Post-Occidente, il racconto del nostro tempo ferito

2026

 

n° 3 - Marzo 2026 - Scarica il PDF
n° 3 – Marzo 2026 – Scarica il PDF

La street-art di aleXsandro Palombo, i suoi toccanti murales sulla Memoria, sulle vittime del 7 ottobre, sui femminicidi e disabilità, opere vandalizzate ma sempre restaurate come forma di Resistenza civile. Un’arte
che si fa testimonianza e si interroga sul nostro tempo inquieto: quale forma mutante sta prendendo il nuovo antisemitismo di oggi? A spiegarlo arriva il Rapporto annuale della Fondazione CDEC. Ma anche l’acceso dibattito pubblico e politico sulle proposte di legge. Dal DDL Delrio alle spaccature nel Partito Democratico, fino alle opinioni di Sergio Della Pergola e di Iuri Maria Prado. I segnali di un disordine globale e di una deriva destabilizzante

 

 

Cara lettrice, caro lettore

ce n’è abbastanza per voler fuggire su un altro pianeta o per voler scoprire se “c’è acqua su Marte”. C’è un principe delle tenebre, Jeffrey Epstein, e c’è il principe di sua maestà, Andrea di Windsor, con torbidi files disvelati; c’è un segretario dell’ONU, Antonio Guterres che passerà alla storia per una pavidità da far impallidire Ponzio Pilato; c’è un’anima nera come Francesca Albanese che con le sue citazioni dal Mein Kampf resuscita e legittima la forma più archetipica e classica di antisemitismo (“Israele è il nemico comune dell’umanità”, ha dichiarato, ebrei e Stato ebraico come incarnazione del Male assoluto, principio corruttore del mondo).

E ancora: c’è una situazione geopolitica internazionale sempre più attorcigliata, gli “ingegneri del caos” alacremente al lavoro per orchestrare scenari destabilizzanti e sfuggenti, c’è un carnevale populista che dalle piazze infuocate (ad esempio, la manifestazione a Torino e il corteo per l’Askatasuna, mesi fa), mette a rischio il sistema della nostra democrazia rappresentativa.

Ce n’è abbastanza per voler fuggire su un altro pianeta, dicevamo, ed è come se fossimo paralizzati, orfani della possibilità di scegliere, di essere liberi, privati di una visione motivante e speranzosa del futuro, con intorno solo profeti disarmati o, peggio ancora, falsi profeti che promettono ciò che mai potranno mantenere (ossia la realizzazione di quasi tutti i desideri). Scegliere, sperare, trasformare, liberarsi.

Com’è noto, il mese di Nissan segna ebraicamente il nuovo anno, l’inizio della primavera che con Pesach e con la narrazione dell’uscita dall’Egitto accompagna spiritualmente il mondo ebraico in un sentiero di libertà e di rifondazione. Non a caso si riportano interessanti discussioni se far partire il nuovo anno dal mese di Nissan oppure se invece fosse più indicato Tishrì (settembre). Ma è proprio con Pesach che concretamente (e non solo simbolicamente) prende il via qualcosa di nuovo. “Questo mese sarà per voi il capo dei mesi, sarà il primo fra i mesi dell’anno”, è scritto nell’Esodo (12. 2). Quando si dice che il “calendario ebraico” inizia con Rosh haShanà, cioè il primo di Tishrì, si dice una cosa inesatta perché quello non è il capodanno ebraico ma è il giorno in cui, secondo la tradizione talmudica, sarebbe comparso il primo uomo sulla terra. Con Tishrì c’è in ballo una specie di resa dei conti, parliamo di giudizio, di perdono, di pentimento, c’è un fondo di durezza e di rigore che oscura la gioia.

Con Nissan invece è l’esatto opposto, avviene l’inizio della storia di un nuovo popolo, un popolo libero. La parola Nissan, ha origine dal termine Nes miracolo, poiché in tutto il mese si celebra l’evento più miracoloso della storia, l’uscita dall’Egitto e l’acquisizione della libertà assoluta. Ecco perché Nissan porta con sé l’esultanza di un’alba che sorge.

Libertà, appunto: le inquietudini che scuotono il nostro quotidiano ci interrogano su che cosa sia la perdita di quel senso di libertà che abbiamo vissuto fino a poco tempo fa. È proprio la libertà di vivere pienamente e pubblicamente l’ebraismo quella che adesso è in gioco. Non a caso le cronache dell’attualità iniziano a spingerci verso comportamenti sfumati, con strategie di nascondimento dell’identità ebraica mai vissute prima: un’identità che si marranizza, mentre là fuori ogni occasione diventa buona per scatenare l’antica sarabanda della mostrificazione (proprio con il caso Jeffrey Epstein, le cui malefatte e nefandezze vengono oggi letteralmente sparate e spalmate – dai social media, con insulti irripetibili – sull’intero mondo ebraico). Ecco perché, a dispetto di questo opaco orizzonte, andrebbe ricordato lo psicologo Viktor Frankl, sopravvissuto ad Auschwitz, che aveva scoperto, in quel regno di tenebre, una semplice verità: se i nazisti cercarono di sottrarci ogni forma di umanità, c’era una libertà che non erano in grado di prenderci, la libertà di decidere come reagire, cosa scegliere e cosa sperare. Vale oggi come ieri, a dispetto di ogni comprensibile inquietudine.

Fiona Diwan