Il premier Beniamon Netanyahu sul luogo colpito da missili iraniani a Arad

Escalation tra Israele, Iran e Hezbollah: due giorni di guerra tra attacchi, feriti e tensione globale

Mondo

di Anna Balestrieri
Nelle giornate del 21 e 22 marzo il conflitto tra Israele e Iran ha registrato una brusca escalation, coinvolgendo anche Hezbollah e aprendo nuovi scenari regionali e internazionali. Missili, raid mirati e dichiarazioni politiche sempre più dure delineano un quadro in rapido deterioramento, ma ancora privo di un punto di rottura definitivo.

Attacchi incrociati e fronte interno sotto pressione

Il 21 marzo si è aperto con un attacco contro il sito nucleare iraniano di Natanz, seguito da una risposta immediata di Teheran. Missili iraniani hanno colpito il centro di Israele, causando danni a un asilo a Rishon LeZion e feriti.

Nel corso della giornata, la situazione è precipitata nel sud del Paese: Dimona e Arad sono state bersaglio di lanci ripetuti, con decine di feriti. A Dimona si registrano oltre 40 feriti, tra cui un bambino in condizioni gravi. Ad Arad, un missile di circa 450 kg ha colpito direttamente un’area residenziale: oltre 120 feriti, alcuni critici, edifici distrutti e persone intrappolate sotto le macerie. Solo l’accesso tempestivo ai rifugi ha evitato un bilancio di vittime molto più grave.

Parallelamente, l’Iran ha tentato di colpire la base statunitense sull’isola di Diego Garcia con un missile balistico a lungo raggio, segnalando un possibile allargamento del conflitto oltre il Medio Oriente.

Il fronte nord e il coinvolgimento di Hezbollah

Il 22 marzo si è aperto con un attacco di Hezbollah nel nord di Israele: a Misgav Am un missile ha colpito un veicolo, causando la morte di Ofer Moskovitz. Successivamente, un’indagine preliminare ha rivelato che l’uomo sarebbe stato ucciso da fuoco amico, evidenziando la complessità operativa del conflitto.

Nella stessa giornata, nuovi lanci hanno colpito anche Tel Aviv e Petah Tikva, con feriti ma senza vittime.

Israele ha reagito intensificando le operazioni militari: raid su obiettivi strategici in Iran, avanzata nel sud del Libano e decisione di distruggere infrastrutture chiave, come i ponti sul fiume Litani, per ostacolare Hezbollah. Per la prima volta, anche unità haredi sono state impiegate in operazioni in Libano, segno di una mobilitazione sempre più ampia.

Pressione internazionale e rischio escalation globale

Sul piano internazionale, la crisi ha assunto contorni ancora più complessi. Donald Trump ha inizialmente lanciato un ultimatum all’Iran, minacciando attacchi alle infrastrutture energetiche, per poi sospendere temporaneamente l’azione militare a fronte di possibili negoziati.

Le dichiarazioni contrastanti da Washington e Teheran — tra aperture diplomatiche e smentite — riflettono un equilibrio instabile, mentre il prezzo del petrolio reagisce immediatamente alle tensioni.

Intanto, voci dal mondo arabo criticano l’assenza di una risposta coordinata della Lega Araba, mentre da Israele arriva un messaggio chiaro: la guerra è considerata ancora a metà e destinata a proseguire.

Una guerra senza pausa

Nonostante l’alto numero di feriti e i danni diffusi, il bilancio delle vittime resta contenuto rispetto alla potenza degli attacchi — un dato che molti leader israeliani definiscono “miracoloso”. Tuttavia, la quotidianità è segnata da sirene, scuole chiuse e popolazione nei rifugi.

La domanda centrale non è più quando finirà il conflitto, ma quanto potrà ancora allargarsi. Tra missili a lungo raggio, fronti multipli e tensioni globali, la crisi tra Israele e Iran si conferma come uno dei punti più pericolosi dell’attuale scenario internazionale.