Sinistra e Israele, un rapporto incrinato. L’evento di Kesher

Kesher

di Nathan Greppi

Quando esponenti di AVS (Alleanza Verdi e Sinistra) sono andati in Israele, si sono rifiutati di incontrare Yair Golan, leader della coalizione dei Democratici che rappresenta una parte consistente dell’opposizione. L’episodio è stato raccontato da Roberto Della Rocca, italiano emigrato in Israele ed esponente del partito israeliano di sinistra progressista Meretz, presente nell’Aula Magna Benatoff della Scuola Ebraica giovedì 5 marzo in occasione della conferenza organizzata da Kesher intitolata Sinistra e Israele. Genesi e risposte alla nuova ferita, a cui hanno partecipato come relatori il giornalista Maurizio Molinari e il deputato Piero Fassino,moderati da Yasha Reibman.

Un aneddoto, quello raccontato da Della Rocca che riflette un più ampio divario tra la sinistra (non solo italiana) e Israele, peggiorato considerevolmente dal 7 ottobre 2023 in poi. Ciò fa sì che anche la sinistra israeliana che osteggia Netanyahu si ritrovi spesso priva di interlocutori all’estero, mentre in Italia il disegno di legge contro l’antisemitismo ha visto gran parte della sinistra votare contro o astenersi.

Rav Arbib: l’antisemitismo a sinistra non è un problema nuovo

Introdotta dall’assessore alla cultura della Comunità Ebraica di Milano Emanuela Alcalay e moderata dallo psichiatra Yasha Reibman, la serata è iniziata con l’intervento del rabbino capo di Milano, Rav Alfonso Arbib, che ha riconosciuto al senatore PD Graziano Delrio il merito di aver portato avanti il DDL contro l’antisemitismo nonostante la maggioranza del suo stesso partito gli remasse contro.

Sebbene in molti vivono come una novità questa divergenza con la sinistra, Rav Arbib ha spiegato che “in realtà non è un problema nuovo”. Un precedente “è stato il 1982, il momento della guerra in Libano. Anche lì c’è stata l’accusa di genocidio, e anche lì abbiamo avuto la campagna stampa in cui la sinistra si è distinta”, giungendo all’attentato terroristico contro la Sinagoga Maggiore di Roma.

Ha sottolineato che il fenomeno non è nuovo “andando anche più lontano nella storia. […] Uno dei momenti più importanti della storia ebraica contemporanea è stata la Rivoluzione Francese, che ha portato al processo di emancipazione degli ebrei in Francia, poi in Italia e dovunque sia arrivato Napoleone Bonaparte. […] Il diritto di cittadinanza agli ebrei viene riconosciuto nel 1791. La rivoluzione è del 1789. Discutono due anni, in tempi rivoluzionari è un’enormità. Ci sono moltissime opposizioni, ma una parte degli oppositori vengono dal mondo progressista”. Tra questi, ha fatto il nome del giacobino alsaziano Jean-François Reubell, e “se qualcuno vuole andare a leggere gli scritti di Voltaire sugli ebrei, diciamo che non avrà delle bellissime sorprese”.

In certi periodi l’antisemitismo non solo godeva di un forte sostegno popolare, ma in più per questo era anche alla base di diversi programmi elettorali. Citando come fonte il saggio Storia dell’antisemitismo dello storico francese Léon Poliakov, Rav Arbib ha citato un altro esempio: “A Vienna, alla fine dell’800 e all’inizio del ‘900, abbiamo un sindaco che è Karl Lueger, […] eletto sindaco con una maggioranza schiacciante su un programma esplicitamente antisemita”. Citando le tesi di uno storico tedesco riportate sempre da Poliakov, ha affermato che “in realtà, la questione dell’elezione di Lueger si lega ovviamente con la storia dell’Austria”, ma anche con il fatto che “nessun partito, di destra o di sinistra, poteva presentare una piattaforma in cui non comparisse l’antisemitismo, perché era popolare”. Senza un carattere antisemita, era impossibile per un partito vincere le elezioni.

Alla luce di tutto ciò, Rav Arbib ha detto che “esiste un elemento popolare nell’antisemitismo, ed è sempre esistito. Gli ebrei sono stati considerati in vari modi: ad esempio, sono stati considerati gli sfruttatori del popolo”, coloro che tramite l’usura “succhiavano il sangue dei poveri. Quindi, chi si opponeva agli ebrei era colui che difendeva i poveri”.

Piero Fassino: il sionismo è un movimento di emancipazione

Oggi, chi a sinistra si schiera con gli ebrei e Israele può essere contestato duramente. Lo sa bene il deputato Piero Fassino, già ministro della giustizia e sindaco di Torino nonché fondatore di “Sinistra per Israele”, il quale è apparso sullo schermo in collegamento da remoto. “La storia del rapporto tra sinistra e Israele è una storia lunga, complicata”, ma la complessità non cambia il fatto che “il sionismo nasce come un movimento di emancipazione sociale e nazionale del popolo ebraico”, che nasce “nel momento stesso in cui nascevano i primi movimenti socialisti” alla fine dell’800. Ciò, secondo lui, rifletteva un più stretto rapporto tra ebrei e socialisti.

