Vita Ebraica

Parashat Reè. La Tzedakà, uno dei principi fondanti dell’ebraismo

Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
Noi diamo non per essere orgogliosi della nostra generosità, e ancor meno per sottolineare la dipendenza degli altri, ma perché apparteniamo a un’alleanza di solidarietà umana e perché questo è ciò che Dio desidera da noi, onorando la fiducia con la quale Egli ci ha temporaneamente affidato la ricchezza.

Se desideri comprendere la visione sociale dell’ebraismo, guarda alla sua legislazione contro la povertà:
Se vi sarà un povero tra i tuoi fratelli, in una delle tue città, nella terra che il Signore tuo Dio ti dà, non indurire il tuo cuore e non chiudere la tua mano verso il tuo fratello bisognoso. Apri invece la tua mano con generosità e prestagli liberamente quanto basta per soddisfare ogni suo bisogno, in tutto ciò che gli manca. Fa’ attenzione che il tuo cuore non sussurri un pensiero perverso dicendo: «Il settimo anno, l’anno della remissione, è vicino», e che tu diventi avaro verso il tuo fratello bisognoso, senza dargli nulla. Egli griderà al Signore contro di te e tu sarai colpevole. Dagli con generosità e il tuo cuore non se ne rammarichi quando gli dai, perché per il merito di questo il Signore tuo Dio ti benedirà in ogni tua opera e in tutto ciò a cui metterai mano. Non cesseranno mai di esserci poveri nella terra. Perciò io ti comando: apri la tua mano. (Deuteronomio 15:7-11)

A prima vista questo passo riguarda la cancellazione dei debiti nel settimo anno (Shemittah, l’anno della «remissione»). La Tradizione Orale, tuttavia, lo estese alle leggi della tzedakà, parola solitamente tradotta come «carità», ma che significa anche «giustizia distributiva», «equità».

I Maestri interpretarono l’espressione «prestagli liberamente quanto basta per soddisfare ogni suo bisogno» come riferita alle necessità fondamentali dell’esistenza: cibo, vestiti, abitazione e così via.

L’espressione «in tutto ciò che gli manca» fu invece intesa come riferita a una persona che un tempo era ricca, ma che ora è caduta in povertà. Anche lui deve essere aiutato a recuperare la propria dignità.

È raccontato che Hillel l’Anziano aiutò un uomo povero che proveniva da una famiglia benestante. Gli comprò un cavallo sul quale cavalcare e assunse un servo che corresse davanti a lui. Una volta, non trovando un servo disposto a correre davanti all’uomo, fu Hillel stesso a correre davanti a lui. (Ketubot 67b)

La forza di questo passo risiede nel fatto che Hillel stesso era notoriamente povero; eppure diede del proprio denaro e del proprio tempo per aiutare un uomo ricco che aveva perso le sue ricchezze a ritrovare il rispetto di sé.

Questo duplice aspetto è evidente in tutte le leggi della tzedakà. Da un lato, esse affrontano il fatto concreto della povertà: nessuno deve essere privato delle necessità fondamentali della vita. Dall’altro, esse affrontano con una sensibilità sorprendente la psicologia della povertà. La povertà umilia, mette in imbarazzo, mortifica, fa vergognare. Per questo i Maestri stabilirono che la tzedakà dovesse essere data in modo da ridurre al minimo questi sentimenti.

Quando Rabbi Yannai vide un uomo dare una moneta a un povero davanti a tutti, disse «Sarebbe stato meglio non dargliela affatto piuttosto che dargliela facendolo vergognare. (Chagigah 5a)

In un celebre passo, Maimonide descrive gli otto livelli della carità. Vi sono otto gradi di carità, uno più elevato dell’altro.

