Il processo diplomatico israelo-palestinese secondo Marco Paganoni

di Nathan Greppi
Con gli Accordi di Abramo e il crescente riconoscimento d’Israele da parte del mondo arabo, il processo di pace israelo-palestinese è entrato in una nuova fase, nella quale i vecchi schemi interpretativi non sono più validi. Di questo e molto altro ha parlato il giornalista Marco Paganoni, direttore del sito Israele.net, in un incontro organizzato su Zoom domenica 11 aprile, in seno alla rassegna Incontri in Guastalla.

Dopo i saluti introduttivi di Gadi Schoenheit, Assessore alla Cultura della Comunità Ebraica di Milano, Paganoni ha cominciato ricordando come l’anno scorso si parlasse molto del piano di pace di Donald Trump per il Medio Oriente: “Adesso ci troviamo in una situazione in cui tutto sembra fermarsi di nuovo. Rispetto alla scorsa estate, oggi non ci sono prospettive ottimistiche per chi, come noi, auspica che si possa arrivare alla pace prima o poi.” Secondo lui, ciò è dovuto innanzitutto a “cambiamenti dell’autorità politica delle parti in causa: da un lato il difficile processo elettorale israeliano, dall’altro il rifiuto dell’Autorità Palestinese di trattare con Israele, ormai da molti anni.” È stato ricordato che il 22 maggio, a meno di imprevisti, ci saranno le prime elezioni nell’ANP dal 2005.

Elezioni palestinesi

Proprio parlando a proposito delle elezioni palestinesi, ha fatto notare come, a seconda di chi vincerà, “bisognerà vedere con chi Israele dovrà costruire un eventuale processo diplomatico.” Molti temono che le elezioni le vinca Hamas, non ritenuto un interlocutore credibile in quanto non ha mai rispettato le condizioni imposte un decennio fa per il processo di pace da USA, UE, ONU e Russia: il riconoscimento dell’esistenza d’Israele; la rinuncia alla violenza; e l’accettazione degli accordi già firmati. Tutte cose che Hamas non ha mai accettato, “mentre Fatah lo ha fatto, almeno a parole.” Proprio Fatah corre alle elezioni divisa in più liste diverse, il che dimostra come “ci sono delle anime, in seno al mondo palestinese laico, che si stanno muovendo.” La lista più importante è quella con cui sembra voler correre Marwan Barghouti, terrorista che da anni sconta un ergastolo in Israele per aver partecipato a numerosi attentati.

Due popoli due Stati

Un’altra questione spinosa che ha affrontato è quella della Soluzione dei due stati: a tal proposito, ha spiegato che il piano di pace di Trump “può essere discutibile, anche nella tempistica, ma sicuramente è stato un’importante tentativo di uscire dagli schemi ripetitivi delle amministrazioni precedenti.” Ha ricordato che è stato contestato sia dai palestinesi che lo accusavano di concedere loro troppa poca terra, sia dalla destra nazionalista israeliana che non accetta uno stato sovrano palestinese a fianco d’Israele. “Ora la domanda è se l’Amministrazione Biden saprà pensare fuori dagli schemi, o se si ritroverà a riproporre degli approcci sempre uguali.”

La questione dei profughi palestinesi

Un altro argomento delicato che ha toccato, verso la fine, è stato quello relativo ai profughi palestinesi: ha ricordato come abbiano un’agenzia dell’ONU dedicata solo a loro, l’UNRWA, a differenza dell’UHRCR che copre tutti i profughi del mondo, e che non ha mai cercato di aiutarli a inserirsi nei vari paesi circostanti come cittadini a pieni diritti, ma piuttosto a pretendere d’insediarsi, anziché in un futuro Stato palestinese, all’interno d’Israele. Secondo Paganoni “l’UNRWA si è trasformata di fatto in uno strumento per perpetuare l’ideologia del profughismo e del diritto al ritorno. Un diritto che non è mai stato riconosciuto in quasi nessun altro caso di profughi, come non è stato riconosciuto per gli ebrei cacciati dai paesi arabi.”

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