La porta d’oro del pensiero di Israel

di Fiona Diwan

CIMG5503«Datemi coloro che sono esausti, i poveri,/ le folle accalcate che bramano di respirare libere,/ i miseri rifiuti delle vostre coste brulicanti; / mandatemi chi non ha casa, squassato dalle tempeste./ Io innalzo la fiaccola accanto alla porta d’oro!». Chi di noi avrebbe mai immaginato che questi versi, che oggi leggiamo scolpiti a caratteri cubitali sul basamento della Statua della Libertà, nella baia di Hudson, fossero stati scritti nel 1883 dalla grande poetessa americana ed ebrea sefardita Emma Lazarus, poesia scritta per accogliere gli esiliati e i reietti di ogni luogo e tutti gli ebrei russi colpiti dai pogrom di fine Ottocento?

Questa e moltissime altre cose sorprendenti ci rivela la lettura di Ricordati i giorni del mondo, editore EDB, di rav Giuseppe Laras, in uscita in queste settimane. Più di 600 pagine, due volumi per raccontare, in un’appassionante cavalcata lunga più di duemila anni, l’avventura del pensiero ebraico dalle origini ai giorni nostri. Un libro che non è soltanto un’importante sintesi del pensiero ebraico, un manuale indispensabile e che forse ogni liceo di una scuola ebraica dovrebbe adottare: frutto di una lunga vita di studio, è anche il compendio di una vicenda intellettuale piena di passione e dedizione per una tradizione speculativa millenaria. Tra i più grandi esperti del pensiero di Maimonide, ex docente universitario, protagonista del dialogo interreligioso, e Rabbino capo emerito di Milano, all’età di 79 anni, rav Giuseppe Laras, ha ancora uno humour acuminato e il piacere della battuta pronta, malgrado quei bagliori malinconici che, a tratti, gli attraversano lo sguardo. L’introduzione a firma del Cardinal Carlo Maria Martini è una inequivocabile e appassionata dichiarazione di fratellanza e mette a tacere le voci che ultimamente avevano messo in dubbio la vicinanza del prelato al mondo ebraico e al pensiero di Israel.
Come nasce quest’opera che è una sintesi ma anche la summa di una vita di studio?
È stato l’editore EDB a chiedermi di scrivere un testo che presentasse il pensiero ebraico dalle origini ai giorni nostri. All’inizio, lo confesso, ero un po’ preoccupato. Come riassumere un patrimonio di tale ricchezza senza banalizzarlo? Soprattutto avevo un timore: risultare noioso. Non essere banale e non cadere nell’ovvio, pur rispettando una economLibro Larasia di sintesi. Ho scelto così di dare il senso dell’evolversi del pensiero ebraico nel suo divenire. La via maestra è stata quella di seguire il procedere del pensiero religioso dell’ebraismo, un pensiero da cui, via via, a raggiera, si dipartivano le voci plurime, assonanti o dissonanti che fossero. Dal pensiero biblico a quello talmudico sino a Filone di Alessandria, da Saadyah Gaon a Maimonide e al pensiero ebraico medievale, dall’Umanesimo italiano all’Haskalah, dal Chassidismo al pensiero contemporaneo. E poi i due approcci dell’ebraismo, quello rigorista e quello facilitante, i sostenitori dell’integrazione tra Torah e studi secolari e i loro agguerriti oppositori. Una volta decisa l’impostazione, poi il lavoro è filato svelto e ho scritto entrambi i volumi in nove mesi, il tempo di una gravidanza. Ma soprattutto, questo libro vuole anche essere un invito a volare alto, a rispettarci l’un l’altro lasciandoci alle spalle contrapposizioni e animosità. Non dimentichiamolo: siamo pochi, viviamo una situazione che sarà sempre più delicata, abbiamo tantissimo da trasmettere.
L’impianto dell’opera lascia intravvedere quelle che sono le sue simpatie fisolofiche e a quali correnti di pensiero si sente più affine.