Il grado più alto, che nessuno supera, è quello di chi aiuta un povero offrendogli un dono o un prestito, oppure accogliendolo in una società d’affari o aiutandolo a trovare un lavoro; in una parola, mettendolo nella condizione di poter fare a meno dell’aiuto degli altri. A questo tipo di aiuto si riferisce il versetto: «Lo sosterrai, sia egli straniero sia residente, affinché viva con te (Levitico 25:35), cioè: sostienilo in modo tale da impedire che cada nella miseria.

Un gradino sotto si trova chi fa l’elemosina al bisognoso in modo tale che chi dà non sappia a chi sta dando e chi riceve non sappia da chi riceve. Questo è il vero esempio di una buona azione compiuta esclusivamente per il bene stesso.
Un esempio era la Camera del Segreto nel Tempio, dove i giusti deponevano di nascosto le loro offerte e dove i poveri appartenenti a famiglie nobili potevano venire a prendere segretamente ciò di cui avevano bisogno. Molto vicino a questo livello è il deporre denaro in una cassetta della carità.

Un gradino più in basso è il caso in cui chi dona sa a chi sta dando, ma il povero non sa da chi riceve. Così i grandi Maestri andavano di nascosto a mettere denaro presso le porte delle case dei poveri.

Un gradino ancora più in basso è il caso in cui il povero sa da chi riceve, ma chi dona non sa a chi sta dando. Per questo alcuni grandi Maestri legavano delle monete nei loro mantelli e le lasciavano cadere dietro le proprie spalle, affinché i poveri potessero prenderle senza provare vergogna.

Più in basso ancora è chi offre un dono al povero prima che questi lo chieda.

Più in basso ancora è chi dona soltanto dopo che il povero ha chiesto.

Più in basso ancora è chi dà meno di quanto sarebbe opportuno, ma lo fa con un volto cordiale.

Il livello più basso è quello di chi dona malvolentieri. (Mattanot Aniyim 10:7-14)

Questa etica, calibrata con straordinaria finezza, è attraversata da una profonda comprensione della psicologia umana.
Ciò che conta non è soltanto quanto si dà, ma anche il modo in cui lo si dà. L’anonimato nel donare è essenziale per la dignità. Il povero non deve essere umiliato. Il ricco non deve essere messo nella condizione di sentirsi superiore.

Noi diamo non per essere orgogliosi della nostra generosità, e ancor meno per sottolineare la dipendenza degli altri, ma perché apparteniamo a un’alleanza di solidarietà umana e perché questo è ciò che Dio desidera da noi, onorando la fiducia con la quale Egli ci ha temporaneamente affidato la ricchezza.

Particolarmente degna di nota è l’insistenza di Maimonide sul fatto che offrire a qualcuno un lavoro, oppure i mezzi per avviare un’attività, costituisce la forma più alta di carità. Ciò che rende umiliante la povertà è la dipendenza stessa: il sentirsi obbligati verso gli altri.

Una delle espressioni più intense di questa idea si trova nella Birkat HaMazon, quando diciamo «Ti supplichiamo, Signore nostro Dio, fa’ che non abbiamo bisogno dei doni degli uomini né dei loro prestiti, ma soltanto della Tua mano soccorritrice… affinché non siamo mai coperti di vergogna né umiliati.»

Il più grande atto di tzedakà è quello che permette alla persona di diventare autosufficiente. La forma più alta di carità è quella che rende una persona capace di fare a meno della carità. Dal punto di vista di chi dona, questa è una delle forme meno costose di generosità: potrebbe persino non costargli nulla. Ma dal punto di vista di chi riceve è la più dignitosa, perché elimina la vergogna del ricevere.

Gli aiuti umanitari sono indispensabili nel breve periodo; nel lungo periodo, invece, la creazione di posti di lavoro e politiche economiche che favoriscano la piena occupazione sono ancora più importanti.

Un particolare della legge ebraica è molto significativo: perfino una persona che vive grazie alla tzedakà deve a sua volta fare tzedakà. A prima vista questa norma sembra assurda. Perché dare denaro a X affinché possa darlo a Y? Sarebbe più logico ed efficiente darlo direttamente a Y. I Maestri, però, compresero che il dare è una parte essenziale della dignità umana.

