Appunti di Parashà cura di Lidia Calò
Mosè parlò al popolo del «Dio degli dèi e Signore dei signori, il Dio grande, potente e terribile», la cui grandezza non consiste soltanto nell’essere il Creatore dell’universo e il plasmatore della storia, ma anche nel fatto che «Egli rende giustizia all’orfano e alla vedova e ama lo straniero, dandogli pane e vestito.» Coloro che agiscono così sono i veri uomini e le vere donne di Dio.
Una sequenza di versetti nella parashà di questa settimana ha dato origine a un bellissimo passo del Talmud, che ha trovato posto anche nel Siddur. È tra i brani che recitiamo dopo il servizio serale del sabato sera, quando lo Shabbat giunge al termine. Ecco il testo su cui si basa: «Poiché il Signore vostro Dio è il Dio degli dèi e il Signore dei signori, il Dio grande, potente e terribile, che non usa favoritismi e non accetta tangenti. Egli rende giustizia all’orfano e alla vedova e ama lo straniero, dandogli pane e vestito.» (Deuteronomio 10:17-18)
L’accostamento di questi due versetti – il primo sulla supremazia di Dio, il secondo sulla Sua cura per gli umili e i soli – non potrebbe essere più sorprendente. La Potenza delle potenze si prende cura di coloro che non hanno potere. L’Infinito si interessa del piccolo. L’Essere che è al cuore dell’essere ascolta coloro che stanno ai margini: l’orfano, la vedova, lo straniero, il povero, l’emarginato, il trascurato. Su questa idea il maestro del III secolo Rabbì Yochanan costruì la seguente omelia: «Ovunque tu trovi la grandezza del Santo, benedetto Egli sia, lì trovi anche la Sua umiltà. Questo è scritto nella Torà, ripetuto nei Profeti e affermato per la terza volta negli Scritti.
È scritto nella Torà: “Poiché il Signore vostro Dio è il Dio degli dèi e il Signore dei signori, il Dio grande, potente e terribile, che non usa favoritismi e non accetta tangenti.”
Subito dopo è scritto: “Egli rende giustizia all’orfano e alla vedova e ama lo straniero, dandogli pane e vestito.”
È ripetuto nei Profeti, come è detto: “Così dice l’Alto e l’Eccelso, Colui che vive in eterno e il cui nome è Santo: Io dimoro in un luogo alto e santo, ma anche con chi ha lo spirito contrito e umile, per ravvivare lo spirito degli umili e ridare vita al cuore dei contriti.”
È affermato per la terza volta negli Scritti: “Cantate a Dio, inneggiate al Suo nome, esaltate Colui che cavalca le nubi: il Signore è il Suo nome; gioite davanti a Lui.”
Subito dopo è scritto: “Padre degli orfani e giudice delle vedove è Dio nella Sua santa dimora.”» Talmud Bavli, Meghillà 31a
È questo il passo che ha trovato posto nella liturgia (ashkenazita) alla conclusione dello Shabbat. La sua presenza ci ricorda che, mentre il giorno di riposo termina e torniamo alle nostre occupazioni quotidiane, non dobbiamo essere così presi dai nostri interessi da dimenticare coloro che si trovano in condizioni meno favorevoli. Prendersi cura solo di noi stessi e di coloro che dipendono direttamente da noi non è «la via di Dio».
Uno degli aspetti più insoliti dell’essere Rabbino Capo è che si arriva a conoscere persone che altrimenti non si incontrerebbero mai. Ci sono stati tre episodi che mi hanno profondamente colpito.
Di tanto in tanto Elaine ed io organizziamo cene per persone appartenenti sia alla comunità ebraica sia al di fuori di essa. Di solito, alla fine, gli ospiti ringraziano i padroni di casa. Una sola volta, però, un ospite non si limitò a ringraziarci, ma chiese anche il permesso di entrare in cucina per ringraziare coloro che avevano preparato e servito il pasto. Fu un gesto di grande sensibilità. Ancora più interessante fu scoprire chi fosse quella persona. Era John Major, Primo Ministro del Regno Unito. La grandezza è umiltà.
La sinagoga più antica della Gran Bretagna è Bevis Marks, nel cuore della City di Londra. Costruita nel 1701, fu la prima sinagoga costruita appositamente a Londra, realizzata dagli ebrei spagnoli e portoghesi che furono i primi a ritornare in Inghilterra – o a praticare pubblicamente l’ebraismo, poiché alcuni erano stati marrani – dopo che Oliver Cromwell concesse nel 1656 agli ebrei il permesso di tornare, dopo l’espulsione decretata da Edoardo I nel 1290.
Modellata sulla Grande Sinagoga di Amsterdam, è rimasta quasi immutata da allora. Solo l’aggiunta dell’illuminazione elettrica ha segnato il passare del tempo; e persino oggi, nelle occasioni speciali, le funzioni vengono celebrate alla luce delle candele, proprio come in quei primi anni.
