La scomparsa di Alberto Nirenstein

Personaggi e Storie

Testimone del nostro tempo.

Con Alberto Nirenstein, morto in tarda età a Firenze il 2 settembre scorso, scompare uno dei più importanti e struggenti testimoni del nostro tempo ebraico.
Non so se i suoi famigliari – la moglie Wanda Lattes, le figlie Fiamma, Susanna e Simona – conservano di Alberto altre memorie, oltre a quelle apparse su Come le cinque dita di una mano, un ”libro del ricordo” che riunisce gli scritti di tutti i membri della sua famiglia.
Mi riferisco alle memorie che “a rate” raccontava a noi a Roma ogni volta che veniva a trovarci e a portarci degli interventi per Shalom, interventi sempre pieni di lucida passione politica e (ma Alberto non avrebbe mai voluto definirla così) sentimentale. Ma del resto, come definire la qualità dei due suoi più grandi punti di riferimento, e cioè Israele e il socialismo?
Noi amici eravamo a volte più affascinati dalla sua vita, per molti tratti davvero rocambolesca, che dalle sue passioni ideologiche.

Alberto Nirenstein era emigrato negli anni Trenta dalla natia Polonia in Palestina, dove aveva terminato i suoi studi prima dello scoppio della seconda guerra mondiale.
Ma ecco che Alberto, quasi alla vigilia della guerra, volle tornare a salutare la sua terra, i suoi immensi boschi, a risentirne almeno l’odore prima che tutte le porte fossero chiuse, e a ripercorrere le sue strade a partire dal cheder in cui, ancora bambino piccolissimo, aveva incominciato i suoi studi ebraici.
E nei boschi polacchi si trovò quando le truppe naziste, invadendo proditoriamente la Polonia, lo costrinsero ad un tortuoso viaggio attraverso passaggi clandestini e avventure di ogni genere per raggiungere di nuovo la Palestina per indossare la divisa dell’esercito britannico in quella famosa Brigata Ebraica (che allora però si chiamava “palestinese” perché erano gli ebrei i soli ad essere riconosciuti come palestinesi) sbarcata in Italia dove doveva percorrere combattendo l’Adriatica con l’VIII Armata britannica, mitica vincitrice di El Alamein.

La storia di Alberto Nirenstein sfociava a Firenze e sembrava acquetarsi con il matrimonio.
Non doveva andare così. Corrispondente dall’Italia del più importante quotidiano polacco (ovviamente comunista), nonché dell’israeliano Hamishmar (socialista), non seppe resistere all’affettuoso invito dei compagni di redazione polacchi e rimise piede in Polonia.
Qui però il governo comunista non lo lasciò tornare in Italia dalla sua famiglia. “Falla venire qui” gli dicevano.
Nei due anni della sua forzata permanenza in Polonia (solo gli sforzi davvero eroici della moglie riuscirono alla fine a strapparlo alla dittatura) Alberto ebbe altre straordinarie avventure. Ma la più straordinaria fu il permesso (ottenuto non si sa come) di accedere all’Archivio di Stato e così di raccogliere un prezioso materiale documentario sulle vicende e la tragica fine degli ebrei nei campi di sterminio. Un materiale che gli consentì di scrivere il prezioso Ricorda cosa ti ha fatto Amalek pubblicato in Italia da Einaudi nel 1958.

Queste sue avventure personali, pure degne di essere trasferite più ampiamente sulle pagine di un grande libro, Alberto le trascurava, ce ne raccontava qua e là dei pezzi, quasi con riluttanza. Per lui si trattava di cose quasi di tutti giorni, quindi poco importanti. Invece lo erano – lo sono – eccome.
Questa sua storia personale, che faceva di lui una figura uscita dalle pagine di Singer, era per lui assai meno importante di quella sua fervida e onesta ideologia che però non è sopravvissuta a lui e alla sua vicenda umana.
Alberto Nirenstein, un uomo a tutto tondo, davvero un mench, come direbbero in yiddish, quello che nel nostro Sud si contrappone ai “mezzi uomini” e ai “quacquaraquà”.
Alberto, con le sue passioni, i suoi vizi e le sue virtù, come è dei forti.
A noi, suoi amici, mancherà. Ma mancherà anche a quelli che non lo hanno conosciuto. Non lo diremmo un “maestro di vita”, ma una luce nel buio, questo sì.

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