Stati Generali dell’Ebraismo italiano: identità, sicurezza e futuro al centro del confronto UCEI

Feste/Eventi

di Ludovica Iacovacci

Identità, sicurezza, rapporto con Israele, formazione delle nuove classi dirigenti e contrasto all’antisemitismo. Sono stati questi i temi al centro degli Stati Generali dell’Ebraismo italiano, promossi domenica 12 luglio a Roma dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI), una giornata di confronto che ha riunito rappresentanti istituzionali, rabbini, dirigenti comunitari, giovani e professionisti per delineare le priorità dell’ebraismo italiano nei prossimi anni. Più che un semplice convegno, un momento di riflessione collettiva sul presente e sul futuro dell’ebraismo italiano.

Una nuova stagione dell’ebraismo italiano

Ad aprire i lavori è stata la presidente dell’UCEI, Livia Ottolenghi, eletta pochi mesi fa alla guida dell’Unione. Nel suo intervento ha ricordato come il nuovo Consiglio sia entrato in carica da meno di centocinquanta giorni, ringraziando le istituzioni della Repubblica per la vicinanza dimostrata nei confronti dell’ebraismo italiano e richiamando il nuovo disegno di legge dedicato al contrasto dell’antisemitismo come segnale di attenzione da parte dello Stato.

La presidente ha rivolto un ringraziamento anche alla precedente dirigenza dell’Unione, ricordando il lavoro svolto negli anni segnati dalla pandemia, dalla crescente polarizzazione internazionale e, soprattutto, dagli effetti del 7 ottobre. Un evento che, ha osservato, «ha cambiato la vita di tutti noi», facendo crollare molte delle certezze sulle quali le comunità avevano costruito il proprio equilibrio.

Secondo Ottolenghi, proprio da questa consapevolezza deve partire una nuova stagione dell’ebraismo italiano, capace di ripensare le proprie politiche culturali e comunitarie senza rinunciare alla propria identità. Una riflessione resa ancora più urgente da un contesto nel quale Israele e gli ebrei sono sempre più oggetto di accuse che travalicano il piano politico per assumere una dimensione culturale e persino teologica.

Nel suo intervento la presidente ha denunciato una rappresentazione pubblica spesso parziale dell’ebraismo italiano e di Israele. Da una parte, ha osservato, gli ebrei italiani vengono frequentemente marginalizzati nel dibattito pubblico oppure chiamati a rispondere ad aspettative formulate da altri; dall’altra, episodi isolati vengono amplificati mediaticamente fino a trasformarsi nella rappresentazione dell’intera realtà israeliana. Una dinamica che, secondo Ottolenghi, rende ancora più necessario un lavoro di ricostruzione del dialogo con la società italiana.

Sicurezza e nuove minacce

Tra i temi centrali della giornata vi è stato quello della sicurezza, affrontato da Lucio Pifferi, direttore centrale della Polizia di Prevenzione del Ministero dell’Interno.

Pifferi ha definito la sicurezza una “precondizione della libertà”, ricordando come ogni cittadino debba poter esercitare i propri diritti costituzionali senza timore. Per questo motivo, ha spiegato, la collaborazione tra istituzioni e comunità ebraiche rappresenta un patrimonio costruito negli anni e oggi ancora più prezioso.

Il dirigente ha ricordato come l’Italia abbia già conosciuto il terrorismo internazionale rivolto contro obiettivi ebraici, citando gli attentati alla Sinagoga di Roma e quelli all’aeroporto di Fiumicino. Tuttavia, la minaccia contemporanea si presenta con caratteristiche profondamente diverse rispetto al passato.

Oggi, ha spiegato, il terreno principale della radicalizzazione è quello digitale. Attraverso la propaganda diffusa online, contenuti estremisti riescono a raggiungere in tempi rapidissimi giovani particolarmente vulnerabili, favorendo processi di isolamento e radicalizzazione difficili da intercettare con gli strumenti tradizionali.

