Lou Reed compierebbe 75 anni. Uno sguardo alla sua ebraicitaà contraddittoria e intensa:

Taccuino

di Roberto Zadik

 

Fin dai tempi del Liceo Classico, quando svogliatamente studiavo i testi greci e latini e la saggezza dei filosofi, mi distraevo con un po’ di sano rock e a 16 anni un mio grande amico mi fece scoprire il fascino torbido e avvolgente del cantautore newyorchese Lou Reed. Da quel lontanissimo 1994 le sue note mi hanno accompagnato in diversi momenti dell’adolescenza e dell’Università e sei anni fa, l’8 marzo 2011 ho inaugurato la mia trasmissione radiofonica “ProZadik” dedicata a musicisti e cantautori ebrei parlando di lui e della sua musica.

Ma non molti sapevano che fosse mio correligionario ed è sempre stato un anticonformista laico e tormentato fino alla sua morte avvenuta il 27 ottobre del 2013 a 71 anni e per questo molto difficile da incasellare in asfittiche etichette “osservante”, “ateo”, “vicino”, “lontano” che spesso e volentieri vanno di moda anche per comodità e pigrizia mentale fra la gente comune.

Ma cos’aveva di ebraico il fantastico Lou Reed e qual era il suo rapporto con le sue radici, lui che è stato simbolo di eccesso, sperimentalismo con sesso e droghe, sposato due volte e amante e amici di David Bowie e di Mick Jagger? Si chiamava Lewis Joseph Rabinowicz poi americanizzato nel più elegante Reed e di carattere riservato e spesso scontroso e aggressivo, come lo descrivono alcune malelingue che nello spettacolo e nella vita non mancano mai. Nascose spesso e volentieri la sua ebraicità fulminando l’intervistatore con risposte secche e lapidarie come “La mia religione è suonare la chitarra” o “Ovviamente sono ebreo. Forse è ebrea la gente migliore che ci sia in giro”. Però secondo gossip di cui sono sempre molto ghiotto,  sembra che per questo ombroso cantautore, segno Pesci, la sua identità ebraica, a prescindere dalla fede, avesse un ruolo fondamentale.

Come avviene per tanti artisti essi spesso si dividono fra chi si mostra senza problemi e parla disinvoltamente di quello che è e sente, l’appena scomparso Leonard Cohen o il capriccioso e geniale Bob Dylan non hanno mai avuto difficoltà a definirsi ebrei, pur con le loro conversioni e ritorni al’ebraismo, mentre su altri personaggi, da Billy Joel, al bassista dei Kiss, l’israeliano Chaim Witz, meglio noto come Gene Simmons, al cantante dei Ramones, Marc Bolan il leader dei T-Rex, il chitarrista dei Doors Robbie Krieger, Joey Hyman, il mistero restava molto fitto, per non parlare di Amy Winehouse che non menzionò mai la sua ebraicità e ricordo la mia emozione quando vidi alcune rare foto del Bar Mitzvà di suo fratello Alex. E questo solo per fare alcuni nomi ma ce n’è una lista molto lunga della quale mi sono occupato per la mia trasmissione musicale che andava in onda sulla web radio comunitaria “Jewbox”.

Ebbene fra le rockstar ebree evasive su questo aspetto, c’era anche Lou Reed e negli elogi funebri che hanno attraversato il globo dopo la sua scomparsa ben poco o nulla si sa del suo legame con l’ebraismo visto che data la sua ritrosia ben nota, malvolentieri concedeva interviste figuriamoci su un argomento tanto personale come la religione.  A questo proposito voglio approfondire proprio questo argomento rimasto sommerso per anni. Raccogliendo testimonianze in varie lingue, in una sorta di Torre di Babele, ho trovato un interessante articolo del Jerusalem Post pubblicato nel novembre 2013 dove il Rabbino Levi Weiman Kelman, amici e confidente del cantautore, di orientamento progressista e a capo della congregazione israeliana “Kol Haneshama” racconta che Reed nacque nel pregiato quartiere di Long Island, lunedì 2 marzo 1942,  in una agiata famiglia ebraica con cui ebbe sempre però un rapporto molto complicato. Durante l’adolescenza, dopo aver mostrato tendenze omosessuali, negli anni ’50 i suoi genitori lo costrinsero a sottoporsi a alcuni trattamenti con l’elettroshock, illusi di poterlo “guarire” ma questo ne turbò grandemente la sua già tortuosa personalità e segnandone il carattere a tal punto che egli denunciò questo abuso nella sua bellissima canzone “Kill your son” (Uccidi i tuoi figli) del 1974. Leader della formazione dei Velvet Underground fino al 1970  e poi immenso cantautore solista e solitario, Lou Reed cominciò a esibirsi seppur con la consueta timidezza nel 1966 assieme alla cantante tedesca Nico Paffgen Otzak finanziato e sponsorizzato dall’amico e produttore Andrew Warhola, di origine cecoslovacca, conosciuto internazionalmente come Warhol e morto trent’anni fa, nel 1987 con cui ebbe un rapporto stretto ma estremamente burrascoso come ben si sente nella canzone graffiante “Vicious” dedicata a lui e piena di rabbia e di sarcasmo.

