Rav Eliezer Berkovits: rivelazione e creazione

Ebraismo

di Vittorio Robiati Bendaud

EliezerBerkivitsReadingDalla Transilvania a Gerusalemme, passando per Boston: questo il filo geografico, fisico e intellettuale, che ha abbracciato la vita del grande pensatore e rabbino ortodosso Rav Eliezer Berkovits (1909-1992). Berkovits ebbe modo di studiare presso la yeshivah di Myr e presso il seminario rabbinico ortodosso berlinese Hildesheimer. Conformemente all’impostazione religiosa proposta da questa importante istituzione rabbinica, Berkovits studiò anche discipline secolari all’università, in particolare approfondendo studi filosofici e psicologici. In quegli anni Berkovits studiò con una delle massime autorità rabbiniche ashkenazite del XX secolo, Rav Yechiel Ya‘aqòv Weinberg, celebre autore dell’opera responsistica Seridè Esh, di cui fu uno dei migliori e più noti allievi. Fuggito dalla Germania nel ’39, esercitò il rabbinato a Leeds, a Sidney e, infine, a Boston. In America ebbe un’importante attività accademica, formò quasi due generazioni di studiosi e pubblicò numerosi scritti. Profondo sostenitore del Sionismo, nel 1975 fece l’aliyà. Il pensiero religioso di Berkovits è tutto focalizzato sul ruolo fondamentale dell’essere umano e, in maniera particolare dell’ebreo, nella Storia. Coniugando con sapienza TaNaKh, Midràsh e Talmùd con il pensiero filosofico occidentale, Berkovits elaborò una riflessione sull’ebraismo capace di criticare in filigrana la cultura occidentale, le sue derive e la concezione stessa di essere umano, veicolata dal pensiero occidentale. Per Berkovits, l’ebraismo consiste in un radicamento profondo dell’uomo nella storia, tanto più significativo ed energico quanto più l’essere umano è capace di procedere con Dio, giudicato da Dio. Per tale ragione, secondo Berkovits, risultava essenziale per la cultura contemporanea “make Judaism a significant philosophy of life in the intellectual climate of our age”, (“fare dell’ebraismo una significativa filosofia di vita nel clima intellettuale della propria epoca”). La principale opera filosofica di Berkovits – God, Man and History – apparve nel 1959. Riprendendo le speculazioni dei teologi ebrei medievali (Sa‘adyah Gaòn, Yehudah ha-Levì e Rambàm), il Rav individuò nei due concetti di Rivelazione e Creazione i cardini della fede di Israele. La creazione del mondo non solo afferma e testimonia l’esistenza di Dio ma, cosa ben più importante, attesta la sovranità divina sul creato, ovvero il fatto che Dio ha cura dell’opera delle Sue mani e che quanto esiste non è affidato al caso o abbandonato agli eventi. L’essere umano è partner di Dio nell’alimentare e nel mantenere l’opera della Creazione: in tale prospettiva, la libertà e la responsabilità umane raggiungono la loro massima estrinsecazione, procedendo di pari passo. La Rivelazione rappresenta lo “specifico” dell’ebraismo, che trova fondamento non nella speculazione, ma nell’incontro personale tra Dio e l’uomo di fede, ossia il profeta. Il continuo ricordare tale evento è alla base della comprensione ebraica di Dio, dell’Alleanza e di Israele stesso.
In relazione alla Shoah, sulla scorta della sua concezione della libertà e della responsabilità umane, Rav Berkovits si premurò correttamente di evidenziare il ruolo nefasto svolto dalle Chiese cristiane al riguardo. Questa sua analisi lo condusse a essere particolarmente freddo e critico in relazione al dialogo tra ebraismo e cristianesimo.