L’aumento degli episodi di antisemitismo registrato in numerosi Paesi europei ha imposto alle forze di sicurezza un significativo rafforzamento delle attività di monitoraggio della rete e dell’intelligence preventiva. Un lavoro che, secondo Pifferi, può essere efficace soltanto mantenendo un dialogo costante con le comunità e rafforzando i rapporti di fiducia costruiti negli anni.

Israele e diaspora: il racconto di chi ha scelto l’Aliyah

La sezione del dibattito dedicata al rapporto tra Israele e diaspora ha raccolto testimonianze personali molto diverse ma accomunate dalla complessità dell’esperienza israeliana.

Yael Ascoli, nata a Roma e trasferitasi ad Haifa all’età di dieci anni, oggi dottoranda in Biofisica, ha raccontato le difficoltà dell’integrazione in Israele. L’assenza di una comunità italiana nella città in cui vive ha costretto la sua famiglia ad adattarsi prevalentemente alla tradizione ashkenazita, pur mantenendo un forte legame con il rito italiano.

L’inserimento, ha spiegato, non è stato immediato. Le difficoltà linguistiche, burocratiche e culturali hanno reso necessario un lungo periodo di adattamento, mentre gli eventi politici degli ultimi anni (dalla riforma della giustizia fino al 7 ottobre) hanno rafforzato il senso di appartenenza allo Stato di Israele.

Pur riconoscendo le opportunità offerte dal Paese nel campo della ricerca scientifica e della costruzione di una famiglia, Ascoli ha descritto Israele come una realtà complessa, attraversata da forti tensioni politiche e sociali, nella quale ogni scelta personale finisce inevitabilmente per intrecciarsi con la dimensione pubblica.

Sulla stessa linea si è collocato l’intervento di Ariela Di Gioacchino, che ha evidenziato come il rapporto tra Israele e diaspora continui a rappresentare uno dei principali nodi identitari dell’ebraismo contemporaneo. Domande come quale debba essere oggi il ruolo della diaspora o se tutti gli ebrei debbano trasferirsi in Israele restano, secondo Di Gioacchino, questioni aperte che accompagnano da sempre l’identità ebraica fuori dallo Stato ebraico.

L’esperienza vissuta in Israele dopo il 7 ottobre, ha aggiunto, ha fatto emergere una profonda frustrazione legata alle continue chiamate dei riservisti, alle difficoltà della vita quotidiana e alla persistente situazione di emergenza.

Infine, Di Gioacchino ha ricordato il ruolo dei giovani, dichiarando: “I giovani hanno molta volontà, hanno solo bisogno di avere fiducia”.

L’identità ebraica tra appartenenza italiana e sionismo

Tra gli interventi più politici quello di Daniele Nahum, consigliere del Comune di Milano, che ha invitato a valorizzare maggiormente il contributo degli ebrei italiani alla storia nazionale.

«Abbiamo partecipato al Risorgimento, alla Resistenza, alla scrittura della Costituzione, ma ne parliamo troppo poco», ha affermato.

Nahum ha espresso forte preoccupazione per la crescita dell’antisemitismo successiva al 7 ottobre, descrivendolo come un fenomeno ormai presente non soltanto negli ambienti estremisti, ma anche nei settori più istruiti della società. «Questa ondata di antisemitismo non è scoppiata nelle fasce estreme della società, ma è un antisemitismo delle fasce alte, dei salotti, della borghesia», ha detto.

Ha affermato che il sionismo è una dottrina di pace e che l’equiparazione tra sionismo e nazismo porta ad un ragionamento che ricade su tutti gli ebrei, ovvero: «Se il sionismo viene presentato come nazismo, qualcuno si sentirà legittimato ad attaccare un ebreo.»

Il consigliere ha denunciato inoltre il clima antisemita registrato in alcune manifestazioni pro-palestinesi e nelle istituzioni locali. Ha parlato, infine, del tentativo, poi respinto per un solo voto, di interrompere il gemellaggio tra Milano e Tel Aviv.

Comunità sempre più piccole e partecipazione in calo

Il tema della vitalità delle comunità è stato affrontato da Filippo Tedeschi, impegnato nella Comunità ebraica di Firenze e nella formazione rabbinica.

