Berkovits: «La Halakhah? È il più potente antidoto contro ogni fondamentalismo»

Ebraismo

di Vittorio Robiati Bendaud

Eliezer Berkovits
Dio, l’uomo, la Storia. E poi i rapporti tra Israele, la Diaspora e il Sionismo. La dialettica tra Halakhà e Haggadà, ovvero tra regola e racconto, ragione e sentimento, razionalità e slancio emotivo. Per tutta la vita Eliezer Berkovits, uno dei grandi pensatori del XX secolo, si interrogò su questi temi. E su come fosse possibile umanizzare la parola divina e applicare le verità eterne all’instabile e mutevole vita umana

Eliezer Berkovits

Eliezer Berkovits

Per presentare Eliezer Berkovits, rabbino ed eccezionale interprete del pensiero ebraico del Novecento, occorre una premessa, che parte da lontano. Il XIX e il XX secolo hanno impresso un’accelerazione, profonda e per molti versi inedita, al pensiero ebraico, innestandovi apporti provenienti dal mondo accademico, in particolare legati agli sviluppi della filosofia tedesca. In proposito, va ricordato che la filosofia tedesca e la teologia cristiana tedesca erano in stretta relazione tra loro. La condizione sociale e culturale degli ebrei fu per lungo tempo sospesa tra tre fuochi: l’antisemitismo con i suoi continui attacchi ideologici, sia laici sia religiosi; l’emancipazione, con il desiderio di integrarsi e di non “dispiacere” – o comunque di non sentirsi troppo “diversi”- alla popolazione non ebraica; il progressivo allontanamento dalla Tradizione, parallelamente al fascino irresistibile esercitato dalla grande tradizione letteraria, musicale e filosofica europea, tedesca in particolare.
La prima vittima, nel corso del XVIII secolo, di questa difficile triangolazione fu l’ebraismo stesso, ossia la comprensione del suo genio proprio e irrinunciabile, del suo nucleo vitale, pulsante e originale: la Halakhah. L’antisemitismo tradizionale, di matrice cristiana, ravvisava nell’ebraismo un fossile, rigida e sterile norma, minuzie e dettagli superati, gretti e tribali. La cultura filosofica tedesca, innamorata dell’ “universale”, diffidava della “specificità” ebraica, ritenendo stantio arcaismo il “particolare” del Popolo ebraico e della sua cultura. Sia per rendere ragione del loro ebraismo, sia per tradurre in categorie spendibili alcuni fondamenti della fede di Israele, alcuni pensatori ebrei iniziarono a identificare la Halakhah unicamente con l’etica e, dunque, l’ebraismo con l’universalismo morale. Si ridusse così l’ebraismo a solo “monoteismo etico”. Ne conseguì un disastro nell’autocomprensione ebraica della propria Tradizione. Certo, la Halakhah fissa un’etica e la promuove, ma non si esaurisce nella sola sfera etica, che, per la Halakhah, non è una sfera più importante rispetto alle altre. Ad esempio, vi è tutta la fondamentale parte “rituale”. Certamente, poi, l’ebraismo possiede contenuti e afflati universali; tuttavia, per essere se stesso ed esistere, ha e deve mantenere la sua “via” particolare. La Riforma ebraica nacque nel corso di un simile terremoto, provocando a sua volta ulteriori tsunami. Si andò delineando una forte polarità dialettica, quella tra Halakhah (norme e rituali) e Haggadah (narrazione, contenuti simbolici…). Molti pensatori ebrei – alcuni dei quali furono intelletti geniali e nobili- che, indulsero, subendo antisemitismo e assimilazione, in queste riflessioni, non ebbero mai una formazione ebraica tradizionale.
Il primo a proporre una riflessione contemporanea sul rapporto tra Halakhah e Haggadah, e dunque sulla storia e sulla vita del Popolo, fu il grande poeta Bialik, con un saggio in ebraico, pubblicato nel volume Divrè Sifrùth (Odessa, 1916/1917). Ma Bialik aveva avuto ciò che era mancato a Hermann Cohen, Martin Buber e Franz Rosenzweig: la formazione in una yeshivah. Bialik studiò a Volozhin, non certo una yeshivah “qualsiasi”, ma la più grande di tutte. Questo segnò l’avvio, nei massimi interpreti del pensiero religioso ebraico, da Heschel a Soloveitchik, di una riflessione sulla Halakhah. Ed è esattamente qui che incontriamo Eliezer Berkovits, che a lungo investigò il rapporto tra Dio, l’uomo e la storia; ossia sul rapporto tra tradizione e modernità -dunque, sulla Halakhah-, sulla Shoah e, ancor più, su Israele, Diaspora e Sionismo.