L’insistenza rabbinica sul fatto che la comunità debba fornire ai poveri abbastanza denaro affinché possano anch’essi donare rivela una profonda comprensione della condizione umana.

Il popolo ebraico ha avuto molti economisti illustri, da David Ricardo (che Keynes definì «la più grande mente che si sia mai dedicata all’economia»), a John von Neumann (fisico che, nel tempo libero, inventò la teoria dei giochi), fino a Paul Samuelson, Milton Friedman e Alan Greenspan. Essi hanno vinto uno straordinario 38% dei Premi Nobel nel campo dell’economia. Perché? Forse perché gli ebrei sanno da molto tempo che l’economia è uno dei fattori fondamentali che determinano una società; che i sistemi economici non sono scritti nella struttura dell’universo, ma sono costruiti dagli esseri umani e possono essere modificati dagli esseri umani; e quindi che la povertà non è un fatto della natura, ma una realtà che può essere alleviata, ridotta e contenuta.

L’economia non è una disciplina religiosa. È un’arte e una scienza laica. Eppure, alla radice della passione ebraica per l’economia, vi è un imperativo religioso: «Non cesseranno mai di esserci poveri nella terra. Perciò io ti comando: apri con generosità la tua mano verso il tuo fratello, verso il tuo povero e il tuo bisognoso nella tua terra.» (Deuteronomio 15:11)

Di rabbi Jonathan Sacks zzl

Parashat Ekev. Le persone che agiscono pensando al prossimo sono i veri uomini e le vere donne di Dio

Appunti di Parashà cura di Lidia Calò
Mosè parlò al popolo del «Dio degli dèi e Signore dei signori, il Dio grande, potente e terribile», la cui grandezza non consiste soltanto nell’essere il Creatore dell’universo e il plasmatore della storia, ma anche nel fatto che «Egli rende giustizia all’orfano e alla vedova e ama lo straniero, dandogli pane e vestito.»

Tu be-Av: si celebra l’antica festa dell’amore

Ebraismo

di Redazione
Il 15 di Av, che quest’anno cade il 29 di luglio, si celebra in Israele la festa di Tu be-Av, antica ricorrenza che affonda le sue radici ancora prima dei tempi del Talmud. In questa festa molto antica di carattere agricolo, si celebravano anche matrimoni fa tribù diverse.

Parasha

Parashat Vaetchannan. Nel primo Comandamento c’è il ruolo di Dio nel dramma storico dell’alleanza

Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
Quando la Torà introduce i Dieci Comandamenti, essa inizia con un richiamo alla storia della nostra redenzione prima ancora del comando della legge: un promemoria del cammino che conduce dalla liberazione alla costituzione della libertà.

Uno dei più profondi disaccordi all’interno dell’ebraismo è quello tra Mosè Maimonide e Yehudah Halevi sul significato del primo dei Dieci Comandamenti.

Per Maimonide (1135-1204), il primo comandamento è credere in Dio, Creatore del Cielo e della Terra: Il principio fondamentale di tutti i principi fondamentali e il pilastro di tutte le scienze è riconoscere che esiste un Essere Primo che ha portato all’esistenza ogni cosa esistente. Se si potesse supporre che Egli non esistesse, ne seguirebbe che nulla di ciò che esiste potrebbe esistere. Se invece si supponesse che tutti gli altri esseri non esistessero, Egli solo continuerebbe a esistere… Riconoscere questa verità è un comandamento positivo, come è detto: «Io sono il Signore tuo Dio». (Esodo 20,2; Deuteronomio 5,7; Mishnè Torà, Yesodei ha-Torà 1:1-5)

Yehudah Halevi (circa 1080 – 1145) non era d’accordo. Il più grande poeta ebraico del Medioevo scrisse anche uno dei capolavori filosofici dell’ebraismo, Il Kuzari. L’opera è costruita come un dialogo tra un rabbino e il re dei Khazari.

