di Michael Soncin
Dagli algoritmi dei social network alla disinformazione nel dibattito politico, il confine tra libertà di parola e capacità di influenzare l’opinione pubblica al centro dell’incontro inaugurale di Kesher a Milano. (Da Sinistra: Antonio Monteleone, Paolo Salom, Daniele Nahum)

Dove è finita la libertà di espressione? È la domanda che ha dato il titolo alla serata inaugurale di Kesher, domenica 18 ottobre, nella Nuova Aula Magna A. Benatoff. Ad aprire l’incontro è stata Emanuela Alcalay, assessore alla Cultura della Comunità Ebraica di Milano. Il dibattito è stato poi introdotto e moderato da Paolo Salom, direttore dei Media della Comunità, con la partecipazione di Antonino Monteleone, giornalista televisivo, e Daniele Nahum, consigliere comunale a Milano.
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Al centro della discussione, una questione che va ben oltre il diritto di esprimere liberamente le proprie opinioni: in un mondo dominato dalla comunicazione digitale, chi decide quali messaggi raggiungono il pubblico, quali idee acquistano visibilità e quali, invece, finiscono ai margini?
La libertà di parola nell’era degli algoritmi
Salom ha aperto il confronto richiamando l’articolo 21 della Costituzione italiana, che tutela il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. Ma tra il riconoscimento formale di un diritto e il suo esercizio concreto esiste una certa distanza che merita di essere indagata.
La questione riguarda soprattutto il ruolo assunto dai social network, capaci di orientare la circolazione delle informazioni e di amplificare determinati messaggi. Salom ha richiamato anche le preoccupazioni legate ad essi e alla possibile influenza di determinati Paesi e le dinamiche messi in atto nella comunicazione, sottolineando come la libertà di espressione si intrecci con la libertà personale e con la possibilità, per ciascuno, di vivere senza intimidazioni.
Un aspetto particolarmente delicato riguarda la condizione degli ebrei nella vita quotidiana. Il giornalista ha ricordato la difficoltà di indossare la kippah nelle strade di Milano senza rischiare insulti o aggressioni verbali, richiamando così il tema dell’antisemitismo e del rapporto tra i diritti formalmente garantiti e la realtà vissuta dalle persone.
Monteleone ha contestato l’idea – come certi alcuni al contrario sostengono – che in Italia manchi, per alcune frangenti, la libertà di espressione. Ha invece posto l’attenzione sul potere degli algoritmi, che selezionano i contenuti proposti agli utenti e contribuiscono a determinare la visibilità delle informazioni.
Nel suo intervento ha richiamato in particolare TikTok, soffermandosi sulla differenza tra i contenuti che vengono proposti ai giovani in Cina e quelli diffusi sulle piattaforme utilizzate in Occidente. Una differenza che solleva interrogativi sulla capacità dei sistemi digitali di orientare l’attenzione, le abitudini e le priorità delle nuove generazioni.
Ad essere cambiato, secondo Monteleone, è anche il rapporto tra cittadini, politica e informazione. Se in passato il confronto pubblico passava soprattutto attraverso giornali e televisioni, oggi politici e personaggi pubblici possono rivolgersi direttamente al proprio pubblico attraverso profili social, video e dirette. Ognuno può così raggiungere i propri interlocutori senza necessariamente passare attraverso il filtro di una redazione.
Ma questa apparente democratizzazione della comunicazione porta con sé un paradosso: avere più strumenti per parlare non significa necessariamente essere ascoltati di più. La visibilità dei contenuti dipende anche dalle logiche delle piattaforme, mentre una notizia falsa può circolare più rapidamente di una corretta, ma avere conseguenze reali. È questo, secondo il giornalista, uno dei nodi centrali del dibattito contemporaneo.
La disinformazione e le conseguenze sul dibattito politico
Il confronto si è poi spostato sul terreno della politica. Salom ha richiamato le difficoltà di distinguere, nello spazio digitale, tra informazione, propaganda e tentativi di influenzare l’opinione pubblica.
Da qui la domanda rivolta a Daniele Nahum: che cosa accade quando la circolazione di informazioni false o fuorvianti entra nel dibattito istituzionale e contribuisce a orientare le decisioni politiche?
Nahum ha portato come esempio la discussione del gemellaggio tra Milano e Tel Aviv. Ha ricordato quando si è trovato a contrastare affermazioni che erano false, in particolare quelle che mettevano in discussione la natura democratica di Israele.
Il consigliere comunale ha poi affrontato l‘uso della parola «genocidio» nel dibattito pubblico sulla guerra a Gaza, contestandone l’uso in quella che considera una diffusione impropria e strumentale. Nahum che sostenuto che l’impiego del termine, soprattutto da parte di esponenti politici e media, debba essere valutato con particolare attenzione, distinguendo tra la descrizione di una guerra, quella di un massacro e una specifica qualificazione giuridica quale quella di genocidio.
Le osservazioni di Nahum si inseriscono in una più ampia preoccupazione per la qualità del confronto democratico.Egli ha ricordato come, agli inizi della diffusione di Internet, si immaginasse che l’accesso crescente alle informazioni avrebbe favorito un dibattito pubblico più maturo e una maggiore partecipazione democratica. A suo giudizio, l’evoluzione degli ultimi anni ha mostrato invece un quadro più problematico, segnato dalla polarizzazione e dall’indebolimento del confronto politico.
Democrazia, estremismi e libertà: un equilibrio fragile
Nahum ha criticato alcuni settori della sinistra europea, accusandoli di avvicinarsi a posizioni dell’estremismo islamista. Un atteggiamento che segna una distanza dalla tradizione della sinistra francese, che ai tempi dell’affare Dreyfus si era battuta contro l’antisemitismo e in difesa dei diritti.
Secondo Nahum, questo cambiamento rischia di rafforzare le forze dell’estrema destra. Ha citato il caso francese e la crescita del consenso attorno a Marine Le Pen, mettendo in guardia dai rischi di una risposta politica sempre più radicalizzata.
Il ruolo dei media tradizionali
Nella parte successiva del confronto, Salom ha riportato l’attenzione sulla televisione e sul ruolo svolto dai media tradizionali nella costruzione della democrazia italiana. Un ruolo che oggi si confronta con un sistema comunicativo profondamente trasformato, nel quale la comunicazione diretta e individuale sembra spesso prevalere sui canali giornalistici.

Monteleone ha richiamato anche il funzionamento delle istituzioni internazionali, osservando come la tutela dei diritti umani sia affidata, in alcuni organismi, a Paesi il cui rispetto di tali diritti è oggetto di forti contestazioni.
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Il dibattito ha posto così una questione che attraversa l’intero incontro: la libertà di espressione non si esaurisce nella possibilità di pronunciare una frase o pubblicare un contenuto. Riguarda anche le condizioni nelle quali le informazioni circolano, la possibilità di verificarle e il diritto di partecipare al dibattito senza subire intimidazioni.
In una società in cui la comunicazione è sempre più rapida e frammentata, la sfida resta quella di preservare uno spazio pubblico nel quale il confronto non venga sostituito dalla propaganda e nel quale la libertà di parola possa convivere con la responsabilità verso gli altri.