Quando ci si avvicina al pensiero di Eliezer Berkovits, bisogna ricordare che egli fu un rabbino ortodosso, allievo di una delle più grandi autorità rabbiniche dell’epoca, un posèq, ossia un decisore della Halakhah, Rav Yechiel Ya‘aqòv Weinberg, autore dell’importante opera di responsi Seridé Esh. Di origini transilvane (nacque nel 1908), studiò a Berlino con Rav Weinberg presso il seminario rabbinico ortodosso Hildesheimer, per poi riparare in Inghilterra e successivamente negli Stati Uniti. Nel 1975 fece l’aliyà in Israele e vi morì nel 1992. Riflettendo sulla generale storia umana e sulla particolare storia ebraica, Berkovits ricordò che “il Dio della storia è presente e assente al contempo. Egli nasconde la Sua presenza. È presente senza essere palesemente manifesto ed è assente senza che sia disperatamente inaccessibile. Molti Lo trovano nella Sua assenza e molti altri non riescono a vederLo neppure in Sua presenza”. In relazione ad Auschwitz, scrisse che lì “si trovarono due Giobbe: un primo, che tardivamente accettò il consiglio della moglie, voltando le spalle a Dio; e un secondo, che serbò la fede sino all’ultimo, affermando Dio sulle soglie delle camere a gas, camminando verso la morte cantando Anì ma ‘amin. Se vi fu chi perse la fede, vi fu anche chi non vacillò. Se Dio non fu presente per molti, per altri non fu mai assente”. Berkovits inoltre sentenziò: “valutando complessivamente il significato dell’era cristiana nei termini dell’esperienza ebraica nelle terre di cristianità, il risultato conclusivo è la bancarotta. La bancarotta morale della civiltà cristiana e la bancarotta spirituale della fede cristiana”.
Berkovits, in particolare, si spese per restituire una comprensione della Halakhah, del suo procedere e dei suoi scopi. Poiché la Torah abbraccia ogni aspetto della vita dell’ebreo pervadendola, la Halakhah deve saperne interpretare l’intenzione per quanto attiene la dimensione spirituale, etica, sociale ed economica. Scrisse: “La Halakhah è la Torah applicata, in modo che la sua applicazione sia significativa in una data situazione. Scopo della Halakhah è rendere la Torah in un preciso contesto storico 1) praticamente eseguibile; 2) economicamente sostenibile; 3) eticamente rilevante; 4) spiritualmente colma di significato”. In questo senso, la Halakhah coincide con la sapienza specifica dell’applicazione delle parole scritte della Torah alla vita e alla storia del popolo ebraico. Essa, quindi, declina nel tempo gli insegnamenti eterni della Torah. Ma come possono verità e norme eterne trovare applicazione nella instabile, mutevole e transitoria vita umana? Scrive Berkovits: «La verità divina deve essere riversata in vasellame umano; deve essere “umanizzata”. Avendo abbandonato la sua dimora divina, tale verità deve trovare asilo nelle angustie dell’incertezza e dell’inadeguatezza umane. Questo, sinteticamente, il compito della Halakhah. La “umanizzazione” della parola divina richiede che, nell’applicazione della Torah alla condizione umana, vengano tenuti in considerazione la natura umana e i bisogni, il carattere umano e i suoi problemi, la condizione umana e la continua mutevolezza delle sue dimensioni, l’ebreo e il popolo ebraico nella loro particolare e unica realtà storica». Spiegando il pensiero di Berkovits, così scrive Rav Laras: “La Halakhah è dunque la sapienza del possibile e, per sua essenziale natura, il più potente antidoto contro ogni fondamentalismo. Ne consegue che il contributo offerto di generazione in generazione dai Maestri di Israele alla comprensione, all’interpretazione e all’applicazione della Torah è esso stesso parte integrante della Torah; una parte umana della Torah, che si disvela appieno nell’importanza imprescindibile riservata dal Talmùd alla razionalità”.

Menu