di Anna Balestrieri
Due recenti episodi in Nord America riaccendono il dibattito sulla pressione esercitata sulle personalità ebree affinché prendano pubblicamente le distanze dallo Stato ebraico. (Manifestazione in Ohio per la Paslestina nel novembre 2023. Wikipedia. Credit: Becker 1999)
Non è più sufficiente parlare del proprio lavoro, presentare un libro o partecipare a un incontro dedicato all’innovazione. Per alcune personalità ebree in Nord America, l’accesso alla vita culturale e pubblica sembra essere sempre più subordinato a una domanda preliminare: qual è la tua posizione su Israele?
Due episodi recenti, avvenuti in contesti molto diversi, mostrano la progressiva trasformazione dell’antisionismo in una sorta di test ideologico imposto agli ebrei. Il primo coinvolge lo storico della Shoah Rafael Medoff e la casa editrice statunitense Dark Horse Comics. Il secondo riguarda Harley Finkelstein, presidente della piattaforma canadese di commercio elettronico Shopify, contestato pubblicamente durante un evento dedicato all’imprenditoria.
In entrambi i casi, il punto non è soltanto la critica alle politiche del governo israeliano. A emergere è piuttosto la pretesa che singoli cittadini e professionisti ebrei debbano rispondere personalmente delle azioni dello Stato di Israele, anche quando l’argomento non ha alcun legame diretto con il loro lavoro o con l’occasione pubblica alla quale stanno partecipando.
Il libro sulla Shoah e la condanna richiesta a Israele
Rafael Medoff, fondatore del David S. Wyman Institute for Holocaust Studies di Washington, aveva in programma la pubblicazione di Cartoonists Against the Holocaust, una raccolta di circa 150 vignette editoriali apparse sui giornali americani negli anni Trenta e Quaranta.
Il volume, accompagnato dai commenti dello storico, avrebbe ricostruito ciò che l’opinione pubblica statunitense sapeva della persecuzione e dello sterminio degli ebrei europei mentre la Shoah era ancora in corso.
La pubblicazione era prevista presso Dark Horse Comics, uno dei maggiori editori statunitensi di fumetti. Secondo Medoff e l’organizzazione StandWithUs, tuttavia, il progetto sarebbe stato bloccato dopo il suo rifiuto di inserire nell’introduzione una dichiarazione di condanna contro Israele.
L’allora responsabile editoriale Craig Yoe avrebbe chiesto allo storico di accusare Israele di “genocidio” nella Striscia di Gaza, oltre a includere riferimenti a presunti crimini di guerra, crimini contro l’umanità e al sistema carcerario statunitense.
Medoff ha respinto la richiesta, sostenendo che subordinare la pubblicazione di un libro sulla Shoah all’accettazione di una determinata posizione politica su Israele costituisca una forma di intimidazione ideologica.
«Gli storici dovrebbero essere liberi di scrivere di storia senza essere sottoposti a test politici», ha dichiarato, paragonando il comportamento denunciato a una nuova forma di maccartismo.
Dark Horse contesta però questa ricostruzione. In una comunicazione citata dai media israeliani, l’ufficio legale dell’editore ha attribuito la cancellazione del volume a ragioni economiche e ai ripetuti ritardi nella programmazione e nella consegna del progetto.
Le due versioni restano quindi contrapposte. Da una parte, Medoff e StandWithUs denunciano una richiesta politica esplicita; dall’altra, la casa editrice sostiene che la decisione sia stata esclusivamente commerciale e organizzativa.
Al di là della controversia specifica, il caso solleva una questione più ampia: può la posizione di un autore su Israele diventare una condizione per la pubblicazione di un’opera che tratta un argomento completamente diverso?
Contestato mentre parlava di imprenditoria
Una dinamica analoga, sebbene in un contesto differente, ha coinvolto Harley Finkelstein, imprenditore ebreo canadese e presidente di Shopify.
Durante lo Startupfest di Montreal, Finkelstein stava partecipando a una conversazione pubblica con l’ex campione di arti marziali miste Georges St-Pierre. L’incontro era dedicato all’imprenditoria e all’innovazione tecnologica.
