di Anna Balestrieri
Alla base della piattaforma la convinzione che la guarigione dal trauma non sia un evento, ma un processo che richiede tempo, continuità e relazioni. L’app, gratuita per soldati e familiari, propone programmi personalizzati fondati su tre pilastri complementari: benessere psicologico, equilibrio fisico e ricostruzione della rete sociale. (Nella foto, soldati israeliani. Foto: IDF)
Le ferite di una guerra non si misurano soltanto nel numero delle vittime o nella distruzione materiale. Esiste un fronte meno visibile, ma destinato a lasciare conseguenze ancora più durature: quello della salute mentale. A oltre due anni dal massacro del 7 ottobre 2023 e dall’inizio della guerra contro Hamas, Israele si trova infatti ad affrontare una delle più gravi emergenze psicologiche della sua storia recente, con migliaia di soldati e civili alle prese con disturbi post-traumatici, depressione e ansia.
Di fronte a un sistema sanitario sotto pressione e a liste d’attesa sempre più lunghe, cresce il ruolo delle iniziative nate dalla società civile. Tra queste, una delle più innovative è Bishvilenu, una piattaforma digitale sviluppata per accompagnare nel tempo il percorso di recupero dei militari israeliani e delle loro famiglie.
Dal trauma personale a un progetto collettivo
L’idea nasce dall’esperienza diretta di Tzur Kurnedz, ex membro di un’unità d’élite delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), che dopo aver combattuto durante l’operazione “Margine Protettivo” del 2014 ha dovuto affrontare personalmente un disturbo da stress post-traumatico (PTSD).
L’episodio che ha trasformato questa vicenda individuale in un progetto più ampio è arrivato dopo il 7 ottobre. Un suo cugino, gravemente ferito negli scontri con i terroristi di Hamas e sopravvissuto a un lungo coma, una volta ripresi i sensi ha chiesto immediatamente di parlare con lui.
Quel bisogno di essere compreso da chi aveva vissuto esperienze analoghe ha fatto emergere con forza una lacuna già evidente: il difficile accesso a un sostegno continuativo per chi torna dalla guerra.
Insieme alla moglie Nomi Weiss, assistente sociale e giurista, Kurnedz ha quindi dato vita a Bishvilenu, un progetto che utilizza la tecnologia per accompagnare il lungo processo di elaborazione del trauma.
Un percorso costruito su mente, corpo e comunità
Il nome Bishvilenu significa in ebraico “per noi”, ma richiama anche l’idea di un sentiero da percorrere. Una scelta simbolica che riflette la filosofia del progetto: la guarigione dal trauma non è un evento, ma un processo che richiede tempo, continuità e relazioni.
La piattaforma, gratuita per soldati e familiari, propone programmi personalizzati fondati su tre pilastri complementari: benessere psicologico, equilibrio fisico e ricostruzione della rete sociale.
Tra gli strumenti disponibili figurano esercizi di respirazione, tecniche di regolazione emotiva, pratiche corporee e metodologie terapeutiche validate scientificamente, come la terapia narrativa. A supportare lo sviluppo dell’applicazione lavora un’équipe multidisciplinare composta da specialisti israeliani e statunitensi, comprendente psicoterapeuti, assistenti sociali ed esperti universitari nello studio del PTSD.
L’obiettivo, spiegano i fondatori, non è sostituire gli psicologi o le organizzazioni specializzate, bensì creare un’infrastruttura digitale condivisa capace di mettere in rete competenze già esistenti e rendere più efficace il sostegno ai pazienti.
Una crisi che supera la capacità del sistema sanitario
La nascita di Bishvilenu si inserisce in un contesto particolarmente critico.
Secondo un rapporto pubblicato nel 2025 dal Controllore dello Stato israeliano, circa tre milioni di adulti hanno sviluppato sintomi riconducibili ad ansia, depressione o disturbo post-traumatico dopo il 7 ottobre, una cifra che restituisce la portata dell’impatto psicologico della guerra sull’intera società.
Anche il sistema di assistenza destinato ai veterani mostra evidenti segni di sovraccarico. Decine di migliaia di militari attendono ancora di essere presi in carico dai servizi di riabilitazione delle IDF, mentre migliaia hanno già ricevuto una diagnosi di PTSD.
Le stime del Ministero della Difesa indicano inoltre un costante incremento dei casi di stress post-traumatico tra i combattenti e prevedono un ulteriore aumento nei prossimi anni. Parallelamente cresce anche la preoccupazione per il numero dei tentativi di suicidio registrati tra i militari, fenomeno che coinvolge soprattutto chi ha partecipato direttamente alle operazioni di combattimento.
La guerra rischia così di proseguire ben oltre il cessate il fuoco, trasferendosi nella vita quotidiana di migliaia di reduci.
Quando il digitale colma le distanze
In Israele, dove le organizzazioni del terzo settore svolgono storicamente un ruolo complementare rispetto alle istituzioni pubbliche, la tecnologia sta diventando uno strumento fondamentale per ampliare la capacità di intervento.
Bishvilenu collabora oggi con numerose associazioni impegnate nel sostegno ai veterani, offrendo loro una piattaforma comune attraverso cui seguire i pazienti anche dopo il primo intervento terapeutico.
L’applicazione consente infatti di monitorare l’evoluzione del percorso individuale, individuare eventuali segnali di allarme e favorire un contatto costante tra operatori, soldati e familiari.
Uno degli aspetti più innovativi riguarda proprio la prevenzione: l’obiettivo non è intervenire soltanto quando il disturbo è ormai conclamato, ma individuare precocemente i fattori di rischio e rafforzare la resilienza psicologica durante il delicato ritorno alla vita civile.
Ricostruire legami per uscire dall’isolamento
Chi lavora nel campo del trauma sottolinea da tempo come uno degli effetti più profondi dello stress post-traumatico sia l’isolamento.
Molti reduci faticano a raccontare la propria esperienza, convinti che nessuno possa realmente comprenderla. Anche Kurnedz descrive il proprio percorso personale come un lento processo di apertura, iniziato soltanto dopo anni e grazie al sostegno della famiglia e dei compagni d’armi.
La comunità, più ancora della tecnologia, rappresenta il cuore del progetto.
L’app nasce infatti dall’idea che ogni esperienza individuale possa diventare una risorsa collettiva e che condividere il proprio vissuto contribuisca a spezzare quel senso di solitudine che accompagna spesso il trauma.
La nuova frontiera della resilienza
Israele ha costruito nel corso della propria storia una notevole capacità di reagire alle emergenze. Tuttavia, la guerra iniziata dopo il 7 ottobre ha aperto una sfida diversa da quelle affrontate in passato.
Non si tratta soltanto di ricostruire infrastrutture o rafforzare la sicurezza nazionale, ma di prendersi cura di una popolazione profondamente segnata sul piano psicologico.
In questo scenario, strumenti come Bishvilenu mostrano come innovazione tecnologica, competenze cliniche e solidarietà comunitaria possano convergere in un nuovo modello di assistenza, destinato probabilmente a influenzare anche altri Paesi chiamati a confrontarsi con le conseguenze invisibili dei conflitti contemporanei.



