Lindsey Graham

Lindsey Graham, il falco d’America che fece di Israele una causa personale

Personaggi e Storie

di Anna Balestrieri
Per oltre trent’anni, prima alla Camera e poi al Senato, il repubblicano della Carolina del Sud era stato una delle presenze più riconoscibili della politica estera americana: interventista, atlantista, convinto che la potenza degli Stati Uniti dovesse manifestarsi attraverso alleanze solide, deterrenza militare e disponibilità all’uso della forza. Fra tutte le alleanze coltivate da Graham, quella con Israele occupò un posto particolare, quasi identitario.

 

Lindsey Graham è morto improvvisamente l’11 luglio 2026, a 71 anni, poche ore dopo essere rientrato da una missione in Ucraina. Per oltre trent’anni, prima alla Camera e poi al Senato, il repubblicano della Carolina del Sud era stato una delle presenze più riconoscibili della politica estera americana: interventista, atlantista, convinto che la potenza degli Stati Uniti dovesse manifestarsi attraverso alleanze solide, deterrenza militare e disponibilità all’uso della forza.

Fra tutte le alleanze coltivate da Graham, quella con Israele occupò un posto particolare, quasi identitario. Non fu soltanto una posizione parlamentare né una delle consuete manifestazioni di sostegno bipartisan allo Stato ebraico. Nel corso degli anni divenne una relazione personale, alimentata da visite frequenti, rapporti diretti con i leader israeliani e un dialogo costante con le maggiori organizzazioni ebraiche degli Stati Uniti.

Dalla provincia del Sud al centro del potere

Nato nel 1955 a Central, una piccola città della Carolina del Sud, Graham crebbe in una famiglia che gestiva un ristorante e una sala da biliardo. Rimasto presto senza entrambi i genitori, contribuì a prendersi cura della sorella minore. Fu il primo della famiglia a laurearsi, studiò legge e prestò servizio nell’Air Force come avvocato militare.

Entrò alla Camera dei rappresentanti nel 1995 e nel 2003 approdò al Senato, succedendo a Strom Thurmond. Nella capitale costruì la propria influenza soprattutto sui dossier giudiziari, militari e internazionali, facendo della sicurezza nazionale il centro della sua azione politica.

Graham apparteneva a una tradizione repubblicana che considerava l’America non soltanto una potenza, ma il garante di un ordine internazionale. In questo senso Israele rappresentava, ai suoi occhi, molto più di un alleato regionale: era un avamposto strategico e morale dell’Occidente.

Israele come scelta strategica e morale

Il sostegno di Graham a Israele fu costante e spesso incondizionato. Difese gli aiuti militari americani, sostenne una politica durissima nei confronti dell’Iran e considerò il programma nucleare di Teheran una minaccia esistenziale non soltanto per Israele, ma per la sicurezza degli Stati Uniti.

Benjamin Netanyahu ha ricordato che Graham riteneva inseparabili la sicurezza israeliana e quella americana. Il rapporto fra i due era politico ma anche personale: il senatore visitò ripetutamente Gerusalemme, incontrò il primo ministro israeliano in diverse fasi della sua carriera e lo incoraggiò ad adottare una linea aggressiva contro il programma nucleare iraniano.

Per Graham, sostenere Israele significava sostenere una certa idea dell’America: armata, fedele agli alleati e disposta a identificare senza esitazioni i propri nemici.

Era una visione che gli procurò profonda gratitudine in Israele, ma anche critiche crescenti. I suoi avversari gli rimproveravano di ridurre la complessità del Medio Oriente a un confronto assoluto fra democrazie e regimi ostili, lasciando poco spazio alla diplomazia e alle ragioni palestinesi. La sua retorica sull’Iran e sulle guerre regionali poteva essere estrema persino per gli standard di Washington.

Dopo il 7 ottobre

Il legame con Israele divenne ancora più visibile dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Pochi giorni più tardi Graham organizzò una delegazione bipartisan composta da cinque senatori repubblicani e cinque democratici.

La presenza del gruppo in Israele aveva un significato preciso: mostrare che, nonostante la polarizzazione americana, il sostegno allo Stato ebraico poteva ancora essere presentato come una causa condivisa. Graham osservò allora che un decimo dell’intero Senato si trovava nel Paese e scherzò che, disponendo di un aereo più grande, avrebbe portato con sé molti altri colleghi.

Quella missione condensava il suo metodo politico. Graham amava costruire coalizioni intorno ai grandi temi internazionali, trasformando i rapporti personali in strumenti diplomatici. La sua politica poteva essere partigiana in patria e bipartisan all’estero.

Il rapporto con l’ebraismo americano

Il mondo ebraico con il quale Graham dialogò non coincideva soltanto con il governo israeliano. Nel corso degli anni il senatore sviluppò relazioni stabili con federazioni, associazioni e gruppi religiosi ebraici americani.

L’Orthodox Union ha ricordato la collaborazione con Graham su numerose iniziative legislative, fra cui il Taylor Force Act, la legge che limitò parte degli aiuti americani all’Autorità palestinese in relazione ai pagamenti destinati alle famiglie di palestinesi responsabili di attentati. I dirigenti dell’organizzazione hanno sottolineato la frequenza degli incontri con il senatore e il suo interesse per la sicurezza di Israele e delle comunità ebraiche.

Anche le Jewish Federations of North America lo hanno descritto, dopo la morte, come uno degli amici più costanti dello Stato d’Israele e del popolo ebraico.

Il suo rapporto con il mondo ebraico americano fu costruito meno sulla conoscenza teologica che sulla lealtà politica, sulla frequentazione personale e su una comune percezione della minaccia.