Per la celebrazione del tricentenario, nel 2001, il principe Carlo visitò la sinagoga. Lì incontrò membri della comunità e i dirigenti dell’ebraismo britannico. Ciò che colpì fu che trascorse tanto tempo a parlare con i giovani uomini e donne impegnati nel servizio di sicurezza quanto con le personalità più importanti dell’ebraismo inglese.
Per motivi di sicurezza, molte persone si offrono volontarie per fare la guardia durante gli eventi comunitari: è parte del lavoro di una delle nostre migliori organizzazioni, il Community Security Trust. Spesso la gente passa loro accanto senza quasi notarli. Il principe Carlo, invece, li notò e fece sentire ciascuno di loro importante quanto chiunque altro presente in quella splendida occasione. La grandezza è umiltà.
Sarah Levene (non è il suo vero nome) morì tragicamente in giovane età. Lei e suo marito erano stati benedetti da Dio con un enorme successo ed erano immensamente ricchi; ma non spendevano il loro denaro per sé stessi. Facevano tzedakà su scala enorme, all’interno e oltre la comunità ebraica, in Gran Bretagna, in Israele e altrove. Erano tra i più grandi filantropi del nostro tempo.
Quando Sarah morì, tra coloro che sentirono maggiormente la sua mancanza vi furono i camerieri e le cameriere di un noto albergo in Israele dove soggiornavano spesso. Si scoprì che lei conosceva ciascuno di loro: sapeva da dove venivano, quale fosse la loro situazione familiare, quali difficoltà stessero attraversando, quali problemi affrontassero. Ricordava non solo i loro nomi, ma anche quelli dei loro coniugi e dei loro figli. Ogni volta che uno di loro aveva bisogno di aiuto, lei faceva in modo che arrivasse, discretamente, senza attirare l’attenzione. Era un’abitudine che aveva ovunque andasse.
Dopo la sua morte scoprii come lei e suo marito si fossero sposati. Lui era più anziano di lei ed era un amico dei suoi genitori. Sarah aveva alcune settimane libere durante l’estate prima dell’inizio dell’anno accademico e il signor Levene (anche questo non è il suo vero nome) le offrì un lavoro estivo.
Una sera, terminato il lavoro, stavano andando a raggiungere i suoi genitori per cena.
Per strada passarono accanto a un mendicante. Il signor Levene, molto scrupoloso nell’osservare la mitzvà della tzedakà, mise la mano in tasca e diede all’uomo una moneta. Mentre continuavano a camminare, Sarah gli chiese di prestarle del denaro: una somma piuttosto consistente, promettendo che gliela avrebbe restituita alla fine della settimana, quando lui le avrebbe pagato il salario. Lui acconsentì. Lei allora corse indietro dal mendicante e gli diede il denaro. «Perché hai fatto questo?» le chiese. «Gli avevo già dato dei soldi.»
«Quello che gli hai dato» rispose lei «gli bastava per aiutarlo oggi, ma non era sufficiente a cambiare la sua vita.»
Alla fine della settimana il signor Levene diede a Sarah il suo salario. Lei gli restituì gran parte del denaro, ricordandogli che doveva restituirgli la somma che lui le aveva prestato.
«Accetterò il denaro» le disse «perché non voglio privarti della tua mitzvà.»
Ma – come lui stesso mi raccontò dopo la sua morte – «Fu allora che decisi di chiederle di sposarmi, perché il suo cuore era più grande del mio.»
Durante tutto il loro matrimonio dedicarono tanto tempo ed energie a distribuire il loro denaro a opere di beneficenza quanto ne dedicarono a guadagnarlo. Furono responsabili di molti dei più straordinari progetti educativi, medici e ambientali del nostro tempo.
Ho avuto il privilegio di conoscere altri filantropi, ma nessuno che conoscesse i nomi dei figli dei camerieri dell’albergo in cui soggiornava; nessuno che si prendesse cura con maggiore attenzione di coloro che gli altri quasi non notavano; nessuno che aiutasse gli altri con maggiore discrezione, maggiore efficacia e maggiore umanità. La grandezza è umiltà.
Questa idea – controintuitiva, inattesa, capace di cambiare la vita – è uno dei grandi contributi della Torà alla civiltà occidentale ed è espressa nelle parole della nostra parashà, quando Mosè parlò al popolo del «Dio degli dèi e Signore dei signori, il Dio grande, potente e terribile», la cui grandezza non consiste soltanto nell’essere il Creatore dell’universo e il plasmatore della storia, ma anche nel fatto che «Egli rende giustizia all’orfano e alla vedova e ama lo straniero, dandogli pane e vestito.»
Coloro che agiscono così sono i veri uomini e le vere donne di Dio.
di rabbi Jonathan Sacks zzl



