La stella proibita: decodificare la bandiera che sfida il regime

Mondo

di Sofia Tranchina

«Se per liberare l’Iran dovessero colpire il mio villaggio, chiamerei io stesso Netanyahu e gli direi: fatelo.»

La presenza di bandiere israeliane alle proteste contro il regime iraniano – presenza che sorprende, disorienta e talvolta perfino indigna i passanti che la notano – sembra essere, per chi è cresciuto sotto il regime islamico, la cosa più naturale del mondo: un unico simbolo capace di dire, insieme, tutto ciò che nel regime si è fatto intollerabile e tutto ciò a cui gli iraniani affidano le proprie aspirazioni rivoluzionarie.

Per quasi mezzo secolo, la cosiddetta “Repubblica Islamica” – regime che si richiama a un islam delle origini, che ha fondato la propria legittimità su un nemico che non poteva vincere né permettersi di perdere – ha tentato di instillare nei cittadini un’ostilità verso Israele fatta passare per naturale.

Uno studio del 2022, pubblicato su Israel Affairs e firmato dalla politologa Marta Furlan, rileva che, sebbene la distinzione ufficiale tra ebraismo e sionismo venga ribadita, nella retorica statale essa tende a dissolversi. Ne risulta un impianto ideologico attraversato da visioni cospirative e antisemite, radicate, in ultima istanza, nella “mera esistenza” dello Stato ebraico. Israele è, in buona sostanza, il motore ideologico del regime: un’emergenza morale permanente, evocata senza tregua, che legittima la militarizzazione all’estero e la repressione in patria.

Per aiutare i cittadini a interiorizzare tale animosità, il regime ha costruito nel tempo meccanismi capillari: bambini regolarmente prelevati dalle classi elementari per recitare «morte all’America, morte a Israele», rispettivamente il “grande satana” e il “piccolo satana”.

«Io neanche sapevo dove fosse Israele sulla cartina, o ancor meno che cosa fosse», mi racconta Arash, un ingegnere iraniano trasferitosi in Italia quattro anni fa, «eppure mi chiedevano di odiarlo e di inneggiarne la distruzione».

In università poi, le bandiere americana e israeliana venivano dipinte a terra all’ingresso, così da costringere gli studenti a calpestarle — un rituale quotidiano di disprezzo messo in scena con ostinazione —; e tuttavia, fin dall’inizio, si sono ripetuti episodi in cui gli studenti le scavalcavano o allungavano il percorso pur di evitarle.

Ora i manifestanti hanno preso quel simbolo e lo hanno capovolto. «Ogni volta che alzo con fierezza la bandiera di Israele», racconta Arash, «ripenso ai giorni in cui mi chiedevano di calpestarla e a come, insieme a molti altri, saltavo per evitarlo».

Quel salto collettivo è diventato uno degli atti politici più eloquenti dell’ultima generazione iraniana. Ciò che oggi accade nelle città occidentali durante le proteste ne è il naturale coronamento: la bandiera che il regime aveva steso a terra viene sollevata in aria.

Arash, cresciuto come musulmano devoto — aveva memorizzato il Corano e si alzava alle cinque ogni mattina per pregare prima di andare a scuola — spiega:

«Alzando alzando le bandiere israeliana e americana, non stiamo solo mostrando al mondo che non consideriamo questi Paesi nostri nemici; stiamo anche mandando un messaggio al regime islamico: avete fallito. I vostri decenni di propaganda e indottrinamento hanno fallito. Stiamo apertamente e con orgoglio al fianco dei nostri fratelli e sorelle israeliani».

La bandiera diventa così una forma di inversione semiotica: un rovesciamento visibile dell’ordine simbolico imposto dal regime.

Agli occhi occidentali, tuttavia, l’immagine continua a generare una sorta di vertigine cognitiva. «Per un europeo, vedere mediorientali come me sventolare la Stella di David è destabilizzante», dice Arash, rivelando quanto molte certezze morali poggino su presupposti mai davvero esaminati.

