Pesach: una libertà che inizia da ciò che insegniamo ai nostri figli

di Rav Jonathan Sacks

La potenza e il valore di Pèsach nelle parole di Rav Jonathan Sacks: “Sin dai tempi di Mosè, per difendere un paese si ha bisogno di un esercito, ma per difendere una civiltà si ha bisogno di educazione”. A cominciare dai bambini, protagonisti della celebrazione

“E quando i tuoi figli ti chiedono, cosa significa questa cerimonia per te?” (12,26). “In quel giorno, dillo a tuo figlio, lo faccio per quello che il Signore ha compiuto per me quando sono uscito dall’Egitto” (13: 8). Nei versetti biblici e nelle pagine del Libro dell’Esodo scorre il racconto dell’uscita del popolo ebraico dalla schiavitù dell’Egitto, evento alla base della cultura ebraica e punto fermo nella memoria e nella vita famigliare di ogni ebreo, celebrato durante la settimana di Pèsach.
“La festa ebraica della libertà è il più antico rituale religioso regolarmente osservato al mondo. Nel corso dei secoli, Pesach non ha mai perso il potere di ispirare l’immaginazione delle generazioni successive di ebrei con il suo racconto di schiavitù e di annuale liberazione”. Centrale resta la qualità dell’insegnamento che si offre ai bambini nel corso del Seder e della lettura della Haggadà. Ne parla il rabbino Jonathan Henry Sacks, considerato la massima autorità spirituale e morale ebraica ortodossa in Gran Bretagna, nelle righe di alcuni articoli pubblicati per la prima volta su The Times nel 2011 e poi sul sito web personale. Ne riportiamo di seguito alcune parti e considerazioni.
“A volte chiedo alle persone di che cosa parlerebbero se fossero nei panni di Mosè” nel momento in cui parla al popolo prima di condurlo verso la libertà – spiega Rav
Sacks -. Alcuni rispondono che parlerebbero di libertà, altri della destinazione attesa, della ‘terra dove scorre il latte e miele’. Altri ancora, fatti di cose più severe, propongono di parlare dell’arduo viaggio che si prospetta, della marcia attraverso il deserto, con tutti i suoi pericoli.
Ciascuno di questi sarebbe l’ottimo discorso di un grande leader. Mosè non fa nessuna di queste cose. Questo è ciò che lo rende un leader unico”. “Mosè non parla di libertà, ma di educazione – sottolinea in seguito il rabbino -. Non fissa la sua prospettiva sull’immediato, ma sul futuro lontano, e non sugli adulti, bensì sui bambini”

“Ecco la scena: Mosè ha riunito le persone per dire loro che stanno per liberarsi. Esiliato, ridotto in schiavitù, minacciato da un faraone che ha comandato che ogni bambino israelita maschio venga ucciso, il popolo ha assistito a una serie di meraviglie compiute. Mosè ora sta per dire loro che presto partiranno e inizieranno il lungo cammino verso la libertà”. E se Pèsach ha tante lezioni da insegnare a chi lotta per la libertà, resta sempre centrale la convinzione che è ai bambini che vanno insegnati la potenza e il valore di questa festività.
“Per difendere un paese si ha bisogno di un esercito, ma per difendere una civiltà si ha bisogno di educazione. Ecco perché Mosè, secondo il filosofo J. J. Rousseau, che è il più grande progettista al mondo della società libera, ha parlato del dovere dei genitori di ogni generazione di educare i propri figli sul perché la libertà è importante e su come è stata raggiunta.
La libertà non si ottiene semplicemente rovesciando un sovrano tirannico o un regime oppressivo. Questo di solito è solo il preludio a una nuova tirannia, a una nuova
oppressione. I volti cambiano, ma non la sceneggiatura.
La vera libertà richiede lo stato di diritto e di giustizia e un sistema giudiziario in cui i diritti di alcuni non siano garantiti dalla negazione dei diritti di altri. La libertà inizia con ciò che insegniamo ai nostri figli. Ecco perché gli ebrei sono diventati un popolo la cui passione è l’educazione, i cui eroi sono insegnanti e le cui cittadelle sono scuole. In nessun altro momento tutto ciò è più evidente che durante Pèsach, quando l’intero rituale di tramandare la nostra storia alla generazione successiva è messo in moto dalle domande poste da un bambino.
In ogni generazione dobbiamo coltivare nuovamente le abitudini del cuore che Tocqueville chiamava ‘l’apprendistato della libertà’. Il messaggio della Pasqua ebraica rimane più potente che mai. La libertà non è conquistata sul campo di battaglia, ma in classe e in casa. Insegna ai tuoi figli la storia della libertà, se vuoi che non la perdano mai”, esorta Rav Sacks.

