Milano festeggia Yom Ha’Azmaut. Amore e disinnamoramento per Israele protagonisti della mattina

di Ilaria Ester Ramazzotti

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Haim Baharier

Si sono aperte di buon mattino le porte dei locali dell’Umanitaria che domenica 15 maggio, in via San Barnaba a Milano, hanno ospitato le celebrazioni di Yom Hazmauth, proposte al pubblico milanese dalla Comunità Ebraica di Milano. Tanto ferventi sono stati i preparativi della giornata densa di eventi, quanto numerosi e puntuali sono arrivati gli ospiti e i visitatori.  “Una festa che siamo lieti di festeggiare ogni anno, perché se per le altre nazioni festeggiare l’indipendenza è normale, per Israele ciò non è così vero, e molti nel mondo non accettano l’esistenza dello stato ebraico  –  ha introdotto Davide Romano, assessore alla cultura della Comunità Ebraica di Milano, aggiungendo che “in Europa non possiamo dimenticare di parlare di Medio Oriente. Molti, nella ricerca della pace, hanno dimenticato il tema molto doloroso dell’antisemitismo e dell’odio profondo antiebraico che c’è nel mondo arabo, dove a scuola, agli alunni, fin da bambini, si insegna l’odio contro Israele e contro gli ebrei che inevitabilmente diventa anche odio contro l’Occidente, che è arrivato in Europa. Il nodo non è allora quello di cercare di far fare la pace agli Stati, ma disinnescare questo odio”.

In apertura, fra gli appuntamenti dedicati a questo 68° Yom Hazmauth, era in agenda la conferenza di Haim Baharier, pensatore e studioso di ermeneutica biblica intitolata ‘Israele o il disinnamoramento dell’occidente’. “Dall’innamoramento repentino dell’Occidente per Israele, sorto attorno alla fondazione dello Stato, si è arrivati al disinnamoramento”, esordisce Haim Baharier a proposito del tema e del titolo del suo intervento. “Quando affrontiamo un problema di attualità, il percorso passa necessariamente per un ripensamento, una rielaborazione, uno studio del percorso compiuto”, specifica per introdurre una riflessione sulla genesi della Stato e del popolo Israele, terra dove nasce l’Occidente, che definisce un Occidente giudaico più che giudeo-cristiano. Una riflessione che sancisce anche la differenza fra Eretz Israel, l’Israele biblico, e Haaretz, come oggi si definisce lo Stato di Israele. “Andando a ritroso, ho pensato innanzitutto a quale fosse la rappresentazione dello Stato di Israele al momento del primo ritorno del popolo, avvenuto alla guida di Giosuè, e al fatto che soltanto quando si arriva verso la terra di Israele si parla di uscita dalla schiavitù”, cosicché, “e con il primo esercizio economico e sociale, portando le primizie al Tempio di Gerusalemme, si può davvero dire di essere usciti dalla schiavitù, da tutte le schiavitù e da tutti i futuri esili”. Così, il primo tributo fonda la terra d’Israele e la libertà del suo popolo, e questa terra deve necessariamente suscitare un rapporto (anche con i non ebrei) e un rapporto unificante fra chi la abita, e altresì la condivisione di una responsabilità, tramite il pagamento di un tributo e alla luce dell’eredità che implica. Di più, “Morashà è ciò che si fa di un’eredità – approfondisce -, ciò che consente che esista una eredità, è l’investimento e la solidarietà dell’investimento”.

Facciamo di nuovo un salto a ritroso, di biblica memoria. “Moshé, nostro maestro, va a parlare con il popolo schiavo in Mizraim (Egitto)” dicendo di essere il mediatore nel percorso che sfocerà verso la “terra del dono”. Moshè guida il popolo verso la terra di Israele, parla del relazionarsi collettivamente con la terra, perché alla terra è riferita la prima promessa fatta ad Abramo, Isacco e Giacobbe, che sono all’origine del percorso identitario chiamato Israel, dell’essere popolo con una sua propria identità, talmente è forte l’aspetto politico e sociale di questa identità . “Di questo si domandava Moshè uscendo da Mizraim, cosciente che l’identità e gli ideali di Israel cambiano nel relazionarsi con una terra, nell’uscire dalla condizione che non fu tanto quella di essere prigionieri, ma di essere stranieri, alieni.  Condizione che non è né definitiva né irrimediabile. La sua identità, Israel la riprenderà infatti con la fine dell’esilio”. Un percorso “difficile da spiegate al non-ebreo abituato alle caselle relative a politica, religione, cultura”, per di più caselle tenute separate. “Persino la laicità israeliana, invece, nel suo inconscio, parlando di Haaretz, esprime questa sua identità, quale espressione profonda dell’inconscio”. “Non si è israeliano come si può essere italiano, francese o americano”, e per capirlo dobbiamo discernere quel senso del relazionarsi collettivamente con la “terra del dono”, quel percorso identitario così forte al punto che Giacobbe, affacciandosi al confine della terra per raggiungere il figlio Giuseppe, si chiede se superando quel confine, uscendo, perderà la sua identità. L’esitazione, l’inimicizia che c’è nasce oggi nasce allora da una non-conoscenza dell’identità e del percorso psicologico e culturale di Israel.