Secondo Tedeschi il problema principale non è soltanto quello demografico, ma soprattutto quello della partecipazione. «Otto comunità su ventuno non riescono più a garantire regolarmente il servizio religioso del sabato. Il nodo è la volontà delle persone di partecipare alla vita comunitaria.»

Tavoli di confronto

Durante il corso della giornata si sono poi articolati diversi tavoli di dibattito e confronto suddivisi per argomento.

Tavolo dell’identità: chi siamo?

Rav Ariel Di Porto ha aperto il dibattito al tavolo denominato Identità – chi siamo? ed ha domandato: come possiamo parlare di Israele all’interno della comunità? Dove avviene la trasmissione culturale? Se dovessimo spiegare ad un giovane cos’è l’ebraismo, cosa dovremmo trasmettere?

Al tavolo dell’identità si è discusso che cosa significa essere ebrei. Si è osservato che in Italia, oltre all’ebraismo italiano, ci sono tanti ebraismi e bisogna fare uno sforzo di pluralità e di riconoscimento di pluralità. Ci sono varie identità ebraiche. Si è citata la ricerca Campelli: “o non l’abbiamo letta o non l’abbiamo capita”, osserva un partecipante, il quale afferma che bisogna parlare di ascolto e accoglienza: avere persone sul territorio che vadano a parlare con i singoli; e dall’altro essere accoglienti, anche con chi non è religioso.

Rav Roberto della Rocca è intervenuto sostenendo che “l’ebraismo italiano ha una sua specificità: è sempre stato un ebraismo unitario. Sotto lo stesso ombrello ci sono sempre stati tutti quanti, con le rispettive diversità”, ha osservato. “Quando è stato sfilato l’istituto dell’ebraismo italiano, gli ebrei italiani riconobbero nella legge ebraica – indipendentemente dall’osservanza di ciascuno – la garanzia del pluralismo. L’Halakhà è l’unico elemento monitorato che fino ad oggi dà una definizione solida di chi è ebreo e di chi non è ebreo. C’è bisogno di un regolamento giuridico per far capire chi è ebreo e chi non lo è: l’unico spartiacque è la Halakhà”, ha detto il rabbino. “Se il nostro linguaggio comune non può più essere un linguaggio religioso, halakhiko, allora un linguaggio comune va trovato: è riconoscerci in una cultura comune, in un linguaggio culturale comune. La Torà non è solo religione, anzi, di religioso ha poco e niente”. Il rabbino ha infine sollevato alcuni interrogativi: “Se oggi un ebreo non sa cosa disse Herzl, di che parliamo? Di quale identità? Se un ebreo oggi non sa chi è Maimonide, di che identità parliamo? Dobbiamo conoscere la nostra storia. Dobbiamo essere attori propositivi: dobbiamo vedere l’Unione come una grande azienda che produce calzini, in ogni comunità ci deve essere chi vende calzini. Dobbiamo uscire dal vittimismo, dal piangersi addosso, dallo scaricare la responsabilità sulle istituzioni e riconoscere che l’ebraismo è andato avanti. Questa è l’epoca di rimboccarsi le maniche”, ha concluso.

“Non è un tema religioso che ci può unire”, ha osservato qualcun altro. Vari hanno sottolineato come l’unico vero collante della comunità sia la lingua ebraica. C’è chi ha proposto un appuntamento Milano-Roma per fare dei corsi su: chi è Ramban, cos’è il sionismo, e gruppi di raduni di tutti i ragazzi ebrei per garantire loro una formazione. Infine, qualcuno ha concluso: “Oggi il sionismo non esiste più: Israele c’è. Dovremmo studiare oggi cosa significa post-sionismo, e insegnare l’amore per Israele, come è nato, la storia”.

Concludendo: non si è giunti ad una definizione chiusa d’identità ma ad una pluralità, in Italia ci sono tante realtà diverse. L’identità è complessa e il senso di paura dinnanzi al contesto attuale affonda le radici in anni precedenti. Il tavolo non si è limitato ad una diagnosi: storicamente in Italia, grazie all’Halakà, si è riusciti sempre ad unire chi osserva e chi no, senza escludere nessuno dall’essere considerato ebreo. Una base riconosciuta comune è stata identificata nella lingua ebraica. La Torà è il patrimonio culturale comune. L’identità non ha bisogno di essere uniformata ma riconosciuta nella sua pluralità, attraverso collanti comuni come la Torà e la lingua ebraica.