Tra le sue opere, ricordiamo il prezioso saggio Major Themes in Modern Philosophies of Judaism (1974), in cui Berkovits offre un’analisi acuta e puntuale dei principali pensatori ebrei del Novecento, e lo scritto Unity in Judaism (1986), nel quale il Rav cerca di tracciare un profilo possibile dell’identità ebraica, delle sue forze motrici e delle prospettive condivise, pur tra le molte divisioni e denominazioni dell’ebraismo contemporaneo. Un’opera molto significativa di Rav Eliezer Berkovits, che fece – e che fa – discutere anche oggi, è il saggio Not in Heaven: The Nature and Function of Halacha (1983). Come è noto, la riflessione in termini “filosofici” sulla Halakhah nel corso del Novecento trovò abbrivio nel denso scritto di Bialik, recentemente apparso in italiano con il titolo Halakhah e Aggadah. Lo splendido saggio di Rav Joseph Dov Soloveitchick Ish ha-Halakhah, divenuto un “classico”, è al riguardo un punto di riferimento imprescindibile. L’opera di Rav Berkovits si inserisce proprio in questo ampio campo di analisi. Se nel pensiero filosofico, teologico e giuridico occidentale si sottolinea con forza l’intenzionalità che sottende e guida le azioni individuali, l’ebraismo (e il suo cuore speculativo, ovvero la Halakhah) si concentra invece su come correttamente guidare e portare a compimento le azioni. La normativa halakhica, secondo Rav Berkovits, è guidata da valori morali e da procedimenti intellettuali propri, specificamente ebraici. Tale normativa, attenta al singolo e al contempo alla comunità, è eterna e di origine divina; tuttavia essa è parimenti calata necessariamente nella Storia, risultando dotata di una certa flessibilità. La riflessione di Rav Berkovits sulla Halakhah è particolarmente importante in quanto nel corso degli ultimi due secoli non pochi pensatori ebrei, specie quelli di ispirazione riformata, hanno ravvisato unicamente nell’insegnamento profetico il nucleo religioso dell’ebraismo. Questo ha comportato un’indebita, erronea e pericolosa svalutazione intellettuale e morale dei processi logici propri della Halakhah, al pari del progressivo abbandono dell’osservanza tradizionale. Berkovits è stato probabilmente il pensatore ebreo che con più insistenza ha affrontato questa questione, esplorando la natura dell’etica ebraica e della normativa, contribuendo a restituire un’immagine autentica dell’ebraismo, innervato dal procedere della Halakhah. Berkovits, attraverso un esame serrato della letteratura biblica e rabbinica, è giunto alle seguenti tre principali conclusioni circa l’etica e la normativa ebraica: 1) la Halakhah, così come presentata nella Bibbia e nel Talmùd, veicola anzitutto valori etici, più che norme; ne consegue che ridurre la Halakhah unicamente alle prescrizioni che la strutturano ne viola l’essenza; 2) l’etica ebraica, che trova espressione nella Torah e nei Profeti, è suggellata dalla Halakhah e dalle singole halakhòth che la traducono e ne permettono l’attuazione; 3) l’ebraismo intende l’etica non come un’attitudine intellettuale o psicologica oppure come una  nobile astrazione dello spirito umano, ma come sforzo continuo di dare forma concreta ad azioni buone, che informino e regolino il comportamento delle persone, ricorrendo a norme e a modelli. L’analisi di Berkovits diede luogo a svariate reazioni tra i suoi colleghi rabbini ortodossi, sia di plauso, sia di critica. Tra coloro che espressero delle riserve vi fu il suo stesso maestro, il grande Rav Y. Y. Weinberg z.l. Recentemente alcuni rabbini ortodossi americani hanno mosso ulteriori e più dure critiche a questo scritto di Rav Berkovits. Tuttavia, occorre rilevare che Rav Weinberg, che fu un’autorità rabbinica di eccezionale valore, non raggiunse mai punte polemiche così aspre nei confronti del suo talmìd, come oggi sembrerebbero fare alcuni rabbini. Le opinioni dissonanti su questo grande pensatore e ohév Israel hanno l’utilità comunque di mostrare quanto ampio sia lo spettro di opinioni contrastanti oggi esistenti in seno alla cosiddetta Modern Orthodoxy.
Tra gli altri scritti di Rav Berkovits, ricordiamo Crisis and Faith (1976), in relazione alle tematiche del ghiùr e della sessualità nell’ebraismo, e Jewish Women in Time and Torah (1992), che si diffonde, in una prospettiva ortodossa, sul ruolo della donna nell’ebraismo contemporaneo.

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