Invasione di cavallette

Parashat Bo

Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò 
La parasha in sintesi tratta dei seguenti argomenti: piaga delle cavallette e quella delle tenebre non servono a persuadere Par’ò, che viene minacciato di dover assistere alla morte di tutti i primogeniti.
Moshè acquisisce grande prestigio agli occhi degli egizi che, come predetto HaShèm, cominciano a nutrire rispetto anche per gli ebrei.
Hashèm insegna a Moshè il valore del primo giorno del mese.
Hashèm ordina al popolo ebraico di legare al proprio letto, il dieci del mese di Nissàn, un capo di bestiame minuto, che verrà sacrificato quattro giorni dopo e consumato in tutta fretta, con erbe amare e azzimi. Parte del suo sangue dovrà contrassegnare gli stipiti e l’architrave della porta di ciascuna casa ebraica, in segno di distinzione, affinché siano risparmiati dalla piaga dei primogeniti che verrà eseguita da D-o stesso.
Hashèm comanda a Moshè di trasmettere al popolo ebraico il precetto di eseguire il sacrificio pasquale anche in futuro.
L’Egitto viene colpito dalla morte dei primogeniti, piaga che finalmente vince la dura resistenza di Par’ò, il quale accetta di liberare il popolo ebraico. Hashèm impartisce ulteriori leggi concernenti il sacrificio pasquale.
Hashèm chiede a Moshè di istruire il popolo sul precetto di commemorare l’Esodo, valido per tutte le generazioni future, accompagnato anche dal divieto di consumare e di possedere cibi lievitati.
In ricordo del fatto che i primogeniti ebrei sono stati risparmiati dalla terribile piaga che invece ha colpito gli egizi, Hashèm impone agli ebrei il precetto di consacrargli ogni primogenito maschio di uomo e di animale puro, nonché di asino.

La parashà si conclude con il precetto di indossare i tefillìn.
Da virtualyeshiva

Immaginate lo sforzo che deve essere costato agli ebrei il sacrificio di un animale caro ai loro padroni….

In Esodo 12, ai versetti 12 e 13, leggiamo la descrizione della strana cerimonia che impone agli ebrei di porre il sangue del primo sacrificio di Pesach sugli stipiti delle loro porte e sugli architravi.

Che strano segno e soprattutto perché Dio ha bisogno di un segno per riconoscere le case ebraiche da quelle egiziane?

In molti si sono posti questa domanda e tra questi Don Isaac Abravanel, l’uomo di stato, filosofo e commentatore della Bibbia nato a Lisbona nel 1437 e morto a Venezia nel 1508, dopo aver vissuto la immane tragedia dell’espulsione degli ebrei dalla Spagna e dall’Italia meridionale.

La risposta di Abravanel è molto semplice: Dio non aveva bisogno di nessun segno esterno per riconoscere una casa ebraica da una casa egiziana, ovviamente.

L’obbligo per questa cerimonia va interpretato come un momento educativo fondamentale per il popolo ebraico nascente che viveva in Egitto e che in Egitto aveva assimilato costumi e cultura.

Sacrificare un agnello significò in quel contesto affrontare la cultura egiziana che considerava sacro questo animale.

Immaginiamo per un momento la scena e comprendiamo profondamente quanto sforzo mentale e coraggio ci volle perché gli ebrei, ex schiavi, sacrificassero sotto gli occhi dei loro ex padroni un animale a loro sacro.

A questo punto il sangue sulle porte non è più un segno per Dio, bensì un segno educativo per il popolo stesso, l’attestazione stessa di un coraggio identitario nell’essere quello che si è e nel farlo nel bel mezzo dell’Egitto, il luogo della schiavitù e dell’assimilazione di una cultura decisamente lontana da quella ebraica. Di Rav Pinhas Punturello

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