Solo decodificando il significato e il ruolo assegnati a quella bandiera si può superare la dissonanza. Nelle conversazioni con cinque iraniani che vivono in Italia — tutti partecipi di queste proteste, tutti sospesi sull’abisso tra le menzogne che la Repubblica Islamica propaga e la realtà che conoscono per esperienza diretta — affiora una diagnosi comune: l’ostilità tra Iran e Israele non è antica, né naturale, né iraniana. È stata costruita, con metodo, da un regime che aveva bisogno di un nemico per legittimarsi.

E oggi viene smantellata con la stessa sistematicità: una bandiera alzata alla volta.

 

Una nuova dottrina Iran-First: riprendersi il paese

Se la bandiera è un rovesciamento simbolico, è anche l’indizio di una dottrina crescente.

La sua presenza è inseparabile da una rivendicazione molto concreta che attraversa l’opposizione iraniana sin dal Movimento Verde del 2009, condensata nello slogan «Né Gaza né Libano — la mia vita solo per l’Iran». In quella formula si raccoglie un’intera critica alla politica estera del regime.

Per decenni, infatti, i proventi del petrolio iraniano sono stati dirottati dalla Repubblica Islamica per finanziare Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza, gli Houthi in Yemen e le milizie sciite in Iraq e Siria sostenute direttamente da Teheran. Intanto, in patria, la valuta crollava, l’inflazione erodeva i salari, lo Stato sociale si assottigliava. «La nostra ricchezza nazionale ci è stata rubata», dice Arash, «non per lo sviluppo o il welfare, ma per esportare ideologia e violenza».

«Da bambina», racconta Shadi, ingegnere edile in Italia da quattro anni, «non capivo perché Israele dovesse essere un nemico. Sentivo confusione, non ostilità. Studiando politica e storia poi ho capito quanto le scelte di politica estera del regime — e la deviazione delle risorse naturali verso progetti ideologici all’estero — abbiano danneggiato direttamente le nostre vite».

L’Iran, Stato non arabo e sciita che cerca influenza in una regione a maggioranza araba e sunnita, utilizza Israele anche come strumento di riposizionamento geopolitico. Proporsi come il più inflessibile “difensore della Palestina” è uno dei pochi modi per rivendicare solidarietà presso le popolazioni arabe oltre le linee settarie ed etniche, reclamando una legittimità panislamica.

La bandiera israeliana diventa così, paradossalmente, il vessillo di una politica “Iran-first”. Segnala il rifiuto dell’intera postura estera del regime — l’“Asse della Resistenza”, la rete dei proxy, la condizione di mobilitazione permanente — e l’aspirazione a un governo che investa le proprie risorse nelle persone che vivono realmente sotto di esso.

«Con questa bandiera diciamo al mondo: vogliamo un Iran in pace con tutti i Paesi, incluso Israele», dice Shadi.

 

La “cospirazione sionista”

Dopo il 1979, l’anti-sionismo è diventato una prova di lealtà per separare i patrioti dai traditori e i credenti dagli scettici. Ogni opposizione può essere riscritta in questi termini: i dissidenti sono “agenti sionisti”, le manifestazioni un complotto sionista, i proiettili una legittima autodifesa nazionale.

Ma l’argomento si incrina quando lo si misura con i fatti. «Più di un milione di iraniani sono scesi in strada, anche in villaggi sperduti e nelle campagne. Un complotto del Mossad non potrebbe aver raggiunto queste dimensioni. Ciò che porta gli iraniani in strada è un odio decennale verso il regime e i suoi abusi».

Shadi, bersaglio ricorrente online di accuse che la dipingono come “agente del Mossad” o “bot israeliano”, archivia la teoria del complotto come «profondamente frustrante e offensiva». Ridurre tutto a una cospirazione sionista, dice, significa calpestare la storia lunga e dolorosa delle sollevazioni popolari: il Movimento Verde del 2009, l’Aban sanguinoso del 2019, il movimento “Donna, Vita, Libertà” nel 2022. Significa ignorare che la protesta nasce dalla repressione, dalla richiesta di dignità, dalla rivendicazione di un futuro libero. Ed è, aggiunge, «una mancanza di rispetto verso chi ha pagato con la vita e verso le famiglie che ne custodiscono la memoria».

