Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
L’ebraismo, in breve, sottolinea l’altro lato della massima E pluribus unum («Dai molti, uno»). Perché l’ebraismo dice: «Dall’Uno, molti.» Il miracolo della creazione è che l’unità in cielo produce diversità sulla terra. La Torà è la pioggia che alimenta questa diversità, permettendo a ciascuno di noi di diventare ciò che soltanto noi possiamo essere. (Mosè guarda da lontano la terra Promessa, James Tissot, 1902)
Nella gloriosa cantica con cui Mosè si rivolge alla congregazione, egli invita il popolo a pensare alla Torà – il loro patto con Dio – come se fosse simile alla pioggia che irriga il terreno affinché esso produca i suoi frutti: Lasciate che il mio insegnamento cada come pioggia, lasciate che le mie parole scendano come rugiada, come pioggia delicata sulle piante tenere, come acquazzoni sull’erba. (Deuteronomio 32:2)
La parola di Dio è come la pioggia in una terra arida. Essa porta vita. Fa crescere le cose. C’è molto che possiamo fare di nostra iniziativa: possiamo arare la terra e piantare i semi. Ma alla fine il nostro successo dipende da qualcosa che è al di là del nostro controllo. Se non cade la pioggia, non ci sarà raccolto, qualunque siano i preparativi che facciamo. Così è per Israele. Esso non deve mai essere tentato dall’arroganza di dire: «La mia forza, la potenza della mia stessa mano, mi ha procurato questa grande ricchezza». (Deuteronomio 8:17)
I Saggi, tuttavia, percepirono qualcosa di più nell’analogia. È così che lo esprime il Sifrei (un compendio di commenti su Numeri e Deuteronomio risalente al periodo mishnaico):
«Lasciate che il mio insegnamento cada come pioggia: proprio come la pioggia è una sola cosa, e tuttavia cade sugli alberi, permettendo a ciascuno di produrre frutti gustosi secondo il tipo di albero che è – la vite a modo suo, l’ulivo a modo suo e la palma da dattero a modo suo – così la Torà è una sola, e tuttavia le sue parole producono Scrittura, Mishnà, leggi e tradizione. Come acquazzoni sull’erba: proprio come gli acquazzoni cadono sulle piante e le fanno crescere, alcune verdi, alcune rosse, alcune nere, alcune bianche, così le parole della Torà producono maestri, persone degne, Saggi, i giusti e i pii.»
C’è una sola Torà, e tuttavia essa ha molteplici effetti. Essa dà origine a diversi tipi di insegnamento, a diversi tipi di virtù. La Torà è talvolta vista dai suoi critici come eccessivamente prescrittiva, come se cercasse di rendere tutti uguali. Il Midrash sostiene il contrario. La Torà viene paragonata alla pioggia proprio per sottolineare che il suo effetto più importante è quello di far crescere ciascuno di noi fino a diventare ciò che potremmo diventare. Non siamo tutti uguali, né la Torà cerca l’uniformità. Come dice una famosa Mishnah:
«Quando un essere umano conia molte monete dallo stesso conio, esse sono tutte uguali. Dio crea ogni persona a una stessa immagine – la Sua immagine – e tuttavia nessuna è uguale a un’altra.» (Mishnah Sanhedrin 4:5)
Questa enfasi sulla differenza è un tema ricorrente nell’ebraismo. Per esempio, quando Mosè chiede a Dio di nominare il suo successore, usa un’espressione insolita: «Possa il Signore, Dio degli spiriti di tutta l’umanità, nominare un uomo sulla comunità» (Numeri 27:16). A questo proposito Rashi commenta:
«Perché viene usata questa espressione (“Dio degli spiriti di tutta l’umanità”)? [Mosè] gli disse: Signore dell’universo, Tu conosci il carattere di ogni persona e sai che non esistono due persone uguali. Pertanto, nomina per loro un leader che sappia sopportare ciascuna persona secondo la sua disposizione.»
Uno dei requisiti fondamentali di un leader nell’ebraismo è che egli o ella sia capace di rispettare le differenze tra gli esseri umani. Questo è un punto sottolineato da Maimonide nella Guida dei Perplessi: «L’uomo è, come sai, la forma più elevata nella creazione, e comprende quindi il maggior numero di elementi costitutivi. Per questo la razza umana contiene una così grande varietà di individui che non possiamo trovare due persone esattamente uguali in alcuna qualità morale o nell’aspetto esteriore… Questa grande varietà e la necessità della vita sociale sono elementi essenziali nella natura dell’uomo. Ma il benessere della società richiede che vi sia un leader capace di regolare le azioni dell’uomo. Egli deve completare ogni mancanza, eliminare ogni eccesso e prescrivere la condotta di tutti, così che la varietà naturale possa essere controbilanciata dall’uniformità della legislazione, affinché l’ordine sociale possa essere ben stabilito.»