Storicamente, i Khazari erano un popolo turco che, tra il VII e l’XI secolo, governò un vasto territorio compreso tra il Mar Nero e il Mar Caspio, comprendente la Russia meridionale, il Caucaso settentrionale, l’Ucraina orientale, il Kazakistan occidentale e l’Uzbekistan nord-occidentale.

Molti commercianti e rifugiati ebrei vivevano lì e, nell’838, il re khazaro Bulan si convertì al giudaismo, dopo aver, secondo la tradizione, organizzato un dibattito tra rappresentanti delle religioni ebraica, cristiana e musulmana. Lo scrittore arabo Dimashqi riferisce che i Khazari, dopo aver conosciuto la fede ebraica, «la trovarono migliore della loro e la accettarono». La Khazaria divenne così, spiritualmente oltre che geograficamente, una terza forza indipendente tra il Califfato musulmano e l’Impero bizantino cristiano. Dopo la conversione, i Khazari adottarono nomi ebraici, parlarono e scrissero in ebraico, praticarono la circoncisione, ebbero sinagoghe e rabbini, studiarono la Torà e il Talmud e osservarono le festività ebraiche.

Il Kuzari presenta la filosofia dell’ebraismo secondo Yehudah Halevi, esposta attraverso il dialogo immaginario tra il re e il rabbino che conduce alla conversione del sovrano. In quest’opera Halevi offre una visione diametralmente opposta a quella che, in seguito, sarebbe stata formulata da Maimonide.

Per Halevi il giudaismo non è aristotelico, bensì anti-aristotelico. Il Dio dei profeti, afferma Halevi, non è il Dio dei filosofi. La differenza fondamentale è che i filosofi trovarono Dio nella metafisica, mentre i profeti Lo trovarono nella storia.

Così il rabbino del Kuzari esprime la propria fede: Io credo nel Dio di Abramo, Isacco e Israele, che fece uscire i figli d’Israele dall’Egitto con segni e prodigi; che li nutrì nel deserto e diede loro la terra, dopo averli fatti passare miracolosamente attraverso il mare e il Giordano… (Kuzari I,11)

Egli prosegue sottolineando che le prime parole pronunciate da Dio nella rivelazione del Monte Sinai non furono: «Io sono il Signore tuo Dio, Creatore del cielo e della terra», bensì: «Io sono il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dall’Egitto, dalla casa della schiavitù» (Kuzari I,25).

Halevi visse prima di Maimonide. Nachmanide (Rabbi Moshe ben Nachman, 1194-1270) visse dopo di lui, ma anch’egli dissentì dall’interpretazione maimonidea del versetto iniziale dei Dieci Comandamenti. La sua obiezione si fonda su un passo della Mechilta «Non avrai altri dèi davanti a Me». Perché questo viene detto? Perché è detto: «Io sono il Signore tuo Dio». Una parabola: un re di carne e sangue entrò in una provincia. I suoi servi gli dissero: «Emana decreti per il popolo». Egli rispose: «No. Prima che essi accettino la mia sovranità; solo allora emanerò i decreti. Se infatti non accettano la mia sovranità, come potranno osservare i miei decreti?»

Secondo Nachmanide, il versetto «Io sono il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dall’Egitto, dalla casa della schiavitù» non è un comandamento, ma il preambolo ai comandamenti. Esso spiega perché gli Israeliti debbano sentirsi vincolati alla volontà di Dio. Egli li ha salvati, liberati e condotti in un luogo sicuro. Il primo versetto del Decalogo non è dunque una legge, bensì un’affermazione di fatto, la ragione per cui Israele deve accettare la sovranità divina.