Graham non era ebreo e non pretendeva di parlare a nome degli ebrei. Ma divenne una figura familiare in molti ambienti istituzionali ebraici, soprattutto quelli più legati alla difesa di Israele, alla lotta contro l’antisemitismo e alla sicurezza delle comunità.

L’amicizia con Joe Lieberman

La dimensione più umana di questo rapporto passò attraverso Joe Lieberman, senatore democratico del Connecticut, ebreo ortodosso e candidato alla vicepresidenza nel 2000.

Con John McCain, Graham e Lieberman formarono per anni un trio informale di interventisti, soprannominato a Washington i “Three Amigos”. Viaggiavano insieme, sostenevano le guerre in Iraq e Afghanistan e condividevano una fiducia quasi missionaria nel ruolo internazionale degli Stati Uniti.

L’amicizia con Lieberman avvicinò Graham anche ai ritmi della vita ebraica. Durante una commemorazione del collega, morto nel 2024, Graham ricordò con umorismo di non sapere sempre quando cominciasse lo Shabbat, ma di sapere perfettamente quando terminasse: era allora che Lieberman poteva riprendere telefonate, viaggi e discussioni politiche.

L’aneddoto dice molto del loro rapporto. Le pratiche religiose di Lieberman non erano per Graham un elemento esotico, ma parte della quotidianità di un’amicizia capace di oltrepassare appartenenze politiche e confessionali.

La metamorfosi trumpiana

La traiettoria di Graham non può però essere separata dalla sua controversa conversione al trumpismo. Durante le primarie repubblicane del 2016 definì Donald Trump inadatto alla presidenza e pericoloso per il partito. Dopo l’elezione, tuttavia, si trasformò progressivamente in uno dei suoi alleati più fedeli.

Il cambiamento danneggiò la reputazione di Graham presso quanti lo avevano considerato un conservatore indipendente. Dopo l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 sembrò prendere le distanze da Trump, ma la separazione durò poco. Tornò presto a sostenerlo e divenne uno dei principali intermediari fra il presidente e l’establishment repubblicano della sicurezza nazionale.

Israele fu uno dei terreni sui quali Graham tentò di conciliare trumpismo e internazionalismo. Fece leva sul rapporto personale con Trump per orientarlo verso una politica estera più muscolare, difendere il sostegno a Gerusalemme e contrastare le correnti isolazioniste crescenti nella destra americana.

Un alleato senza esitazioni

Negli ultimi anni Graham continuò a presentarsi come un difensore quasi assoluto di Israele. Mentre nell’opinione pubblica americana aumentavano le critiche alla guerra a Gaza e una parte delle giovani generazioni ebraiche assumeva posizioni più distanti dal governo israeliano, egli rimase fermo su una linea tradizionale.

Questa fedeltà gli garantì riconoscenza, ma evidenziò anche una tensione: essere amico di Israele non significava necessariamente rappresentare la pluralità del mondo ebraico.

Le comunità ebraiche americane non sono politicamente omogenee. Comprendono conservatori e progressisti, sionisti e critici del sionismo, sostenitori di Netanyahu e suoi oppositori. Il rapporto più intenso di Graham fu soprattutto con le organizzazioni istituzionali e con le correnti che consideravano la sicurezza israeliana la priorità decisiva.

L’ultima stagione

Al momento della morte, Graham era ancora impegnato su più fronti internazionali. Aveva appena compiuto il suo decimo viaggio in Ucraina dall’invasione russa del 2022 e continuava a lavorare a una possibile normalizzazione dei rapporti tra Israele e Arabia Saudita.

La sua scomparsa è stata salutata con particolare intensità dai leader israeliani. Netanyahu lo ha definito un amico amato; il presidente Isaac Herzog ha parlato di una figura dotata di chiarezza morale e di un protagonista dell’alleanza fra Stati Uniti e Israele.

Sono parole che riflettono un sentimento autentico, ma anche la fine di un’epoca. Graham apparteneva a una generazione di senatori convinti che il sostegno a Israele fosse una componente quasi naturale della politica estera americana e potesse ancora unire i due partiti.

L’eredità di un falco

Il giudizio storico su Lindsey Graham resterà inevitabilmente diviso. Fu un legislatore esperto, un viaggiatore instancabile e un sostenitore coerente degli alleati degli Stati Uniti. Fu anche uno dei più tenaci difensori di guerre, sanzioni e minacce militari che produssero conseguenze controverse e, in alcuni casi, devastanti.

Il suo legame con Israele e con il mondo ebraico fu reale, duraturo e personale. Non nacque da una familiarità culturale originaria, ma da una convergenza maturata nel tempo: il culto dell’alleanza, la memoria della vulnerabilità ebraica, la paura dell’Iran, l’amicizia con Lieberman e la convinzione che la forza fosse la forma più credibile della solidarietà.

Graham non osservò Israele da lontano: lo incorporò nella propria idea di missione americana.

È questa, forse, la chiave più efficace per comprenderne l’eredità. Per i suoi estimatori fu un amico che non venne meno nei momenti di pericolo. Per i suoi critici trasformò la lealtà in automatismo e la sicurezza in una giustificazione permanente della forza.

Nel cordoglio delle istituzioni ebraiche e dei leader israeliani rimane comunque il segno di un rapporto raro nella politica: non soltanto una comunanza d’interessi, ma un vincolo costruito attraverso decenni di incontri, viaggi, battaglie parlamentari e amicizie.

Con la sua morte, Israele perde uno dei suoi più energici sostenitori a Washington. Il Senato perde un protagonista della politica estera interventista. E il mondo ebraico istituzionale americano perde un interlocutore che, anche quando parlava il linguaggio aspro della potenza, non lasciò mai dubbi su quale parte avesse scelto.