Vita Ebraica

la punizione dei ribelli di Sandro Botticelli

Parashat Korach. Influenza e potere non sono la stessa cosa

Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
L’uso del potere diminuisce gli altri. L’esercizio dell’influenza li accresce. Ed è questa una delle verità più profondamente umanizzanti dell’ebraismo. Non tutti possediamo potere. Ma tutti siamo capaci di essere un’influenza positiva per il bene. (Foto: La punizione dei ribelli di Sandro Botticelli)

La ribellione di Korach fu un’alleanza tutt’altro che santa tra individui e gruppi uniti dalle loro lamentele contro la leadership di Mosè.
C’era Korach stesso, appartenente alla tribù di Levi, irritato (secondo Rashi) per non aver ricevuto un ruolo più prestigioso.
C’erano poi i Rubeniti, Datan e Aviram, che mal sopportavano il fatto che le principali posizioni di comando fossero occupate dai Leviti anziché da membri della loro tribù. Ruben era stato il primogenito di Giacobbe e alcuni suoi discendenti ritenevano quindi di avere diritto a una posizione di precedenza.
Vi erano inoltre i duecentocinquanta «capi della comunità, scelti dall’assemblea, uomini rinomati», che si sentivano offesi (secondo Ibn Ezra) perché, dopo il peccato del Vitello d’Oro, la leadership era passata dai primogeniti a una sola tribù, quella dei Leviti.

Più le cose cambiano, più restano le stesse. La vicenda di Korach è una storia fin troppo familiare di ambizione frustrata e piccole gelosie: ciò che i Maestri definirono «una disputa non per amore del Cielo».

Ciò che colpisce maggiormente, tuttavia, è la reazione di Mosè. Per la prima e unica volta egli invoca un miracolo per dimostrare l’autenticità della propria missione: «Da questo saprete che il Signore mi ha mandato a compiere tutte queste azioni e che non ho agito di mia iniziativa. Se questi uomini moriranno come muoiono tutti gli altri e avranno la sorte comune a tutta l’umanità, allora il Signore non mi ha mandato. Ma se il Signore compirà qualcosa di completamente nuovo, se la terra aprirà la sua bocca e li inghiottirà con tutto ciò che possiedono, e scenderanno vivi nello Sheol, allora saprete che questi uomini hanno provocato il Signore.» (Numeri 16:28-30)

In pratica, Mosè usa il proprio potere per eliminare l’opposizione. Che contrasto rispetto alla grandezza d’animo mostrata pochi capitoli prima, quando Giosuè gli riferì che Eldad e Medad stavano profetizzando nell’accampamento, lontano da Mosè e dai settanta anziani. Giosuè vide in ciò una possibile minaccia alla leadership di Mosè e disse: “Mosè, mio signore, fermali!”.

La risposta di Mosè è una delle più maestose di tutto il Tanakh: «Sei forse geloso per me? Magari tutto il popolo del Signore fosse composto di profeti, e il Signore ponesse il Suo spirito su ciascuno di loro!» (Numeri 11:29)

Qual era la differenza tra Eldad e Medad da una parte e Korach e i suoi complici dall’altra? Qual è la differenza tra l’affermazione di Mosè: «Magari tutto il popolo del Signore fosse composto di profeti» e quella di Korach: «Tutta la comunità è santa, ognuno di loro, e il Signore è in mezzo a loro. Perché dunque vi innalzate al di sopra dell’assemblea del Signore»?

Perché la prima affermazione era legittima e la seconda no? Mosè è forse incoerente? Assolutamente no. Pochi leader religiosi furono lucidi quanto lui. La distinzione qui in gioco va al cuore stesso di entrambe le narrazioni.

I Maestri formularono una delle loro osservazioni metodologiche più profonde: «Le parole della Torà possono essere povere in un luogo e ricche in un altro». Vale a dire: per comprendere un passo difficile, spesso bisogna cercare altrove nella Torà la chiave interpretativa. Un’idea simile compare nell’ultima delle tredici regole ermeneutiche di Rabbi Ishmael: «Quando due passi sembrano contraddirsi, il loro significato può essere determinato soltanto quando si trova un terzo passo che li armonizza.»

In questo caso la risposta si trova più avanti nel libro di Bamidbar, quando Mosè chiede a Dio di designare il futuro leader di Israele. Dio gli ordina di prendere Giosuè e di nominarlo suo successore: «Prendi Giosuè figlio di Nun, uomo nel quale è lo spirito, e imponi la tua mano su di lui. Fallo comparire davanti al sacerdote Elazar e davanti a tutta la comunità e conferiscigli pubblicamente il suo incarico. Trasferiscigli parte della tua maestà affinché tutta la comunità d’Israele gli obbedisca.» (Numeri 27:18-20)

Mosè deve compiere due gesti distinti: imporre le mani su Giosuè e trasmettergli parte del proprio splendore. Qual è il significato di questi due atti? I Maestri, nel Midrash Rabbah, commentano: «“Imponi la tua mano su di lui” è come accendere una lampada da un’altra lampada. “Trasferiscigli parte della tua maestà” è come versare da un recipiente in un altro.»