Sono un rabbino italiano, per formazione e cultura. Mi sono sempre sentito vicino al movimento Modern Orthodox americano e alla sua emanazione, la Yeshivà University di New York; ho molta stima e simpatia per il Chassidismo. In genere, non amo gli eccessi e gli estremismi. Considero che il movimento Modern Orthodox abbia davvero contribuito a salvare l’ebraismo contemporaneo in nome dell’HaAvat Israel, un amore convinto per il popolo di Israele e per la Torah, disincagliando l’ebraismo dalle secche in cui rischiava di finire nella contrapposizione tra Riforma e Ortodossia più chiusa. Mi sento vicino anche al sionismo religioso delle kippot srugot. Per quanto riguarda la Halakhah, gli ebrei italiani hanno sempre preferito rifarsi al Misheh Torah di Maimonide. Delle autorità rabbiniche più vicine a noi, da giovane studiai sui testi responsistici, tra gli altri, di Shimshon Morpurgo (Shemesh Tzedaqah), Yitzkhàq Lampronti (Pachad Yitzkhàq), Yitzkhàq R. Tedeschi (Vay’àn Yitzkhàq), David Hofmann (Melammed leho’il) e Bentziòn ‘Uzziel (Mishpeté ‘Uzzièl), Rabbino Capo di Israele che ebbi la fortuna di incontrare alcune volte da giovane. E ancora, volevo dare enfasi speciale alla grande tradizione del pensiero rabbinico italiano. Penso a un maestro dell’Haskalah come Itzchak Schmuel Reggio, ad esempio, una delle menti più alte e profonde del panorama rabbinico dell’Ottocento, a mio avviso più grande di Shaddal o di Elia Benamozegh: nella sua opera HaTorà veHaFilosofia, Reggio riconcilia Torah e pensiero filosofico sulle orme della sintesi maimonidea.
Mi ha colpito il capitolo dedicato all’ebraismo e la poesia: perché includere poeti e uomini di lettere come Paul Celan, Edmond Jabes e Walter Benjamin in un’opera sul pensiero ebraico?
Perché i grandi poeti non sono mai solo poeti ma finissimi pensatori, con intensi studi filosofici alle spalle. Il più grande filosofo italiano dell’Ottocento fu Giacomo Leopardi con lo Zibaldone, eppure non compare quasi mai in nessun manuale di filosofia, tranne che negli studi di Nicola Abbagnano e di Emanuele Severino. Inoltre, inserendo i poeti, volevo rispondere alla questione posta da Theodor Adorno sul fatto che dopo Auschwitz non sarebbe stata più possibile la poesia. Ma così non è stato: Paul Celan scrisse poesie profondissime e drammatiche in relazione alla Shoah; sostenendo così che la poesia è la risposta possibile dopo il male assoluto e che, proprio dopo Auschwitz, si DEVE fare poesia.
Perché ha isolato le pensatrici donne, come Hannah Arendt e Nechama Leibowitz, in un capitolo a parte, una separazione di genere e non per tipo di pensiero?
Le ho inserite in un capitolo a sé per dar loro enfasi, dar loro importanza, non certo per ghettizzarle! La prova ne è che invece un’altra grande pensatrice come Emma Lazarus compare inserita nel quadro del pensiero ebraico di inizio Novecento, in un capitolo generale dove ci sono anche gli altri suoi contemporanei. Volutamente, invece, non ho ritenuto di inserire la questione del rabbinato femminile e delle teologie femministe ebraiche, argomenti che richiederebbero una trattazione a parte.
Lei dedica un capitolo all’Università di Gerusalemme e all’eccezionalità della nascita, nel 1925, della Hebrew University. Perché?
