Heschel, un’audace passione per la verità

Ebraismo

di Rav Paolo M. Sciunnach

heschel_0«Aveva grandezza morale e audacia di spirito», con queste parole la figlia Channah Shoshannah Heschel definisce la personalità di suo padre. Non si possono trovare parole migliori per cercare di illustrare il personaggio di Abraham Joshua Heschel, un’importante figura dell’ebraismo del “secolo breve”. Heschel cercò di trasmettere gli insegnamenti profondi del pensiero chassidico nel “nuovo mondo”, con un linguaggio accessibile all’ebreo moderno, al quale si rivolse nella maggior parte dei suoi scritti, per riportarlo alla Torà: e per illustrare il chassidismo con le parole della filosofia.
Quello di Heschel è un caso singolare, nella sua vita non mancano grandi contraddizioni. Tuttavia la sua figura resta per noi una preziosa “guida dei perplessi” del nostro tempo. Particolarmente degna di nota è la varietà di quanti lo considerano il loro maestro: ebrei ortodossi, conservativi, riformati, laici; ma anche cristiani cattolici e protestanti.
Come un “tizzone strappato dall’incendio dell’Europa”, scampato alla Shoah e approdato negli Usa, si portò dietro l’universo chassidico dell’Europa orientale nel quale era cresciuto, assai lontano dall’ambiente in cui insegnò negli Stati Uniti. Heschel nacque a Varsavia l’11 gennaio 1907 in una famiglia di chassidim. La sua educazione fu tradizionale: fin dalla più tenera età venne introdotto allo studio del Talmud e della Qabbalah. L’albero genealogico della sua famiglia conta almeno sette generazioni di grandi Rabbini risalenti a Rabbi Israel Ben Eliezer Baal Shem Tov.
Quasi tutti i grandi Rabbini dell’Europa orientale che si ispirarono agli insegnamenti del Besht e guidarono il risveglio spirituale del mondo ebraico nel XVIII e XIX secolo, sono antenati di Heschel. Il capostipite della famiglia fu Rabbi Abraham Joshua Heschel di Apt (1748-1825): conosciuto come “Ohev Israel” (“amante di Israele”), dal titolo della sua opera più famosa, l’Apter Rebbe metteva in pratica l’insegnamento di “amare ogni singolo ebreo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze” e come il Baal Shem Tov vedeva la scintilla Divina nell’anima di ogni ebreo. Il suo insegnamento mistico fu subito recepito da Heschel e influenzerà notevolmente i suoi scritti. Sempre da parte paterna, Heschel discende anche da un altro grande maestro: Rabbi Israel Friedman (1797-1850), il Rebbe di Ruzhin. Egli era discendente di un altro grande Rebbe: Rabbi Dov Baer di Mezeritch (1710-1772), il Maghid di Mezeritch, discepolo del Baal Shem Tov. Anche da parte di madre Heschel assorbì gli insegnamenti del chassidismo, poiché il nonno di sua madre fu Rabbi Shlomo Chayim di Koidanov (1797-1862); ma soprattutto sua madre discendeva anche da Rabbi Levy Yitzchak di Berditchev (1740-1810), un grande mistico e talmudista. Heschel rimarrà sempre molto attaccato agli insegnamenti di Rabbi Levy Yitzchak di Berditchev: basti pensare che, in occasione del suo Bar Mitzvà, Heschel indosserà per la prima volta i Tefillin del suo antenato.
A quindici anni manifestò l’intenzione di accedere anche a studi secolari e, con il consenso della famiglia, si trasferì per studiare al Real Gymnasium di Vilna, in Lituania, e successivamente all’Università di Berlino, dove studiò filosofia e storia; frequentò anche la celebre Hochschule fiir die Wissenschaft des Judentums per gli studi sulla “scienza del giudaismo” e si laureò nell’autunno del 1933 con una tesi sulla “coscienza profetica”.
Nel 1937 ricoprì la cattedra lasciata libera da Martin Buber allo Judisches Lehrhaus di Francoforte. Ma il 10 ottobre 1938, per il decreto di espulsione degli ebrei, Heschel fu costretto a lasciare precipitosamente la Germania e riuscì a sfuggire definitivamente alla minaccia nazista rifugiandosi in America. Dal 1940, infatti, su invito del presidente dello Hebrew Union College di Cincinnati, fu professore associato di pensiero ebraico in quel famoso istituto del Reform Judaism. Cinque anni più tardi, per evidenti disaccordi con gli indirizzi di fondo del Reform Judaism, passò ad insegnare al Jewish Theological Seminary of America di New York, cuore del Conservative Judaism, dove restò fino alla morte (1972) quale docente di Musar (Etica ebraica), Qabbalah (mistica ebraica) e Chassidut (pensiero chassidico). Il suo lavoro raccoglie temi, concetti e suggestioni attorno ai capisaldi dell’ebraismo: pensiero ebraico, chassidismo, Talmud e Qabbalah. A questi temi Heschel ha dedicato una serie di saggi, articoli e libri in inglese, ebraico e yiddisch.
Il pensiero di Heschel si presenta come una risposta tradizionale alla crisi dell’ebreo moderno. Contrariamente a quanto sostenuto da alcuni critici, l’equilibrio tra Halachà e Aggadà sottolineato da Heschel non rischia affatto di limitare l’importanza dell’aspetto normativo tradizionale. Heschel non ha mai avuto l’intenzione di privilegiare un ambito a scapito dell’altro, quanto piuttosto di individuarne le reciproche implicazioni, costituendo entrambe parti fondamentali della Torah, che va presa sempre nella sua totalità. Inoltre, ciò che Heschel chiama “Pan-Halachismo” e/o “comportamentismo religioso” non viene mai identificato, nel suo pensiero, con l’Ortodossia.