Volgiamo lo sguardo di nuovo lungo questo percorso: Moshè, andando via da Mizraim, porta gli ebrei allo Yam Suf, una distesa d’acqua, e il popolo ci arriva disorientato e diviso; il punto è se si voglia oppure no assurgere alla libertà, collettivamente, con la responsabilità che è discernimento. E il popolo lo vuole, ovviamente, per cui il maestro alza il bastone verso i Cieli, simbolo e illustrazione dell’orizzontalità, e non di verticalità, perché il bastone diffonde e condivide. La terra asciutta che calpestiamo, con cui relazionarci, esiste così grazie a un’azione mentale di discernimento e di responsabilità condivisa.

Il presente ha radici nel passato remoto, quindi. Torniamo allora a giorni più recenti: “Nel 1948 l’Occidente si sveglia da un incubo terrificante, poi denominato Shoah, massacro assoluto del popolo di Israel. A quel punto l’Occidente ha dovuto pensare, quale corresponsabile della Germania nazista, così come noi oggi ci interroghiamo su ciò che succede”. E per interrogarsi, si deve sempre tornare alle origini, là dove e come si è nati, cosa che vale anche per quel percorso chiamato Occidente. Perché anche l’Occidente ha responsabilità in Medio Oriente, nella creazione dello Stato d’Israele, cosicché anche l’Occidente è là. Per capire meglio, facciamo un esperimento legato alla psicologia e alla sociologia. “I figli maltrattati, nella loro stragrande maggioranza, diventano maltrattanti; per la mente umana è inconcepibile che chi ha dato alla luce possa anche maltrattare, cosicché si giustifica il genitore, colpevolizzando il figlio. Si scagiona il genitore, mentre il figlio non si accorge di diventare maltrattante. Questo succede anche sul piano collettivo”. Proseguendo l’esperimento, vediamo come fosse inconcepibile, per il potere occidentale, creare la mostruosità del nazismo: la Germania era il Mizraim occidentale, mentre il popolo d’Israele era il cattivo che andava eliminato. Questa rielaborazione è probabilmente avvenuta, a causa della difficoltà di ammettere le proprie colpe, nel corso dei 68 anni di esistenza dello Stato di Israele, visto come un figlio da sanzionare. “E, così facendo, l’Occidente si scagiona e si giustifica. Noi abbiamo semplificato, ma dobbiamo pensare e osare pensare, dobbiamo spiegare, se vogliamo reagire di fronte a questo disinnamoramento”.

Torniamo infine al concetto del ‘dono’. “Ripensiamo alla volontà profonda del nostro popolo e della sua ‘parte abitante’ in terra d’Israele – conclude Baharier –  e ricordiamo che nessuno possiede la terra di Israel, che è un dono, natura che non può essere cambiata, e la natura del dono si vede dai rapporti che si hanno”, che si sono intessuti e che si intrattengono, con responsabilità e discernimento.

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Ariel Shimona Edith Besozzi, autrice del libro Sono sionista con Roberto Zadik

Incontro con Edith Besozzi, autrice del libro Sono sionista
La mattinata è poi proseguita con la presentazione di Sono sionista (pp 189, edito dalla casa editrice Belforte Editore di Livorno), libro di Ariel Shimona Edith Besozzi, che descrive il suo “atto d’amore” verso Israele, la sua relazione intima, sacra, feconda e illuminate, sgorgata dall’incontro con la terra d’Israele e culminata nella riaffermazione della sua identità di donna ebrea e sionista. “Si tratta di una relazione viscerale e uterina, di un incontro fra il corpo e la terra”.  Una presentazione svolta da Roberto Zadik, giornalista dei media della Comunità Ebraica di Milano, sviluppatasi in un dialogo schietto attorno al volto, alla vita, alle caratteristiche, ai paesaggi israeliani, colti e raccontati in un libro che non si esaurisce in una affascinante autobiografia, ma racconta un percorso di vita che è insieme personale e condiviso, che sfocia nella testimonianza e nella difesa dello Stato d’Israele.