Tavolo persone: chi guiderà le nostre comunità domani?

Il tavolo intitolato Persone ha affrontato il tema della leadership, divisa in quella rabbinica, quella politica, e quella professionale. Si è discusso sul processo di riforma del Collegio Rabbinico, il quale non avveniva da più di cento anni. L’aggiornamento dei programmi, l’internazionalizzazione e il servizio alla comunità sono stati i caposaldi del dibattimento. Si è parlato dell’importanza di investire nelle persone. Il tavolo ha osservato come l’UCEI dovrebbe sostenere l’aggiornamento del Collegio Rabbinico e l’ebraismo italiano dovrebbe essere capace di adottare strumenti per affrontare la sinergia tra leadership politica e quella religiosa e il mantenimento di un rapporto costruttivo con lo Stato di Israele.

Tavolo voce: che cosa vogliamo trasmettere?

Il tavolo Voce ha dibattuto di social media e linguaggio contemporaneo, informazione e relazione con i media. Il gruppo ha discusso come ci sia una guerra asimmetrica: la capacità di comunicazione dell’altro lato è più forte, frutto di 50 anni di comunicazione fatta in un determinato modo. Eccetto poche eccezioni, c’è una società civile silenziosa. È una battaglia culturale in salita: Gaza è un acchiappa click. Non è un problema solo italiano, ma globale: la narrativa propal è una narrativa diffusa. Gli obiettivi sono: sostenere chi ci sostiene apertamente, far sentire queste persone amiche in un contesto ostile, rafforzare ed investire in altre risorse umane. Secondo il tavolo, il ruolo dell’UCEI dovrebbe essere quello di coordinare e rafforzare media ed istituzioni, far conoscere la bellezza dell’ebraismo italiano. Le azioni concrete sono: incrementare un piano di comunicazione diviso per aree, investire nella formazione dei nostri giovani, e fare in modo di avere più campagne social, connettendoci con anche altre realtà ebraiche nel mondo. Si auspica che l’UCEI prepari l’ebraismo in Italia ad essere efficacie in questo secolo.

Tavolo impatto: come trasformiamo idee e valori in risultati concreti?

Il tavolo Impatto ha sottolineato come il lutto del 7 ottobre non è stato elaborato né in Israele né nelle comunità ebraiche del mondo, dato che l’evento ha colpito l’interezza del popolo ebraico. Si è parlato della postura che l’ebraismo italiano debba tenere dinnanzi all’antisemitismo. La prima analisi ha riguardato la fiducia da dare ai giovani. L’antisemitismo è un tema sociale, e molte persone non sanno come combatterlo. Il 7 ottobre ha fatto sì che tutte le comunità insieme si ritrovassero sulla stessa barca. Si è sottolineato come bisogna tener presente ai non ebrei la rilevanza del 7 ottobre, impedendo loro che venga dimenticato. “La comunicazione non può tutto ma può molto”, si è detto. È stata rimarcata la necessità di coinvolgere il mondo non ebraico. Università e licei rappresentano un punto delicato. Il messaggio finale che si vuole dare alla plenaria è quello di unione, di essere davvero una comunità.

Tavolo futuro: come ci prepariamo alle nuove sfide?

Formazione, educazione, intelligenza artificiale. Questi sono stati i temi del tavolo Futuro. Priorità strategiche: rafforzare la carenza di studi ebraici nelle università e promuovere l’identità. Il ruolo dell’UCEI dovrebbe essere quello di abilitatore nazionale e superare la frammentazione attraverso una visione strategica. Si è partiti parlando di giovani e tecnologia: prepararsi al futuro significa preparare le persone. La risposta però non può essere solo tecnologica, ma avere persone più preparate, comunità più aperte e leadership più diffuse.