di Nina Deutsch
Parole del sindaco Olivier Galzi, che critica l’edizione 2025 del celebre festival teatrale. Pur non presente all’evento, si dice «un po’ scioccato» per l’ampio spazio dato alla questione palestinese, ritenuto «eccessivo» rispetto alla natura culturale della manifestazione. Parole potenti che inviano a riflettere sul confine tra espressione artistica e militanza politica.
Il Festival di Avignone torna al centro del dibattito culturale europeo, ma questa volta non per una prima teatrale o un nome di prestigio in cartellone. A riaccendere la discussione è stato il nuovo sindaco della città, Olivier Galzi, che ha preso una posizione netta sull’uso politico degli spazi culturali.
Secondo quanto riportato dall’articolo di riferimento pubblicato da TV5 Monde, Galzi ha dichiarato senza ambiguità che «il festival non è qui per sventolare la bandiera palestinese», sottolineando come la cultura debba «unire le persone» e non trasformarsi in terreno di scontro ideologico.
Parole potenti che arrivano dopo un’edizione 2025 segnata da una forte presenza di iniziative a sostegno della causa palestinese. «Sono rimasto un po’ scioccato», ha ammesso il sindaco, riferendosi alla frequenza e all’intensità con cui il tema è stato portato sulla scena pubblica durante il festival. Un uso che, a suo giudizio, ha superato il confine tra espressione artistica e militanza politica.
Il punto centrale del suo intervento è tanto semplice quanto delicato: «A volte, durante il festival, si alzano le voci e si sventolano le bandiere. La cultura dovrebbe unire le persone e non dividerle». Un’affermazione che, al di là del caso specifico, tocca una questione più ampia e profondamente attuale: quale deve essere il ruolo della cultura in una società attraversata da conflitti, tensioni e polarizzazioni?

Non si tratta di negare la libertà di espressione – principio che resta cardine del festival, come ha ricordato il direttore Tiago Rodrigues – ma di interrogarsi sul rischio che l’arte venga progressivamente trasformata in uno strumento di mobilitazione ideologica. Rodrigues stesso ha precisato di aver ricevuto dal sindaco rassicurazioni sul sostegno alla libertà creativa, ribadendo che il festival continuerà a essere «un evento esemplare nella difesa della libertà di creazione, programmazione ed espressione».
Eppure, il clima resta teso. Durante l’edizione precedente, oltre cento artisti avevano firmato una dichiarazione – pubblicata da Télérama – in cui denunciavano «il massacro di massa in corso» e chiedevano misure concrete contro Israele, tra cui il riconoscimento dello Stato palestinese e sanzioni internazionali. Nella piazza del Palazzo dei Papi, simbolo del festival, erano apparse numerose bandiere palestinesi, trasformando uno spazio artistico in un’arena di presa di posizione politica.
È proprio qui che il messaggio di Galzi assume un valore che va oltre Avignone. Il suo intervento richiama un principio universale: la cultura, per sua natura, dovrebbe essere uno spazio aperto, plurale, capace di accogliere la complessità senza ridurla a slogan. Quando invece viene piegata a una sola narrazione – per quanto legittima possa apparire – rischia di diventare uno strumento di pressione, se non di divisione.
In un’epoca in cui il dibattito pubblico tende sempre più a polarizzarsi, il pericolo non è tanto l’espressione di idee forti, quanto la trasformazione di queste idee in un “pensiero unico” che si presenta come verità indiscutibile. È un processo sottile, ma potente, che spesso si nutre proprio dei luoghi simbolici della cultura, influenzando soprattutto le nuove generazioni.
Il caso del Festival di Avignone evidenzia quindi una tensione più ampia: quella tra libertà artistica e responsabilità culturale. Da un lato, il diritto degli artisti di affrontare temi politici e sociali; dall’altro, la necessità di evitare che l’arte venga usata come megafono esclusivo di una causa, oscurando la complessità storica e le sofferenze di altri popoli.
Non esistono risposte semplici. Ma esistono domande necessarie. E tra queste, quella sollevata implicitamente da Galzi è forse la più urgente: la cultura deve riflettere il mondo così com’è, con tutte le sue contraddizioni, o contribuire a costruire nuovi muri ideologici?
In gioco non c’è solo il futuro di un festival dal budget di circa 16 milioni di euro e con decine di spettacoli in programma, ma qualcosa di più profondo: il senso stesso della cultura come spazio di incontro, confronto e, soprattutto, comprensione reciproca.



