Candele e testimonianze: la Comunità ebraica di Milano accoglie la commemorazione di Yom HaShoah

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di Pietro Baragiola

Una sala raccolta, il silenzio interrotto solo dalle parole e dal gesto delle candele accese. Lunedì 13 aprile, nella sede della Comunità ebraica di Milano, si è tenuta la commemorazione di Yom HaShoah, la giornata dedicata al ricordo dei sei milioni di ebrei sterminati durante il nazismo.

Ad aprire la cerimonia sono stati il presidente della Comunità, Walker Meghnagi, e il rabbino capo Alfonso Arbib che hanno sottolineato il valore della presenza in una giornata tanto significativa.

“Non c’è alcun motivo storico per cui noi dovremmo essere qui quando molti altri popoli sono stati annientati nel corso dei secoli” ha affermato Arbib. “Questa è la dimostrazione della nostra immensa resilienza”.

Le vittime italiane e l’accensione delle candele

Nel corso della serata i presenti hanno ricordato il destino degli oltre 8000 ebrei italiani deportati nei campi di sterminio nazisti e i cui nomi sono stati proiettati davanti a tutta la sala.

Ad accendere la prima candela è stata Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, che ha affidato il suo intervento a poche parole essenziali e cariche di memoria: “preferisco non dire nulla, la mia storia inizia e finisce con il numero 75190”. Un richiamo diretto alla disumanizzazione dei campi, dove i nomi venivano sostituiti da numeri.

Accanto alla memoria collettiva, l’evento ha dato spazio anche a storie familiari, come quella di Nina Schulz, figlia di sopravvissuti: “la famiglia di mia madre era composta da 180 persone e tutte hanno trovato la morte nei campi”.

Nel suo intervento, Nina ha ricordato anche il gesto estremo della madre, che cercò di salvare la sorellina di appena 3 anni offrendosi al suo posto alle guardie naziste. “Inizialmente riconobbero il suo coraggio e risparmiarono la piccola ma, qualche giorno dopo, la stessa guardia indicò un camino a mia madre e disse che sua sorella era lì e, se voleva, poteva raggiungerla”.

Testimonianze che restituiscono la violenza improvvisa  delle leggi razziali, della deportazione, dei campi di stermino, formando una memoria oggi sempre più affidata ai racconti dei figli e discendenti mentre i sopravvissuti scompaiono.

Accendiamo queste candele in ricordo della lezione che i nostri cari ci hanno tramandato, del dovere del ricordo della Shoah e del rispetto della vita di ogni essere umano” ha aggiunto l’Onorevole Emanuele Fiano durante l’accensione della sua candela.

“Una farfalla sui Sanpietrini” di Hamos Guetta

A chiudere la serata è stata la proiezione del Vocalfilm Una farfalla sui Sanpietrini di Hamos Guetta, un’opera che intreccia le testimonianze registrate dei figli dei sopravvissuti a filmati dell’epoca e immagini delle strade di Roma per restituire una memoria emotiva della Shoah italiana.

Il film, della durata di circa 20 minuti, si sviluppa come un racconto poetico tra le strade e i sanpietrini della città eterna, luoghi quotidiani diventati testimoni silenziosi del rastrellamento del 16 ottobre 1943.

Le testimonianze sono state raccolte dallo stesso Guetta attraverso una chat da lui creata, uno spazio digitale in cui figli e discendenti dei sopravvissuti hanno condiviso, tramite brevi messaggi vocali, ricordi e riflessioni legati al 16 ottobre. Frammenti intimi e non mediati, poi rielaborati in forma narrativa e sonora, che costituiscono l’intera struttura del film.

“L’obiettivo era creare una memoria corale, non più affidata alla testimonianza diretta, ma ricostruita attraverso le voci di chi quella storia l’ha ereditata” ha spiegato Guetta, visibilmente scosso dalla proiezione. “Ogni volta che ascolto questi racconti mi commuovo. È il segnale per dirmi che sono riuscito a raccontare la Shoah non in maniera didascalica ma ad evocarla attraverso emozioni, suoni e immagini che restano dentro.”

La farfalla del titolo richiama una delle storie raccontate in questi messaggi vocali: quella di una nipote la cui nonna, sopravvissuta alla Shoah, vedeva la farfalla che entrava dalla sua finestra come una reincarnazione dei suoi cari perduti.

“Poco prima che venisse a mancare, mia nonna mi disse: ‘finalmente potrò riabbracciare tutti’ – ha raccontato la giovane. – Il giorno della sua scomparsa una farfalla entrò in camera mia”.

In una commemorazione segnata da parole essenziali e gesti simbolici, Milano ha così rinnovato il proprio impegno nel custodire la memoria. Un compito che, come emerso più volte nella serata, non appartiene solo al passato ma continua ad interrogare il presente.

 

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