È difficile quindi situare il pensiero di Heschel nel “Conservative Judaism” o in altre denominazioni contemporanee dell’universo ebraico americano. Fondamentale si presenta per Heschel il problema di quale significato abbia l’osservanza nell’ebraismo: l’ebreo moderno, secondo l’autore, non si sente di accettare il metodo dell’osservanza come scorciatoia per avvicinarsi al mistero della volontà divina. La difficoltà maggiore che egli incontra non dipende dall’incapacità di comprendere l’origine divina della Torà, ma dalla sua incapacità di intuire la presenza del significato divino nell’adempimento della Halachà.
Un aneddoto estremamente rappresentativo, riportato in una nota da Samuel Dresner, può facilmente inquadrare il rapporto di Heschel con questo problema: una delle decisioni prese dal Committee on Law and Standards fu, in determinate circostanze, permettere agli ebrei di viaggiare in auto di Shabbat al fine di recarsi alla preghiera in Sinagoga. Rispose Heschel: «Se il Law Committee volesse veramente aiutarmi, posso dare loro un suggerimento: sono sempre stato sconvolto dal comandamento “amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le tue forze”, questo obbligo è un terribile fardello, una responsabilità impossibile. Ora, se il Law Committee volesse rendermi più facile il compito, che emani una legge: “amerai il Signore tuo Dio con metà del tuo cuore…!” ».
È interessante notare come Heschel identifichi l’identità ebraica nel rapporto dell’ebreo con la Torà Orale: l’illuminismo ebraico (Haskalà), e prima ancora Spinoza, hanno «contaminato come un veleno di parassita» l’ebraismo, identificandolo con la “ortoprassi”. Spinoza e Mendelssohn, riducendo l’ebraismo a “religione della Legge”, hanno precluso la sua valenza spirituale.
Sulla base della mutilazione del pieno significato teologico della Torà, si creano le premesse per l’abbandono dell’osservanza delle mitzvot, private del proprio significato spirituale. Ecco allora l’importanza di recuperare l’equilibrio tra Halachà (legge) e Aggadà (pensiero). «La Aggadà è unita e legata alla Halachà e non può esistere senza di essa. Soprattutto nei circoli intellettuali ebraici dell’età moderna molti ne hanno disprezzato le parole. Questo atteggiamento non deriva dal fatto di trovarvi accenti stravaganti e detti inverosimili, ma dal fatto che tutto il succo della questione, occuparsi dei problemi vitali attraverso lo specchio della fede, era estraneo allo spirito di quegli uomini. Immiseritisi ed inariditisi i torrenti della fede, ogni questione sul rapporto tra l’uomo e Dio era ai loro occhi pula e paglia. L’Illuminismo ebraico apprezzava ben poco lo studio della Aggadà. L’autore di uno studio sull’educazione ebraica, in cui tutti gli aspetti della letteratura ebraica classica venivano elogiati come materia altamente valida per l’istruzione, si batte con tutte le sue forze perché la Aggadà non venga inclusa nel curriculum degli studi». Nell’introduzione a The Circle of the Baal Shem Tov: Studies in Hasidism, Dresner conferma che questa posizione di equilibrio tra Halachà e Aggadà è tipicamente chassidica. Heschel stesso racconta che «questa enfasi straordinaria posta sulla Halachà non l’ho sentita a Varsavia tra i chassidim, dove sono cresciuto, ma inaspettatamente a Berlino».
Inoltre, i tre volumi di Torah Min HaShamaym BeIspaqlarya Shel HaDorot sul pensiero rabbinico nel Talmud, non analizzano il problema teologico sulla rivelazione, ma piuttosto un problema midrashico, esegetico, ermeneutico, interpretativo tra Rabbi Akiva e Rabbi Ishmael: «entrambi i nostri maestri affermano la rivelazione divina della Torà, ma diverso è il loro modo di descriverla». È il particolare concetto ebraico di Torà a suggerire ad Heschel l’importanza attuale della tradizione per tutta la realtà ebraica contemporanea.
Il termine Torà ha molteplici significati, c’è una Torà Scritta ed una Torà Orale: «noi ci accostiamo alle leggi della Torà attraverso l’interpretazione e la saggezza dei Rabbini, senza i quali il testo della Torà è spesso incomprensibile. In tal modo l’ebraismo si fonda su un minimo di rivelazione (Torà Scritta) ed un massimo di interpretazione (Torà Orale), sulla volontà di Dio e sulla comprensione di Israele, per la quale, in particolare, dipendiamo dalla tradizione non scritta. Sul Sinai abbiamo ricevuto sia la parola (Torà Scritta), sia lo spirito per comprenderla (Torà Orale); e i Rabbini, che sono gli eredi dei Profeti, ne interpretano e ne determinano il significato».
L’uomo quindi è responsabile di Dio. Che cos’è il “pathos di Dio”, si domanda Heschel, se non il fatto che Dio è profondamente toccato da ciò che fanno gli esseri umani?
I profeti ci hanno insegnato che Dio ha profondamente a cuore la sofferenza umana e che Dio è coinvolto nella vita umana, specialmente quella del popolo di Israele. Vige un Patto tra Dio e l’uomo, entrambe le parti sono tenute a rispettarlo: “la mia Torà è nelle vostre mani, ma il tempo della redenzione è nelle mie mani, così ciascuno di noi ha bisogno dell’altro. Se voi avete bisogno di me perché venga il tempo della redenzione, anche io ho bisogno di voi, che osserviate la mia Torà, affinché si avvicini la ricostruzione del mio regno, della mia casa e di Yerushalaym”.

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