Tuttavia, ha aggiunto, “il ‘900 è un secolo nel quale […] quel filo si mantiene. La Rivoluzione d’Ottobre vede anche la presenza del mondo ebraico attraverso il Bund. La comune lotta contro il nazismo e il fascismo ovviamente rinsalda il rapporto tra sinistra e mondo ebraico, nonostante le persecuzioni di Stalin” e più in generale il fatto che esistevano politiche antiebraiche anche in Unione Sovietica.

Ha illustrato uno dei primi segnali dell’atteggiamento ostile da parte dell’URSS: “Quando Stalin decide di sostituire gruppi dirigenti comunisti nazionali in Cecoslovacchia, in Ungheria e in Polonia per sostituirli con gruppi dirigenti molto più fedeli a Mosca, utilizzerà l’accusa di sionismo”. Ma “il momento più drammatico nei rapporti” con ebrei e Israele “è pervenuto tra il ’67 e il ’73, durante la guerra dei sei giorni e la guerra del Kippur. […] In un mondo diviso in modo bipolare tra due schieramenti, uno guidato dagli Stati Uniti e uno guidato dall’Unione Sovietica, il mondo comunista in generale si schierò con i paesi arabi”.

Sebbene furono anni molto difficili per i rapporti tra la sinistra e Israele, Fassino ha ricordato che durante la guerra in Libano del 1982, siccome c’era una parte consistente della sinistra israeliana che vi si opponeva, ciò fu importante perché “emergeva il fatto che la società israeliana è una società democratica, e come tutte le società democratiche era attraversata da una dialettica. Mentre fino a quel momento, c’era una rappresentazione della società israeliana come del tutto omogenea”. Ciò consenti al Partito Comunista Italiano “di riaprire una relazione con la sinistra (israeliana), prima con il Meretz e poco dopo con il Labour”.

Ha raccontato un aneddoto personale, legato al periodo in cui era segretario del PCI a Torino: “Consapevole che c’era questa lacerazione drammatica con il mondo ebraico, che a Torino era pesante perché gran parte della Comunità Ebraica di Torino era stata molto vicina al partito, mi posi il problema che non si poteva non affrontare questo tema”. Perciò, “misi in piedi un convegno, con un titolo che oggi è banale ma allora era eretico, ‘Medio Oriente: esiste anche una questione ebraica’. Presi una sala di 200 persone in un albergo di Torino, c’era gente per strada e arrivarono da tutta Italia, il che vuol dire che c’era una domanda da parte di tanti ebrei di sinistra di trovare nuovamente il modo per ritornare ad un rapporto con la sinistra”. In seguito, anche leader di sinistra come Giorgio Napolitano e Achille Occhetto arrivarono a riconoscere la legittimità del sionismo.

Maurizio Molinari: la soluzione dei due Stati non è più perseguibile

Nel ricollegarsi al racconto di Fassino, il giornalista Maurizio Molinari ha sottolineato il fatto che i mutamenti della sinistra italiana su Israele “avvengono sempre per un contemporaneità dialettica”. Secondo lui, i cambiamenti epocali che in passato hanno portato la sinistra a riavvicinarsi a Israele e al mondo ebraico negli anni ‘90 furono due: “La fine della guerra fredda con la sconfitta dell’impero sovietico, e dunque venivano meno le premesse che avevano spinto il Partito Comunista a sposare posizioni filoarabe e antisioniste, e gli Accordi di Oslo, che portarono Israele ad accettare la formula dei due Stati”.

Passando dalla storia all’attualità, Molinari ha affermato: “Oggi, invece, […] ci troviamo in una situazione dove il maggior partito della sinistra ingrana la marcia indietro”, ma lo fa “in un momento di nuovo epocale, dove a livello globale quell’ordine non è più tale. L’ordine internazionale nato dalla fine della guerra fredda non c’è più. Quindi non c’è più un Occidente che vince e il mondo sovietico che perde, ma siamo all’inizio di una fase di transizione, dove le tre potenze esistenti, gli Stati Uniti, la Russia e la Cina, sono in competizione tra loro”, il che porta ad una instabilità permanente.

Un’altra differenza, rispetto al passato, è che “per effetto del 7 ottobre, la formula dei due Stati non è più perseguibile. Bisogna essere onesti: la maggioranza degli israeliani, oggi, non la accetterebbe, perché il massacro è stato fatto dal vicino di casa. Questo non significa che la maggioranza degli israeliani, dentro di sé, ancora non pensa che si arriverà ai due Stati. Ma come hanno detto a me innumerevoli persone, inclusi quelli che hanno costruito gli accordi (di Oslo), ‘Maurizio, per una generazione non se ne parla’”.

Alla luce di questi due fattori, il crollo dell’ordine mondiale e il dietrofront israeliano sui due Stati, mancano le premesse che portarono la sinistra a riavvicinarsi a Israele. Pertanto, Molinari ha chiesto a Fassino: “Siccome l’arte della politica è l’arte del possibile, […] quale può essere una risposta di sinistra a questo nuovo scenario?”. Fassino ha risposto raccontando di aver visitato Israele diverse volte dopo il 7 ottobre, parlando con esponenti di tutti i partiti israeliani, i quali gli hanno confermato le stesse cose che ha detto Molinari. Ha inoltre aggiunto: “Il 7 ottobre ha prodotto uno shock nella società israeliana, che in Europa si continua a non comprendere. E quello shock ha divelto la fiducia nella possibilità nella coesistenza di due Stati. […] E se non c’è fiducia, non puoi fare nessun accordo”.