L’EBRAISMO SOPRAVVIVE GRAZIE ALLE SUE FAMIGLIE
Il rito del Seder di Pèsach si esegue a casa, “ricordandoci che, come nelle parole di Alexis de Tocqueville, ‘finché il sentimento familiare viene mantenuto in vita, l’avversario dell’oppressione non è mai solo’. Le famiglie ebree fanno enormi sforzi per stare insieme durante questa festività, anche se ciò significa percorrere lunghe distanze. Nell’ebraismo la casa è santa non meno della sinagoga. È dove ogni venerdì sera i mariti ebrei intonano un canto di lode alle loro mogli e i genitori benedicono i loro figli. È a Pesach che tramandiamo la nostra storia alla prossima generazione. Alcune civiltà sono sopravvissute per via dei loro eserciti, altre per via dei loro sistemi economici.

L’ebraismo sopravvive grazie alle sue famiglie.
Non meno sorprendente è che l’intero rituale di Pesach sia incentrato sul bambino. Inizia con le domande poste dal bambino più piccolo. Continua attraverso una serie di risposte dirette al bambino. Si conclude con canzoni chiassose intonate per stimolare l’interesse di un bambino. I bambini al tavolo sanno di essere, lì, le persone più importanti”.
Si concretizza così “un’altra caratteristica dell’ebraismo, l’idea che i genitori ebrei debbano insegnare ai loro figli a porre domande. Non crediamo che la fede sia cieca o
indiscussa – prosegue -. Né crediamo che l’educazione sia un procedimento in cui gli adulti parlano e i bambini ascoltano, in cui gli adulti comandano e i bambini obbediscono. Questo è il segno di una cultura autoritaria, non di una società libera”.
“Nella Bibbia ebraica, le persone fanno domande a Dio, e più elevata è la persona, più profonda è la domanda. Questo è ciò che fanno Abramo, Mosè, Geremia e Giobbe. Nell’ebraismo la fede religiosa è come la fede di uno scienziato che non smette mai di fare domande fino a quando non trova una risposta. Ci sono alcune domande, come: ‘Perché gli innocenti soffrono?’, a cui non troveremo mai una risposta da questa parte del Cielo.
Ma continuiamo a domandare e, poiché continuiamo a chiedere, facciamo il possibile per ridurre al minimo la sofferenza degli innocenti. E non accettiamo, cercando di ridurli, la povertà e il dolore, l’ingiustizia e la violenza di questo mondo”.
“Forse la cosa più importante a Pèsach è non permettersi mai di dimenticare da dove veniamo – sottolinea Rav Sacks -. Grazie a Pèsach non dimentichiamo mai il sapore della matzah e del maror, del pane azzimo dell’afflizione e delle erbe amare della schiavitù. Impariamo che fanno parte della nostra storia. Per questo facciamo il possibile per alleviare la povertà e la sofferenza degli altri.
Ciò è parte della vita ebraica. Ma aiuta anche i nostri bambini a non diventare viziati o indifferenti. E se mai lo facessero, per noi significherebbe non avere preso abbastanza seriamente il racconto di Pèsach”.

Traduzione e sintesi di Ilaria Ester Ramazzotti.
Tratto da http://rabbisacks.org/

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