono rimuovere contenuti qualificati come terroristici entro tempi rapidi dopo la segnalazione da parte delle autorità competenti.

Nel corso del 2025–2026, la Commissione europea ha ribadito l’importanza di rafforzare l’applicazione del regolamento nel contesto di una crescente circolazione di contenuti estremisti attraverso social network e piattaforme di messaggistica. L’attenzione si concentra in particolare sulla velocità di diffusione dei contenuti e sulla difficoltà di intercettazione nelle prime fasi della loro circolazione, quando il materiale non è ancora stato segnalato o identificato come problematico.

Parallelamente, il Parlamento Europeo ha approfondito il tema della radicalizzazione digitale attraverso studi e audizioni dedicati ai fenomeni di reclutamento online e all’utilizzo delle piattaforme digitali da parte di reti estremiste. Le analisi istituzionali evidenziano come il processo di radicalizzazione possa svilupparsi interamente nello spazio digitale, senza contatti diretti tra soggetti coinvolti, e con dinamiche di progressivo isolamento degli utenti all’interno di comunità sempre più chiuse.

In questi documenti viene sottolineato come la combinazione tra algoritmi di raccomandazione, contenuti ad alta viralità e ambienti digitali poco trasparenti possa contribuire ad accelerare i processi di esposizione a contenuti estremisti, in particolare tra i soggetti più giovani e vulnerabili. Il Parlamento europeo richiama inoltre la necessità di un coordinamento più efficace tra istituzioni, Stati membri e piattaforme digitali per ridurre i tempi di intervento e migliorare la prevenzione dei percorsi di radicalizzazione online.

Non ultimo, lo scorso 4 marzo, il Senato italiano ha approvato in prima lettura il disegno di legge per il contrasto all’antisemitismo, che adotta la definizione operativa IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance). Il provvedimento, passato con 105 voti favorevoli, mira a prevenire l’odio antisemita anche online e prevede la formazione scolastica. Il dibattito prosegue in questi giorni con focus su Costituzione e UE. 

Un ecosistema che non si spegne mai

Ciò che emerge, alla fine, è un ecosistema digitale che si alimenta da solo.

L’odio produce attenzione. L’attenzione viene premiata dagli algoritmi. Gli algoritmi amplificano i contenuti. E in questo ciclo continuo, la linea tra provocazione, intrattenimento e propaganda si assottiglia fino quasi a scomparire.

La rete non è più soltanto uno spazio in cui i contenuti circolano: è diventata un ambiente in cui si formano dinamiche sociali, identitarie e, in alcuni casi, anche di radicalizzazione.

Ed è proprio qui che si apre la domanda più difficile, quella che resta sospesa oltre i dati e le indagini: fino a che punto l’architettura stessa delle piattaforme sta contribuendo a rendere l’odio non solo visibile, ma anche funzionale?