Anche i dati incrinano la retorica ufficiale. Un sondaggio di GAMAAN di novembre 2025 mostra una popolazione che, con maggioranze consistenti, respinge la definizione di Israele come nemico esistenziale e rifiuta la retorica della “distruzione” come politica di Stato.

Il discorso che il regime tenta di chiudere entro i confini nazionali filtra ormai altrove: connessioni Starlink, messaggi vocali, reti diasporiche. E ciò che emerge è una condivisa richiesta di normalità e perfino di amicizia.

Un’alleanza antica quanto la Torah

Nell’opposizione circola insistente l’idea che l’inimicizia tra Iran e Israele non è soltanto artificiale, ma anomala. Un’interruzione violenta di qualcosa di molto più antico e molto più naturale.

«L’alleanza tra i nostri popoli risale a circa 2.500 anni fa», dice Miro. Evoca Ciro il Grande, che nel 539 a.C., conquistata Babilonia, consentì agli ebrei deportati di tornare in Giudea e ricostruire il Tempio di Gerusalemme. È quella che Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah, chiama “amicizia biblica”. Attorno alla figura di Ciro e al suo celebre cilindro d’argilla — spesso descritto come una delle prime dichiarazioni di tolleranza religiosa e democrazia — il principe ereditario in esilio ha progettato una futura normalizzazione. I suoi “Cyrus Accords”, modellati sugli Accordi di Abramo, immaginano un Iran post-islamico che intrattenga i rapporti con Israele come uno dei primi atti fondativi.

Non è solo retorica monarchica. Fino al 1979, i due Paesi avevano relazioni diplomatiche formali. Cooperavano sul piano energetico e militare, con scambi d’intelligence e progetti comuni. L’ostilità attuale è figlia della rivoluzione, non della storia né della geografia.

Lo ha scritto anche l’analista di Brookings Natan Sachs nel 2019: Iran e Israele non condividono confini né risorse, la loro inimicizia non è strutturale, ma politica, strumentale e storicamente contingente. E in quanto tale, reversibile.

Il regime islamico, spiega Arash, «si presenta come custode della sharia e attinge a un immaginario delle origini in cui gli ebrei sono descritti come avversari. L’ostilità tra musulmani ed ebrei non nasce il 7 ottobre, né nel 1948: affonda nelle prime narrazioni dell’Islam».

Richiama uno slogan che ancora oggi risuona in alcune piazze — “Khaybar, Khaybar, ya Yahud” — eco della battaglia del VII secolo in cui Maometto sconfisse le tribù ebraiche dell’oasi di Khaybar, imponendo loro sottomissione o esilio.

«È da lì», conclude, «che il regime ricava la legittimazione per imporci l’ostilità verso Israele».

 

Paternalismo occidentale e intervento internazionale

In Occidente, la vista di bandiere israeliane alle manifestazioni iraniane attiva un sospetto quasi automatico: manipolazione, eterodirezione, ingenuità geopolitica. Il giudizio precede l’ascolto.

Amin, studente iraniano di microbiologia a Milano, racconta di aver ricevuto di recente un’email da un professore universitario che invitava gli iraniani all’«autodeterminazione» e metteva in guardia contro «l’interferenza di leader carismatici o potenze straniere» pronte a «sfruttare momenti critici». Una lezione sulla libertà formulata da un accademico europeo che, a chi ha vissuto sotto la teocrazia, suona come una predica distante, carica di stereotipi e malintesi: paternalismo travestito da analisi.

Solo una settimana prima, più di un milione di iraniani si erano mobilitati nel mondo — da Monaco a Los Angeles, da Toronto a Melbourne — chiedendo apertamente un intervento internazionale e il ritorno di Reza Pahlavi.

«Per quarantasette anni abbiamo tentato di cambiare questa teocrazia dall’interno, passo dopo passo», spiega Amin. «Ogni volta siamo stati respinti, e ogni volta la repressione si è fatta più violenta. In Europa non si è ancora compreso che senza una pressione esterna il cambiamento non è più possibile. Oggi il compito dell’opposizione è stare con il popolo, che chiede apertamente un intervento».