Riguardo all’ebraicita’ di Reed, Rav Kelman, ha sottolineato che secondo lui la sua reticenza a parlare apertamente di ebraismo derivasse dall’esperienza famigliare e dai tremendi elettroshock subiti, ma nonostante questo in alcune sue canzoni della sua luminosa carriera solista che cominciò nel 1971 quando si divise dai Velvet, egli fece a volte riferimento ad essa, anche se in maniera sempre delicata e ambigua. Esibitosi per la prima volta nel 1992 in Israele Reed ebbe, sempre secondo il Rabbino, un rapporto molto stretto col Paese, recandosi li diverse volte e pranzando col Rabbino e parlando di argomenti ebraici spesso e volentieri, come la circoncisione e le sue origini e altre tematiche sulle quali amava discutere. Avido lettore di filosofia e di psicanalisi aveva grande interesse per le festività ebraiche celebrava regolarmente il Seder di Pesach al Museo dell’Eredità ebraica attenendosi scrupolosamente agli usi della ricorrenza e formulando in ebraico le domande dell’Haggadah. Il Rabbino ha raccontato di quando per un filmato chiamo una  sua parente per farsi raccontare l’esperienza di sua zia in Polonia ai tempi della Seconda Guerra Mondiale e di quanto in qualche modo l’enigmatico cantautore e poeta, fra i più brillanti esponenti della canzone rock contemporanea ci tenesse alla sua ebraicità. Nonostante il suo abuso di droghe, le sue innumerevoli scorribande con diversi partner e altre intemperanze, descritte approfonditamente dal bravo giornalista Victor Bockris, anche lui ebreo nella sua biografia su Reed, egli restò sempre lucido e attento osservatore del quotidiano, un uomo colto, stimolante e curioso, avido lettore dei grandi poeti, come gli insegnò il suo professore di Letteratura Delmore Schwarz che divenne suo mentore e ispiratore,  cantando forse provocatoriamente temi tutt’altro che “religiosi” dall’emarginazione, al disagio, alla bisessualità e alla solitudine ma sviluppando una forte vena intimista comune a diversi artisti ebrei americani, non ultimi Simon and Garfunkel, Mark Knopfler leader dei Dire Straits o Noah Kaminski meglio conosciuto come Neil Diamond anche lui molto enigmatico sulle sue origini ebraiche. Nella sua carriera, durata quasi 40 anni, Reed si sposò due volte, una con l’attrice e regista di origine messicana Sylvia Morales e l’altra con l’artista visuale Laurie Anderson al quale rimase legato, dal 1990 fino alla morte, si è avvicinato alla Meditazione e al Tai Chi Chuan, ha lavorato anche nel cinema apparendo in “Blue in the face” del suo amico regista Wayne Wang continuando a registrare album, a raccontare storie, a collaborare con giganti della musica, da David Bowie, che produsse uno dei suoi migliori album “Transformer” del 1972 in cui spiccavano capolavori come “Perfect day”, “Satellite of love” e “Walk on the Wildside”, a John Zorn con cui scrisse un rifacimento rock del “Cantico dei Cantici”, a Iggy Pop.

In tema di canzoni diversi riferimenti ebraici si trovano nei brani “My house” dedicato da Reed alla sua giovinezza e al suo amico e professore Schwarz descritto come “ebreo errante”e nella polemica “Good evening Mr Waldheim”.  Uscita nel 1989 in uno dei migliori album del suo repertorio “New York” era dedicata all’allora Segretario delle Nazioni Unite Kurt Waldheim, ex ufficiale nazista, accusato di antisemitismo e di sostegno a estremisti islamici e personaggi pericolosi  come Lewis Farrakhan e Yasser Arafat e secondo il Rabbino Kelman “questa canzone è un tipico esempio del suo modo di essere  graffiante, interessante e sfidante”. Il Rav incontrò Reed per la prima volta nel 1992 assieme alla sua seconda moglie Laurie Anderson in un concerto di beneficienza a favore di Israele presso il New Israel Fund e nonostante fossero opposti, i due,divennero subito grandi amici. Egli ha ricordato Lou Reed, poco dopo la sua morte, a fine ottobre 2013, con affetto e commozione dicendo “il mio rapporto con Lou è stato sempre molto brillante a un po’ minaccioso. Era un vero newyorchese”.  Tanti i riferimenti alla sua identità ebraica  intensa ma piena di contraddizioni, irregolare e trasgressiva come la sua personalità immersa nell’ambiguità e nascosta da frasi secche come “Il mio solo Dio è il rock, una potenza oscura che può cambiare tutta la vostra vita”. Lou Reed è stato un personaggio fondamentale del Novecento musicale e letterario americano,la versione più cupa e scontrosa di Bob Dylan, e assieme a lui e a Cohen uno dei più ispirati poeti della canzone ebraica di sempre descritto come misogino, aggressivo e sprezzante aveva un lato romantico e dolce che emerge in splendide canzoni come “Coney Island Baby”, “I love you” e la bellissima “The ocean”. Sono passati quasi quattro anni da quando se n’è andato per un cancro al fegato che l’ha logorato lentamente e l’ebreo newyorchese è il più grande cantore che la Grande Mela abbia mai avuto, al pari del correligionario Woody Allen nel cinema e di Philip Roth nei libri e le sue canzoni fanno sognare ancora oggi vecchie e giovani generazioni in tutto il mondo.

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