L’evento è stato interrotto dall’attivista anti-israeliano Yves Engler, che si è avvicinato al palco filmando Finkelstein e contestandolo per il suo sostegno a Israele nel contesto della guerra nella Striscia di Gaza.
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Il pubblico ha reagito con fischi e proteste, mentre un membro dello staff ha accompagnato Engler fuori dalla sala. Finkelstein gli ha risposto che si stava «mettendo in imbarazzo».
In seguito, il presidente di Shopify ha descritto l’episodio come una manifestazione di antisemitismo mascherata da attivismo politico. Ha sottolineato che non si trovava sul palco per parlare di Israele o di politica internazionale, ma della propria esperienza imprenditoriale.
«Quando il bersaglio è sempre l’ebreo e mai l’argomento, non è attivismo. È odio», ha scritto sui social.
Finkelstein ha inoltre ricordato che si trattava della terza contestazione pubblica subita in due anni per il proprio sostegno allo Stato ebraico. Proteste analoghe avevano interrotto un evento dal vivo organizzato nel 2024 e un suo intervento durante l’inaugurazione del Finkelstein Chabad Jewish Centre di Ottawa.
L’antisemitismo “normalizzato” in Canada
L’episodio di Montreal si inserisce in un clima che Finkelstein ha definito sempre più preoccupante per la comunità ebraica canadese.
In un’intervista al National Post, l’imprenditore ha affermato che l’antisemitismo sarebbe ormai «normalizzato sotto il più sottile velo dell’attivismo». Comportamenti che sarebbero immediatamente riconosciuti come discriminatori se rivolti contro altre minoranze, ha osservato, vengono spesso giustificati quando il bersaglio è costituito dagli ebrei.
Secondo Finkelstein, numerose famiglie ebree starebbero discutendo un possibile “piano B”, valutando l’ipotesi di lasciare il Canada qualora la situazione dovesse peggiorare.
«I nipoti delle persone che sono fuggite in Canada ora si chiedono se debbano fuggire dal Canada», ha dichiarato.
La sua scelta personale è però quella di restare, continuare a investire nel Paese e crescere i propri figli come ebrei «con orgoglio e visibilità».
Le sue parole arrivano mentre anche le autorità canadesi riconoscono la gravità del fenomeno. Il primo ministro Mark Carney ha recentemente affermato che il Canada sta «fallendo nei confronti degli ebrei canadesi», definendo l’aumento dell’antisemitismo una crisi specifica e grave, alla quale sarebbe necessario rispondere con misure mirate.
Dal dissenso politico alla responsabilità collettiva
La critica a Israele, come quella rivolta a qualsiasi altro Stato, rientra pienamente nel dibattito politico. Il problema nasce quando l’identità ebraica di una persona viene considerata sufficiente per attribuirle una responsabilità diretta o indiretta rispetto alle decisioni del governo israeliano.
È proprio questo il filo che collega i casi di Medoff e Finkelstein.
Uno storico della Shoah sarebbe stato chiamato, secondo la sua ricostruzione, a inserire una condanna di Israele in un libro dedicato alle vignette americane degli anni della persecuzione nazista. Un imprenditore è stato contestato mentre parlava di tecnologia, come se la sua identità e il suo sostegno a Israele rendessero impossibile separare la sua attività professionale dal conflitto mediorientale.
Non si contesta più soltanto un’opinione espressa in un dibattito politico. Si pretende che l’ebreo prenda posizione, si dissoci, condanni e dimostri pubblicamente di possedere le credenziali ideologiche necessarie per essere accettato.
Un fenomeno che attraversa cultura, università e professioni
I due episodi non appaiono isolati. Negli ultimi anni, scrittori, artisti, docenti universitari e professionisti ebrei hanno denunciato pressioni affinché condannassero Israele come condizione implicita o esplicita per partecipare a eventi, mantenere incarichi o essere riconosciuti come interlocutori legittimi.
La dinamica è particolarmente evidente negli ambienti culturali e accademici, dove il sostegno al sionismo o anche il semplice rifiuto di definirlo illegittimo può trasformarsi in un criterio di esclusione.
In questo modo, la libertà di espression