Grazie a una serie di scoperte archeologiche del XX secolo, oggi sappiamo che Nachmanide aveva ragione. L’alleanza biblica possiede infatti la stessa struttura letteraria degli antichi trattati politici del Vicino Oriente. I più antichi conosciuti sono la Stele degli Avvoltoi (anteriore al 2500 AEV), che celebra la vittoria di Eannatum, re di Lagash, sul popolo di Umma, nella Mesopotamia meridionale, e il trattato di Naram-Sin, re di Kish e Akkad, con il popolo di Elam (circa 2280 AEV) Sono stati rinvenuti anche trattati successivi tra Ittiti, Aramei e Assiri. Uno di essi descrive un patto tra il re ittita Hattusili III e il faraone Ramses II, ritenuto da alcuni studiosi il faraone dell’Esodo.

Questi trattati seguivano generalmente uno schema in sei parti, delle quali le prime tre erano:
1. il preambolo, che identificava l’iniziatore del trattato;
2. una rassegna storica, che riassumeva il rapporto precedente tra le parti;
3. le stipulazioni, cioè i termini e le condizioni dell’alleanza.

Il primo versetto dei Dieci Comandamenti costituisce una forma molto abbreviata dei primi due elementi. «Io sono il Signore tuo Dio» è il preambolo. «Che ti ha fatto uscire dall’Egitto, dalla casa della schiavitù» è la rassegna storica. I versetti successivi costituiscono le stipulazioni, ovvero ciò che noi chiamiamo comandamenti.
Nachmanide e il Midrash hanno quindi ragione nel considerare questo versetto come un’introduzione e non come un comandamento.

Che cosa è in gioco in questa divergenza tra Maimonide da una parte e Yehudah Halevi e Nachmanide dall’altra? Al cuore dell’ebraismo vi è una duplice comprensione della natura di Dio e del Suo rapporto con l’universo.
Dio è il Creatore dell’universo e il creatore dell’essere umano «a Sua immagine». Questo aspetto di Dio è universale. È accessibile a chiunque, ebreo o non ebreo. Aristotele vi giunse attraverso la logica e la metafisica. Per lui Dio era il «Primo Motore» che mise in movimento l’universo.

Oggi molte persone arrivano alla stessa conclusione attraverso la scienza: l’universo è regolato con una precisione così straordinaria da rendere estremamente improbabile che la vita sia sorta per puro caso (quella che viene talvolta chiamata il Principio Antropico). Altri vi giungono non attraverso la logica o la scienza, ma mediante un semplice senso di stupore e meraviglia («Non come il mondo è, ma che il mondo sia, è il mistico», disse Wittgenstein).
Questo aspetto di Dio è chiamato nella Torà Elohim.

Esiste tuttavia un altro aspetto di Dio, molto diverso, che domina gran parte del Tanakh, la Bibbia ebraica. È Dio così come interviene nel destino di una famiglia e di un popolo: i figli d’Israele.

Egli interviene nella loro storia. Stabilisce con loro un’alleanza altamente specifica sul Sinai, molto diversa da quella generale stipulata con Noè e con tutta l’umanità dopo il Diluvio.

L’alleanza noachide è semplice ed essenziale. I Maestri insegnarono che comprendeva soltanto sette comandamenti.

L’alleanza sinaitica, invece, è estremamente articolata e riguarda praticamente ogni aspetto immaginabile della vita.
Questo aspetto di Dio è indicato dal Nome di quattro lettere, che tradizionalmente sostituiamo (poiché il Nome stesso è santo e poteva essere pronunciato solo dal Sommo Sacerdote) con la parola HaShem.

Maimonide, il filosofo, mise l’accento sull’aspetto universale e metafisico dell’ebraismo e sull’esistenza eterna e immutabile di Dio.

Yehudah Halevi e Nachmanide, il primo poeta, il secondo mistico, erano invece più sensibili alla dimensione particolare e profetica dell’ebraismo: il ruolo di Dio nel dramma storico dell’alleanza.