A prima vista il commento sembra rendere il mistero ancora più profondo. In realtà ne fornisce la chiave. Esistono infatti due forme di leadership: il potere e l’influenza.
Spesso le confondiamo. Chi possiede potere esercita spesso influenza, e chi possiede influenza detiene una certa forma di potere. Tuttavia si tratta di realtà profondamente diverse, quasi opposte.

Immaginiamo di possedere tutto il potere e di dividerlo con altre nove persone. Ci resterà soltanto un decimo del potere iniziale.
Immaginiamo invece di possedere una certa influenza e di condividerla con altre nove persone. Quanto ne rimane? Non meno, ma di più. Prima c’era una sola persona influente; ora ce ne sono dieci. L’influenza si diffonde.

Il potere opera per divisione; l’influenza per moltiplicazione. Con il potere, più condividiamo, meno ci resta. Con l’influenza, più condividiamo, più cresce. La Torà attribuisce queste due dimensioni a due figure diverse: il re e il profeta.

I re avevano potere. Potevano imporre tasse, arruolare soldati, decidere guerre e punizioni necessarie a mantenere l’ordine sociale. Il filosofo Hobbes definì la monarchia un «Leviatano», fondandola proprio sul concetto di potere.

I profeti, invece, non avevano alcun potere coercitivo. Non comandavano eserciti, non imponevano tasse. Potevano solo parlare in nome di Dio. Eppure quale influenza possedevano! Ancora oggi la lotta di Elia contro la corruzione, l’appello di Amos alla giustizia sociale e la visione messianica di Isaia continuano a ispirarci.

Chi oggi è influenzato dalla vita dei re Achav, Yehoshafat o Yehu? Quando un re muore, il suo potere finisce. Quando un profeta muore, la sua influenza comincia.

Mosè incarnava entrambe le dimensioni. Da una parte era il capo politico e militare del popolo, l’equivalente funzionale di un re. Dall’altra era il più grande dei profeti, uomo di visione e interprete della parola divina.

Ora il mistero della doppia investitura di Giosuè si chiarisce. L’imposizione delle mani rappresentava la trasmissione dell’influenza profetica. Non a caso il termine ebraico semichah (ordinazione rabbinica) deriva proprio da questo gesto. L’influenza si trasmette come una fiamma che ne accende un’altra, senza diminuire la propria luce.

La trasmissione della «maestà» rappresentava invece il passaggio del potere politico e militare. E il potere, come l’acqua versata da un recipiente all’altro, diminuisce in chi lo cede.

Da qui emerge anche la differenza tra Eldad e Medad e Korach. Eldad e Medad non cercavano il potere. Ricevevano semplicemente una parte dello spirito profetico di Mosè. Partecipavano alla sua influenza. E l’influenza non minaccia mai l’autorità profetica; al contrario, più si diffonde, più cresce.

Korach, invece, cercava il potere. E il potere è una realtà diversa. Come dissero i Maestri: «C’è un solo leader per una generazione, non due.»
Oppure: «Possono, forse, due re condividere una sola corona?» In qualunque forma di governo, il potere deve essere concentrato in un’unica autorità legittima. Se esistono due centri rivali di comando, la leadership si dissolve.

Per questo la richiesta di Mosè che Korach e i suoi seguaci fossero inghiottiti dalla terra non nasceva dall’ira o dalla paura. Non era una questione personale. Era la consapevolezza che, mentre la profezia può essere condivisa, la sovranità non può esserlo. Se Mosè non avesse agito con decisione contro Korach, avrebbe compromesso irrimediabilmente l’ufficio che Dio gli aveva affidato.

Raramente la differenza tra influenza e potere appare così chiara come in questi due episodi.
Korach rappresentava un conflitto che doveva essere risolto: o avrebbe prevalso Mosè o avrebbe prevalso Korach. Non potevano vincere entrambi.

Eldad e Medad, invece, non rappresentavano alcun conflitto. Conoscenza, ispirazione e visione sono beni che possono essere condivisi senza perdita. Chi li trasmette agli altri aumenta la ricchezza spirituale della comunità senza impoverire se stesso.

Parafrasando Shakespeare: «L’influenza che esercitiamo vive dopo di noi; il potere viene spesso sepolto con le nostre ossa.»
Gran parte dell’ebraismo è una lunga riflessione sulla superiorità dei profeti rispetto ai re, del diritto rispetto alla forza, dell’insegnamento rispetto alla coercizione, dell’influenza rispetto al potere.

Solo per una piccola parte della loro storia gli ebrei hanno posseduto il potere; ma in ogni epoca hanno esercitato una profonda influenza sulla civiltà occidentale. Gli uomini continuano a contendersi il potere. Se solo comprendessero quanto siano stretti i suoi limiti.

Una cosa è costringere le persone a comportarsi in un certo modo; un’altra è insegnare loro a vedere il mondo in modo diverso, affinché scelgano spontaneamente di agire diversamente.

L’uso del potere diminuisce gli altri.
L’esercizio dell’influenza li accresce.
Ed è questa una delle verità più profondamente umanizzanti dell’ebraismo. Non tutti possediamo potere. Ma tutti siamo capaci di essere un’influenza positiva per il bene.

Di rabbi Jonathan Sacks zzl

 

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