È questo il divario profondo tra osservatori occidentali e società iraniana: da una parte la repressione analizzata come questione teorica, da gestire con principi e formule; dall’altra una macchina concreta di violenza quotidiana, che non concede il lusso dell’astrazione.

«Quando vedi decine di migliaia di persone uccise in due giorni solo per aver chiesto dignità», continua Amin, «parole come “riforma interna” o “autodeterminazione” perdono consistenza. Il regime importa milizie dall’Iraq, dall’Afghanistan, dal Pakistan. Sappiamo che un intervento esterno comporta rischi. Ma senza, questo sistema non cadrà».

Durante la guerra dei dodici giorni, i raid israeliani hanno causato 436 morti civili in quasi due settimane, su circa 1.190 vittime complessive (HRANA – Twelve Days Under Fire). Operazioni mirate, dirette contro infrastrutture e vertici del regime. Al contrario, nelle le manifestazioni di gennaio, le forze governative hanno ucciso almeno 40.000 civili in sole quarantotto ore, con una violenza sistematica e indiscriminata.

«Facendo due conti, è ovvio che un intervento produrrebbe meno vittime della repressione quotidiana del regime», commenta Amin.

L’email del professore, in fondo, chiedeva agli iraniani una resistenza “accettabile”, compatibile con il comfort morale europeo. Una protesta che non mettesse in discussione troppe certezze. La bandiera israeliana sventolata dai manifestanti rifiuta questa messa in scena.

«Dirò una cosa che può sembrare estrema», conclude Amin. «Se per liberarci dovessero colpire il mio villaggio — la casa dei miei genitori, i miei fratelli, i miei nipoti, le persone che amo — chiamerei io stesso Netanyahu e gli direi: fatelo. Se questo è il prezzo per salvare il futuro del mio Paese, sono pronto a perdere tutto».

Per molti iraniani, la lotta contro il regime è giunta a una soglia in cui disperazione e lucidità coincidono. La liberazione conta più di ogni sacrificio.

Da quello spazio doloroso, quasi insostenibile nella sua chiarezza, nascono slogan che dall’esterno suonano inconcepibili: «Trump, i tuoi B2 sono benvenuti»; «Bibi, dove sono le tue bombe?». Non come esaltazione della guerra, ma come misura della frattura ormai consumata tra il Paese e chi lo governa.

«Le richieste di un’azione mirata riguardano fondamentalmente la protezione, non l’escalation», spiega Shadi. «Nascono dalla convinzione che solo smantellando la macchina repressiva del regime si possa interrompere altro spargimento di sangue e restituire alla società iraniana uno spazio reale per parlare, organizzarsi, respirare».

Molti iraniani arrivano persino a chiedere di essere armati, qualora un intervento internazionale dovesse tardare, per potersi difendere autonomamente. Non è una delega di sovranità a potenze straniere, ma la richiesta di strumenti con cui rivendicare, in prima persona, il diritto di determinare il proprio destino.

 

L’importanza di non perdere il momentum

È per questo che i segnali provenienti da Washington — l’ipotesi che l’amministrazione Trump possa riaprire un canale negoziale con Teheran — hanno inquietato diverse figure dell’opposizione, convinte che il regime si trovi oggi nel momento di maggiore vulnerabilità degli ultimi decenni.

In un commento pubblicato nel febbraio 2026 dal Middle East Forum Observer, il giornalista Mardo Soghom avverte che, in questa fase, la diplomazia rischia di fare l’opposto di ciò che promette: stabilizzare un sistema in evidente affanno invece di accompagnarne la trasformazione. Offrire a Teheran tempo e legittimità internazionale significherebbe consentirle di riorganizzarsi, come già accaduto in passato, sfruttando le aperture e rispettando gli accordi solo in modo temporaneo e strumentale.

Su un versante diverso, l’analista Michael Rozenblat, in un articolo per l’Atlantic Council, sostiene che un’azione militare sia non solo strategicamente, ma anche moralmente ed economicamente necessaria. Pur riconoscendo i rischi di frammentazione o guerra civile, considera l’intervento giustificato alla luce della debolezza percepita dell’Iran dopo le proteste di massa, i recenti scontri con Israele e l’indebolimento della sua rete di forze proxy. Un’eccessiva moderazione, aggiunge, rischierebbe di compromettere la credibilità degli Stati Uniti.