Il problema politico, secondo Maimonide, consiste nel regolare gli affari degli esseri umani in modo tale da rispettare la loro individualità senza creare il caos. Un punto simile emerge da un sorprendente insegnamento rabbinico: «I nostri Rabbini hanno insegnato: Se uno vede una folla di Israeliti, dice: Benedetto Colui che discerne i segreti – perché la mente di ciascuno è diversa da quella dell’altro, proprio come il volto di ciascuno è diverso da quello dell’altro. (Brachot 58a)
Ci saremmo aspettati che una benedizione su una folla sottolineasse la sua grandezza, la sua massa: gli esseri umani nella loro collettività. Una folla è un gruppo abbastanza grande perché l’individualità dei volti venga perduta. Eppure la benedizione sottolinea l’opposto – che ogni membro di una folla è ancora un individuo con pensieri, speranze, paure e aspirazioni distintivi.
Lo stesso valeva per il rapporto tra i Saggi. Una Mishnah afferma: «Quando Rabbi Meir morì, cessarono i compositori di parabole. Quando morì ben Azzai, cessarono gli studenti assidui. Quando morì ben Zoma, cessarono gli interpreti… Quando morì Rabbi Akiva, cessò l’onore della Torà. Quando morì Rabbi Chanina ben Dosa, cessarono gli uomini d’azione. Quando morì Rabbi Yose Katnuta, cessarono gli uomini pii… Quando morì Rabban Yochanan bar Zakai, cessò lo splendore della sapienza…. Quando morì Rabban Gamliel il Vecchio, cessarono l’umiltà, la purezza e il timore del peccato.» (Mishnah Sotà 9:15)
Non esisteva un unico modello del Saggio. Ognuno aveva i propri meriti distintivi, il proprio contributo unico all’eredità collettiva. Sotto questo aspetto, i Saggi stavano semplicemente continuando la tradizione della Torà stessa. Nel Tanach non esiste un unico modello dell’eroe o dell’eroina religiosa. I patriarchi e le matriarche avevano ciascuno il proprio carattere inconfondibile. Mosè, Aronne e Miriam emergono ciascuno come diversi tipi di personalità. Re, sacerdoti e profeti avevano ruoli diversi da svolgere nella società israelita. Persino tra i profeti, «non due profetizzano nello stesso stile», dissero i Saggi (Sanhedrin 89a). Elia era zelante, Eliseo era mite. Osea parlava d’amore, Amos parlava di giustizia. Le visioni di Isaia erano più semplici e meno oscure di quelle di Ezechiele.
Lo stesso vale persino per la Rivelazione al Sinai stessa. Ogni individuo ascoltò, nelle stesse parole, una diversa inflessione: «La voce del Signore è con potenza» (Sal. 29:4): cioè, secondo la capacità di ciascun individuo, dei giovani, degli anziani e dei piccolissimi, ciascuno secondo la propria capacità [di comprensione]. Dio disse a Israele: «Non crediate che vi siano molti dèi in cielo perché avete udito molte voci. Sappiate che Io solo sono il Signore vostro Dio.»
Secondo Maharsha, esistono 600.000 interpretazioni della Torà. Ogni individuo è, in teoria, capace di avere una comprensione unica del suo significato. Il filosofo francese Emmanuel Levinas ha commentato: «La Rivelazione ha un modo particolare di produrre significato, che consiste nel richiamarsi all’unicità dentro di me. È come se una molteplicità di persone… fosse la condizione per la pienezza della “verità assoluta”, come se ogni persona, in virtù della propria unicità, fosse in grado di garantire la rivelazione di un unico aspetto della verità, cosicché alcuni dei suoi aspetti non sarebbero mai stati rivelati se determinate persone fossero state assenti dall’umanità.»
L’ebraismo, in breve, sottolinea l’altro lato della massima E pluribus unum («Dai molti, uno»). Perché l’ebraismo dice: «Dall’Uno, molti.»
Il miracolo della creazione è che l’unità in cielo produce diversità sulla terra. La Torà è la pioggia che alimenta questa diversità, permettendo a ciascuno di noi di diventare ciò che soltanto noi possiamo essere.
Di rabbi Jonathan Sacks zzl