Un “libro che nasce che dalla necessità, dell’anima e del cuore, di difendere Israele, che io amo profondamente – ha sottolineato l’autrice –, che con l’entusiasmo dell’innamorata ho voluto guardare con occhi pronti a filtrare qualunque cosa”. E parla di un amore vero, ci spiega, non solo di un innamoramento, ma di quell’amore che solidifica ogni vera storia d’amore, come traspare nello scorrere delle sue pagine, scritte spesso in modo differente per tono e per contenuto, ma sempre con “la voglia di comunicare al lettore questo amore quotidiano fatto di corpo, anima, pazienza, scelta politica”. Pagine che hanno altresì il dono della sintesi, ha detto Roberto Zadik, che tratteggiano un Paese osservato e vissuto anche alla luce di fatti di cronaca, dei conflitti, di prese di posizione di capi di Stato e istituzioni, delle relazioni intessute con l’Occidente e con l’opinione pubblica occidentale.

Interessante è inoltre l’analisi di Israele vista come una fusione fra mondo laico e religioso, in cui il sionismo politico non è separato da quello religioso. “Sono partita da un sionismo laico per poi scoprire quello religioso andando in Israele, incontrandola, e anche studiando. Ma penso che in realtà nell’ebraismo non esista la separazione fra il laico e il religioso, che rappresentano piuttosto delle introiezioni di categorie esterne all’ebraismo”, categorie estranee che in terra d’Israele non c’è bisogno di usare.

Colpisce la trasformazione dell’autrice, l’abbandono delle sue precedenti convinzioni e l’abbandono “degli antichi idoli”, come lei stessa li chiama descrivendo il suo passato, gli anni di impegno politico a sinistra, trascorsi coltivando assetti mentali e idee poi trasformate dall’incontro con quella “terra antica e giovane, proiettata verso il futuro e con antichissime radici nel suo passato millenario”, superando la vecchia politica per abbracciare un’etica di comportamento condivisa e condivisibile. “Un viaggio interiore dell’autrice che colpisce – evidenzia Zadik -, perché non è solo la difesa dall’esterno di un Paese, fatta con linguaggi formali, freddi o politici, ma una difesa dall’interno, di chi si sente sionista con sincerità e coraggio, fino a sfidare altre differenti posizioni. In una parte del libro Edith Besozzi parla per esempio del dovere di responsabilizzare i palestinesi”, senza trattarli con vittimismo.

Altra caratteristica del libro di Edith Besozzi è infatti la difesa pacata, ma al contempo ferma, delle ragioni di Israele, del perché dell’aggressività di alcuni contro Israele e di un certo finto pacifismo, molto guerrafondaio nei gesti e negli atti. Invece “tutti possiamo essere sionisti, ebrei o no, perché chi crede nella pace, nella modernità, nell’energia, nella voglia di andare avanti nonostante tutto, cose che Israele rappresenta, è già sionista di riflesso”, ha aggiunto Zadik. “Israele rappresenta un sogno che diventa realtà, precisamente il 14 maggio 1948, data che oggi festeggiamo, e un sogno che rimane sogno nella capacità di creare i sogni di chi la pensa, ne parla, la vede, uno Stato ‘magico’ che l’autrice descrive non tanto impuntandosi su questioni governative o discussioni politiche, quanto descrivendone la magia dei luoghi – ha continuato Roberto Zadik -, fra i quali il Kibbutz Nir Oz al confine con Gaza, luogo in cui “la vita prevale sulla morte”, o Tel Aviv, il Mar Morto e Gerusalemme.

A proposito del kibbutz, Edith Besozzi scrive che “Nir Oz mi ha insegnato che quando hai un lavoro in cui credi da compiere per una comunità che è la tua, sulla terra ostile che hai saputo rendere generosa con l’ingegno e con il lavoro, non ti lamenti, combatti la guerra più vera e creativa, con ogni singola cellula vivi”. E “Israele ogni volta mi lascia la pienezza di avere scoperto quanto viva posso essere mentre i miei piedi poggiano su di lei e nello stesso tempo mi insegna quanto l’assenza da lei può essere dolorosa. Imparo la vita, quella che altrove resta sempre incompleta; desidero ora trovare il modo di dirla”. Su Gerusalemme, luogo eletto per eccellenza, scrive invece che: “è bianca e azzurra, gialla e rosa all’alba, arancio blu al tramonto (…). La luce a Gerusalemme è unica e non si nasconde mai neppure la notte, accartocciate le parole grumose e gutturali dell’ebraico sono l’unico suono possibile dentro il vento che si leva rinfrescante come una carezza materna sul far della sera”. “Non posso” invece “dire Gerusalemme, le parole che conosco sono inadatte, posso soltanto continuare a ricordarla dopo averla a lungo cercata”. Luci, colori, suoni, parole, anche quelle cercate e non trovate, racchiusi nel libro in cui Edith Besozzi ribadisce: “Sono sionista”.

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