Fu il luogo che innanzitutto accolse alcune tra le menti più eccelse dell’intellighentzia in fuga dall’Europa in fiamme. Ma soprattutto fu un formidabile laboratorio di identità, non solo del nuovo Stato che stava per sorgere, ma anche il luogo che rese possibile la vera rinascita spirituale e culturale del popolo ebraico. Non a caso Achad Ha-Am  disse che la Hebrew University era il nostro Terzo Santuario, il terzo Bet Hamigdash che ha reso possibile la nascita dello Stato di Israele. E forse pochi ricordano che tra i discorsi di inaugurazione ce ne furono due memorabili: quello di Albert Einstein, che nel 1923 espose proprio in tale sede la sua teoria della relatività, e poi quello di Achaad HaAm letto da Bialik. Tutti gli intellettuali che fuggivano dall’Europa arrivavano nell’Yshuv e ricominciavano una nuova vita facendo i bibliotecari, gente che era già docente universitario in patria, sbarcava qui e archiviava libri, anche per anni, pur continuando a studiare. Solo dopo tornarono a essere docenti, rendendo grande questo ateneo che collezionò una qualità altissima di docenti, da Martin Buber a Gershon Scholem a Pinhes…. Erano tutti consapevoli della portata del loro compito. Tutti costoro praticarono l’insegnamento in vista di una rinascita culturale e spirituale di cui lo Stato e l’Università sarebbero dovuti essere l’incarnazione. Un progetto grandioso. La verità è che l’Università di Gerusalemme fu la premessa ideologica alla nascita dello Stato d’Israele; e che uno Stato nasca sul ceppo di una tradizione di studio la dice lunga sull’investimento morale, spirituale e intellettuale che ci stava dietro. La qual cosa fa onore al popolo ebraico. Ed è così, proprio con la nascita di questo Ateneo, che si chiude la stagione della Haskalah, della Wissencshaft des Judentums, la Scienza dell’ebraismo, così come era stata concepita dall’illuminismo ebraico dell’Ottocento.
Quali di questi numerosi pensatori sente più affine?
Saadia Gaon, Maimonide e, parimente, Yehuda Ha Levì: sono giganti da cui imparo ogni volta cose diverse e nuove, malgrado io li “frequenti” ormai da vari decenni. E poi Leone da Modena: mi ha sempre molto coinvolto emotivamente. Era un genio indiscusso, un talmudista eccezionale, ma aveva il vizio del gioco, era perennemente senza soldi, era debole e vessato da una moglie che gli urlava sempre contro e che lo terrorizzava. Provo per lui grande ammirazione e insieme pena, era fragile, sfortunato, dotato di una mente eccelsa, di una preparazione sconfinata, e addirittura contribuì all’istituzione di una scuola di musica nel ghetto di Venezia. Alcuni suoi responsi e suoi pensieri, preziosi e intimi, li ho appresi da documenti inediti.
Lei ha conosciuto e ha studiato con numerosi dei pensatori del Novecento di cui scrive…
Ho intrattenuto una corrispondenza con Sholem che incontrai più volte: mi diede anche dei consigli utili circa un cabbalista di Ancona che avevo scoperto e su cui stavo scrivendo un articolo, un tal Eliahu Muciacion. C’era il mio caro e geniale amico Meir Benayahu, uno degli intelletti più eccezionali che abbia mai incontrato, figlio del Rabbino Capo di Israele Yitzkhàq Nissìm, che fu anche lui spesso ospite a casa mia, da giovanissimo ad Ancona. Ricordo i seminari in rehov Haturim a Gerusalemme dove a lungo ho studiato con Nechama Leibovitz. E poi i miei maestri: Rav Dario Disegni, Rav E.S. Artom, Dante Lattes, Nathan Rotenstreich, S.H. Bergman e in particolare Leon Ashkenazi, detto Manitou, che per lungo tempo fu il mio rav. Quest’ultimo veniva dal movimento scout, faceva sempre delle battute, da giovani ci faceva studiare e poi ci portava sul campo, per gran partite di calcio. Nell’ultimo incontro che ebbi con lui era molto malato, a letto, prossimo alla morte: mi prese la mano e mi disse “Sei diventato un talmid chacham, ma come centravanti eri proprio una schiappa”.