 

Il cortocircuito morale occidentale

C’è un fraintendimento che nasce da una specifica formazione politica, in cui la causa palestinese e l’opposizione a Israele sono diventate marcatori identitari più che posizioni argomentate — simboli di appartenenza anti-imperialista che operano spesso prescindendo dalle storie concrete coinvolte.

In questo schema, i manifestanti iraniani arrivano con la bandiera “sbagliata”. L’attrito cognitivo che ne deriva è rivelatore. «Quando mi vedono alle manifestazioni con la bandiera bianca e blu», racconta Arash, «i passanti sono sorpresi. A volte persino aggressivamente sorpresi».

«Il 7 ottobre ho provato un turbamento profondo», continua. «Ero devastato. Ho visto civili israeliani uccisi in nome dell’Islam». Nelle settimane successive ha osservato le piazze europee riempirsi di slogan filoHamas, gli stessi slogan del regime islamico da cui è scappato quattro anni prima, che da quarantasei anni soffocano il suo Paese, celebrati a pochi isolati dal suo appartamento a Milano.

«Le libertà conquistate nel Risorgimento hanno un valore, ma qui vengono date per scontate», continua Arash. «La democrazia è come l’aria che respiri: quando ce l’hai non la noti; quando la perdi, soffochi. I giovani devono studiare la storia e capire cosa stanno sostenendo. Non tradite i vostri valori».

Il suo avvertimento porta il peso di un’esperienza vissuta. Nel 1979 la rivoluzione iraniana fu una coalizione ampia: islamisti, liberali, marxisti. Dopo la vittoria, la componente islamista eliminò sistematicamente gli ex alleati e impose la sharia.

«Nel 1979», ricorda Arash, «molti furono persuasi da promesse di giustizia e uguaglianza. La retorica era seducente. Ma ciò che seguì fu repressione, controllo ideologico e decenni di violenza».

 

Parlate dell’Iran

Negli ultimi mesi, alla bandiera sollevata nelle piazze europee ha fatto eco un gesto speculare dall’altra parte del Medio Oriente. Numerosi israeliani hanno diffuso video e appelli rivolti al proprio primo ministro, chiedendo un sostegno concreto alla popolazione iraniana. In quei messaggi dichiaravano che, anche al costo di tornare nei rifugi e affrontare nuovi attacchi missilistici, avrebbero accettato le conseguenze pur di schierarsi accanto ai loro «fratelli e sorelle iraniani».

Un post su X legge: «Vorrei avere il potere di prendere decisioni e aiutarvi. Sono israeliano e sono disposto a rimanere nel rifugio antiaereo finché sarà necessario per liberare l’Iran e il mondo dalle Guardie della Rivoluzione islamica».

«Per noi è stato profondamente toccante. È sembrata una solidarietà autentica, in un momento in cui spesso ci sentiamo isolati», risponde Arash. Un riconoscimento reciproco: due società civili che si parlano scavalcando governi, apparati e propagande.

«Non vedo l’ora di assistere al giorno dell’alleanza», aggiunge. È un’attesa quasi domestica, concreta, che Miro riassume in una frase semplice: «Il futuro sarà fantastico perché noi lo renderemo fantastico». Una dichiarazione che capovolge quarantasette anni di fatalismo imposto, di destino deciso altrove.

Forse è questo il punto che sfugge a molti osservatori esterni: la bandiera non è un atto di adesione a una potenza straniera, ma il rifiuto di un ordine simbolico che ha definito l’identità iraniana per negazione, contro qualcosa. Dalla bandiera calpestata a quella sollevata si compie una traiettoria: il diritto di ridefinire da sé amici e nemici, priorità e alleanze, paure e speranze.

Prima di congedarsi, Arash lancia un ultimo appello: «Continuate a parlare dell’Iran».

 

Foto in alto: manifestanti iraniani con la bandiera di Israele e della Persia (tutte le immagini sono © Sofia Tranchina)