Lo stigma di Corbyn nei confronti degli ebrei inglesi

Taccuino

di Paolo Salom

L’accusa di “doppia fedeltà”. Di essere privi di humour (britannico) e di… Lo stigma di Corbyn nei confronti degli ebrei inglesi è vecchio come il cucco e puzza di Medioevo

Jeremy Corbyn è il leader laburista britannico indicato da molti come il probabile prossimo Primo ministro del governo di Sua Maestà britannica. Se lo sarà la causa sarà l’insipienza degli avversari. Ne parliamo perché questo esponente della sinistra d’Oltremanica, un sedicente campione del popolo, ha un problema: l’antisemitismo.

Nelle ultime settimane sono emersi video, dichiarazioni, immagini a dir poco inquietanti in cui Jeremy Corbyn appare a questa o a quella celebrazione di estremisti islamici (inclusi terroristi dichiarati) dove le parole “sionista” o “Israele” sono invariabilmente giustapposte a promesse di distruzione, insulti, calunnie. In un’intervista concessa a una televisione iraniana lo si può ascoltare mentre definisce i capi di Hamas e Hezbollah suoi “fratelli” e Israele l’unica vera ragione di instabilità del Medio Oriente, la cui scomparsa “purtroppo è un tabù”. Come nei tempi più cupi di un passato neppure tanto lontano.

Naturalmente, il leader dall’eterna faccia di bronzo ha provato a spiegare che lui non è affatto un odiatore degli ebrei. Il problema è soltanto Israele, Stato “razzista e anti democratico” (nomea che il Paese si merita, secondo questo personaggio, evidentemente perché rifiuta di accettare la propria distruzione), prendendo le distanze dal quale gli ebrei (non più sionisti) sarebbero “ben accetti” nella lungimirante e democratica società britannica. Forse per questo, Corbyn, nell’assimilare la definizione accettata internazionalmente di antisemitismo nella carta del suo partito, ha pensato bene di cancellare quelle parti riguardanti l’antisionismo che gli avrebbero impedito di continuare la sua campagna di odio nei confronti dello Stato ebraico.

È davvero sorprendente osservare un Paese di antica tradizione democratica, la Gran Bretagna, dibattersi in questioni che oscillano dalla Brexit (la separazione dall’Europa), alla probabilità che un leader antisemita possa guidare la nazione entro pochissimo tempo. Ancor più sorprendente notare come gli ebrei, sudditi fedeli della regina da secoli, vengano messi in discussione, accusati di “doppia fedeltà”, di non aver “assimilato lo humor nazionale (sic)” o il “senso della storia”. Davvero? Ma quale virus continua a essere parte silente di intere società pronto ad aggredirne le funzioni vitali alla prima, vera crisi?

Trovo che sia davvero difficile accettare una Londra dove, come nel Medioevo, torni a essere pericoloso affacciarsi in strada con una kippah in testa. Certo, non è detta l’ultima parola, Jeremy Corbyn potrebbe anche non essere eletto (e sappiamo sin d’ora a chi darebbe subito la colpa). In quel caso le cose potrebbero riprendere una parvenza di normalità. Ma è giusto essere diffidenti. E consigliare ai nostri cari correligionari del Nord di preparare le valigie: nel lontano Occidente nulla può più essere dato, purtroppo, per scontato.

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