di Anna Balestrieri
Negli ultimi giorni, la linea di Trump si è distinta per una serie di svolte repentine, soprattutto sulla questione dello Stretto di Hormuz, cruciale per il traffico globale di petrolio. E mentre annuncia accordi con Teheran, il governo iraniano smentisce.
Mentre il conflitto tra Israele e Iran entra in una fase sempre più critica, le dichiarazioni del presidente americano Donald Trump delineano un quadro incerto e politicamente delicato, sospeso tra escalation militare e tentativi diplomatici.
Raid su Teheran mentre Washington parla di pace
Nella giornata del 23 marzo, l’aeronautica israeliana ha lanciato una nuova ondata di attacchi su Teheran, colpendo infrastrutture strategiche del regime iraniano.
Gli attacchi arrivano in un momento paradossale: poche ore prima, Trump aveva annunciato “colloqui produttivi” con Teheran per arrivare a una “risoluzione completa e totale” delle ostilità.
Questa simultaneità tra bombardamenti e negoziati evidenzia una dinamica ormai evidente: la guerra si combatte sul terreno mentre la diplomazia si consuma nelle dichiarazioni pubbliche, spesso incoerenti.
Una strategia americana in continuo mutamento
Negli ultimi giorni, la linea di Trump si è distinta per una serie di svolte repentine, soprattutto sulla questione dello Stretto di Hormuz, cruciale per il traffico globale di petrolio.
Nel giro di una settimana, il presidente ha:
- proposto una coalizione internazionale per proteggere lo stretto
- dichiarato che gli Stati Uniti avrebbero agito da soli
- suggerito un disimpegno americano
- affermato che il passaggio si sarebbe “aperto da solo”
- infine, minacciato di colpire le centrali elettriche iraniane
“Un ultimatum di 48 ore”, con la promessa di “annientare” le infrastrutture energetiche, ha segnato il punto più alto dell’escalation retorica.
Critiche interne e rischio di violazioni del diritto internazionale
Le dichiarazioni di Trump hanno suscitato forti reazioni negli Stati Uniti. Esponenti democratici hanno accusato il presidente di “non avere un piano” e di reagire in modo improvvisato a una crisi sfuggita di mano.
Particolarmente controversa è la minaccia contro infrastrutture civili: secondo diversi esperti, un attacco alle centrali elettriche potrebbe configurarsi come crimine di guerra, qualora non fosse dimostrabile un vantaggio militare proporzionato.
Anche Teheran ha avvertito che una simile azione verrebbe considerata indiscriminata e illegale, promettendo ritorsioni e la chiusura totale dello Stretto di Hormuz.
Aperture improvvise: “Un accordo è vicino”
Nel giro di poche ore, tuttavia, la retorica della Casa Bianca ha subito un nuovo cambio di direzione.
Trump ha dichiarato che un accordo con l’Iran sarebbe “vicino”, sostenendo che:
- Teheran potrebbe rinunciare all’arricchimento nucleare
- verrebbe evitata l’escalation contro infrastrutture energetiche
- anche Israele vedrebbe soddisfatti i propri obiettivi strategici
Tuttavia, dall’altra parte, le autorità iraniane hanno smentito l’esistenza di negoziati concreti, parlando apertamente di “fake news”.
Le tensioni con Israele e il nodo della sovranità
Sul fronte israeliano, il primo ministro Benjamin Netanyahu avrebbe confermato di essere stato informato da Trump della possibilità di una soluzione negoziale.
Ma emergono tensioni più profonde: recenti rivelazioni indicano che Trump avrebbe esercitato pressioni dirette su decisioni legislative interne israeliane, alimentando il timore di una erosione della sovranità politica.
Alcuni analisti parlano di una relazione sempre più asimmetrica, in cui Israele paga il prezzo della vicinanza strategica con Washington.
Sul terreno: missili, feriti e rischio di allargamento del conflitto
Intanto, la guerra continua. Nelle ultime ore:
- un missile iraniano ha colpito Tel Aviv causando feriti e danni a edifici
- attacchi con munizioni a grappolo hanno interessato l’area di Haifa
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un missile iraniano ha colpito Tel Aviv causando feriti e danni a edifici
Fonti regionali indicano inoltre che Paesi come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sarebbero “vicini” a un coinvolgimento diretto, aumentando il rischio di una guerra regionale su larga scala.