Entrambe le prospettive sono vere e valide, ma in questo caso Halevi e Nachmanide sono più vicini al significato del testo biblico.
L’ebraismo ha bisogno di entrambe le voci: del filosofo, che ci insegna a cercare Dio nella creazione, e del profeta, che ci insegna a trovarLo nella storia.

Ma quando la Torà introduce i Dieci Comandamenti, essa inizia con un richiamo alla storia della nostra redenzione prima ancora del comando della legge: un promemoria del cammino che conduce dalla liberazione alla costituzione della libertà.

Di rabbi Jonathan Sacks zzl

Ricetta ebraica: dal Medio Oriente la Mujaddara per Tishabe’Av

Cucina e Kasherut

di Anna Coen
Si dice che la mujaddara – o mujadara , mejadra, megaddara – sia l’eredità del famoso “piatto di lenticchie” per il quale Esaù vendette la primogenitura al fratello Giacobbe. Per la sua natura vegetariana/vegana ed economica, la mujaddara è un piatto tipico consumato durante i nove giorni che precedono Tisha B’Av.

Parashat Devarim. Non può esserci giustizia senza compassione

Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
Il giudaismo è una religione dell’amore: amerai il Signore tuo Dio; amerai il tuo prossimo come te stesso; amerai lo straniero. Ma è anche una religione della giustizia, perché senza giustizia perfino l’amore si corrompe (chi non sarebbe tentato di piegare le regole a favore di chi ama?). È anche una religione della compassione, perché senza compassione la legge stessa può produrre ingiustizia.

 

Paola Sereni

In ricordo di Paola Sereni, indimenticabile docente e preside della Scuola a dieci anni dalla sua scomparsa

Personaggi e Storie

di Roberto Zadik
Difficile riassumere tutto quello che ha fatto e donato, a livello culturale e didattico ma anche e soprattutto umano, la carismatica Paola Sereni, scomparsa  domenica 10 luglio 2016. La professoressa aveva la capacità di spiegare, con semplicità e lucidità, anche gli autori più complessi, in cima alle sue passioni sicuramente Dante e Leopardi, era coinvolgente ma anche severa, autorevole e raramente autoritaria.

Stati Generali dell’Ebraismo italiano: identità, sicurezza e futuro al centro del confronto UCEI

Feste/Eventi

di Ludovica Iacovacci
Identità, sicurezza, rapporto con Israele, formazione delle nuove classi dirigenti e contrasto all’antisemitismo. Sono stati questi i temi al centro degli Stati Generali dell’Ebraismo italiano, promossi domenica 12 luglio a Roma dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI), una giornata di confronto che ha riunito rappresentanti istituzionali, rabbini, dirigenti comunitari, giovani e professionisti per delineare le priorità dell’ebraismo italiano nei prossimi anni. Più che un semplice convegno, un momento di riflessione collettiva sul presente e sul futuro dell’ebraismo italiano.

Parashat Mattot Masè ((Foto: Reuben and Gad Ask for Land, di Arthur Boyd Houghton. Wikimedia)

Parashot Mattot Masé. Ognuno di noi è chiamato a diventare un esempio

Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
L’ebraismo da una parte ci ordina di non sospettare degli altri. Dobbiamo giudicare le persone con benevolenza, concedendo loro il beneficio del dubbio. Dall’altra parte ci impone di vivere in modo da non suscitare sospetti, mantenendoci — come dissero i Maestri — «Lontani da ogni comportamento sconveniente, da ciò che gli assomiglia e perfino da ciò che potrebbe soltanto sembrare simile.»

Quinto incontro dedicato ai Giusti di Val d’Elsa

Appuntamenti

di R. I.
Domenica 12 luglio si terrà  il quinto incontro dedicato ai Giusti di Val d’Elsa. L’incontro fa parte di un percorso della memoria organizzata dalla diocesi di Siena Moltepulciano e quest’anno verrà dedicato alla storia di Maria Luisa e Lina Fargion e alle persone che le hanno salvate.