La strada per la teshuvà

Ebraismo

di Rav Alfonso Arbib, Roberto Jarach


Nella parashà di Chukkàt il popolo ebraico si lamenta per due volte per la mancanza di acqua: la prima volta Dio risponde semplicemente fornendogli l’acqua, la seconda li punisce severamente. Come mai? Il Ralbag risponde che c’è una differenza fondamentale: la prima volta, gli ebrei non avevano veramente l’acqua; la seconda l’acqua c’era. La seconda lamentela del popolo ebraico è la lamentela generica di persone insoddisfatte della loro situazione che hanno la sensazione che manchi tutto, anche se non è vero. Questo atteggiamento è profondamente sbagliato perché impedisce quello che nella tradizione ebraica è la hakkaràt hatòv, il riconoscimento del bene e ci spinge a una visione pessimistica della realtà. Dobbiamo invece essere in grado di vedere il bene e anche di ringraziare per il bene, questo per esempio è il senso delle benedizioni che siamo chiamati quotidianamente a fare. Proverò ad applicare questo tipo di visione alla Comunità di Milano. Milano è una comunità vitale, ci sono moltissimi elementi positivi, c’è la scuola ebraica che è il vero centro di questa comunità. Ci sono altre due scuole che sono una fonte di ricchezza culturale e identitaria. Ci sono molti batte keneset, luoghi in cui studiare Torà, possibilità di mangiare kasher. C’è anche molta solidarietà e sostegno materiale e psicologico a chi si trova in difficoltà. Tutto questo non è scontato e dobbiamo imparare ad apprezzarlo. Questo vuol dire che viviamo nel migliore dei mondi possibili? Non è così. Nella nostra comunità ci sono molti problemi, ci sono crescenti difficoltà economiche, c’è una perdita di alunni che ormai dura da anni nella Scuola della Comunità, soprattutto al liceo. C’è una crescente disaffezione e un allontanamento dalle istituzioni comunitarie, ci sono ebrei lontani ma anche ebrei vicini che si allontanano. Di tutto ciò bisogna prendere atto e tentare di affrontare questi problemi. In che modo? Facendo ciò che siamo chiamati a fare a Rosh haShanà: teshuvà. Ma come si fa teshuvà?

C’è un midrash che dice che il mondo è stato creato con la lettera “he” che è una specie di cornice con due aperture. Secondo i Maestri il mondo viene creato con questa lettera perché dalla cornice che Dio ha stabilito si può uscire (c’è libertà di scelta) ma c’è una seconda apertura perché si può ritornare e fare teshuvà. Il Talmùd si chiede perché due aperture. Dopotutto si può entrare e uscire dallo stesso punto. Un Maestro contemporaneo, Rabbi Chaim Shmuelevitz dice che non è così: per poter rientrare, per poter fare teshuvà bisogna fare un’altra strada, è necessario mettere in discussione le proprie idee e i propri atteggiamenti. Credo che sia quello che dobbiamo fare tutti, lo dico innanzitutto a me stesso come singola persona e come rabbino della comunità ma lo dico anche a tutte le componenti comunitarie, ai dirigenti comunitari e a ogni singolo membro di questa comunità. Dobbiamo fare uno sforzo per mettere in discussione le nostre idee e i nostri atteggiamenti partendo però dalla visione positiva di cui ho parlato all’inizio, partendo dalla convinzione che questa comunità ha una grande forza e questa forza può aiutarci a risolvere i problemi.

Rabbi Menachem Mendel di Kozsk dice che la vera colpa non è commettere trasgressioni (tutti noi le commettiamo) ma non essere capaci di fare teshuvà. Rosh Hashanà è Yom Hadìn, giorno del giudizio, ma è contemporaneamente giorno di festa perché siamo convinti di essere in grado di superare il giudizio grazie alla nostra capacità di fare teshuvà e alla misericordia divina.

Tachèl shanà uvirkhotèha – Cominci l’anno con le sue benedizioni.

Rav Alfonso Arbib, Rabbino Capo

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Si conclude un anno che ha visto il cambio alla guida della nostra Comunità in un momento particolarmente difficile per la gestione delle nostre istituzioni.

La situazione economica generale dopo oltre due anni di crisi, stenta ancora a far intravedere segni di ripresa stabili e promettenti.

Le classi più disagiate ed i giovani hanno sempre più bisogno di sostegno e di prospettive per il futuro, che solo una Comunità risanata nei conti ed unita può cercare di fornire. Per questo ad una prima fase di interventi anche impopolari, miranti alla riduzione del deficit corrente, senza compromettere la qualità ed il livello dei sevizi offerti agli iscritti, è ora possibile far seguire una politica di incentivi (ad esempio rette scolastiche ridotte) e di investimenti (sostegno scolastico, rafforzamento dell’Ufficio Rabbinico, riqualificazione degli uffici amministrativi…) È in questo clima di fiducia, supportata dai ragguardevoli risultati economici/gestionali, che ci avviciniamo a Rosh Hashanà ed all’inizio del 5772: auguro a tutti che questo nuovo anno possa segnare veramente una svolta verso un futuro più sereno e ricco di soddisfazioni. Ma la nostra serenità dipenderà anche dagli sviluppi della situazione in Israele e alla possibilità che il processo di pace nella sicurezza riesca a raggiungere traguardi significativi per il bene dei nostri fratelli, quotidianamente provati dalle tensioni e dalle minacce dei vicini. Fortunatamente il turismo è ripreso, portando risorse economiche e nuovi e rafforzati rapporti internazionali: noi ebrei della diaspora continueremo a fare tutto il possibile per aiutare Israele e per rafforzare l’immagine di paese democratico, all’avanguardia nelle scienze e nel sociale, proteso alla ricerca di una pace nella sicurezza che dia luce e speranza.

Desidero concludere con un augurio sincero perché nel nuovo anno Gilad Shalit, divenuto involontariamente simbolo della libertà negata e della sopraffazione, possa ritornare dalla sua famiglia. La vita è anche speranza e la speranza si alimenta e diviene realtà con l’impegno di tutti: la nostra forza deriva dall’unità nel segno dei grandi valori etici e morali della nostra fede. Sono fiducioso che con il vostro aiuto potremo migliorare e far migliorare la nostra Comunità.

Col più sincero Shanà Tovà a tutti.

Roberto Jarach, Presidente

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