David Bowie

David Bowie e gli ebrei: una relazione profonda e contorta

Taccuino

di Roberto Zadik
Sono passati due anni da quando, appena compiuti 69 anni, David Bowie – vero nome David Robert Jones -, il 10 gennaio 2016 scompariva da questo mondo, lasciando un enorme vuoto nello spettacolo e nella mia vita di appassionato di musica e suo fan di lunga data. Ma cosa aveva di ebraico Bowie e quali erano le sue relazioni con gli ebrei?

Dopo gli special di questo blog, su Marylin Monroe, sulla presunta nonna materna ebrea del grande George Michael e l’articolone “Jewrock” sulle radici ebraiche di varie leggende musicali, ora tocca al Duca Bianco, come lo avevano soprannominato i fans e le cronache, da un verso della sua canzone “Station to Station” del 1976. Personaggio geniale, vulcanico e versatile, David Bowie alternò timidezza ed esuberanza, lunaticità e volubilità, continuando a cambiare stili, generi musicali, dal pop anni ’60, al rock duro e puro di pezzi come “Rebel Rebel”, “Suffragette City” o “Cracked actor” a canzoni malinconiche e esistenziali come “Moonage Daydream”, “Space Oddity” o “Life on Mars”.

Alieno, diverso da tutti e isolato, cantò spesso di marziani, uomini nello spazio e personaggi stravaganti e incompresi, ribelle e precoce rispetto ai tempi e alle mode; Bowie ebbe una personalità enigmatica e a volte molto sfuggente. Sulla vita e sull’infanzia di Bowie si è scritto molto, ma se ne sa ancora oggi poco, in fondo. Secondo il Jewish Chronicle” si dice che sua madre Peggy Burns fosse di origine ebraica, ma  questo non è mai stato dimostrato e forse il succoso pettegolezzo  deriva dalla presunta relazione della donna con un ebreo di nome Jack Isaac Rosenberg che, a quanto pare, sarebbe il padre biologico del suo fratellastro Terry, suicidatosi in giovane età, con grande dolore di David.

Misterioso fin dal suo cognome che, stando alle sue biografie, venne adottato dal cantautore inglese dal nome di un coltello, oppure come sintesi di quello del protagonista, Bowman, del celebre “2001 Odissea nello Spazio” di Kubrick, egli ebbe col mondo ebraico un rapporto molto contraddittorio. Amico e amante di Lou Reed, cantautore ebreo newyorchese e  del fascinoso cantante dei T-Rex, Marc Bolan, anche lui di origine ebraica, l’artista, che fu anche attore cinematografico e pittore, ha avuto una vita intensa, turbolenta, piena di successi, e divenne una leggenda dal 1970 al 1976, vivendo diversi momenti drammatici. Fasi di grande instabilità e depressione, crisi esistenziali profonde,  in cui arrivò ad abusare di cocaina e eroina, a imitare il saluto nazista, definendosi nel suo periodo berlinese dal 1976 al 1978 – dove si stava faticosamente disintossicando dall’eroina -, “un Superuomo ariano privo di emozioni” elogiando il nazionalismo e il regime hitleriano.

Successivamente, molto dispiaciuto per queste sue deliranti esternazioni, si scusò attribuendole al pesante uso di droga di quelli anni bui della sua lunga carriera.  Sulle scene per più di trent’anni, dal 1969 agli ultimi lavori del 2006, sposatosi due volte, una delle quali con la modella somala Iman, Bowie fu senz’altro una personalità versatile e curiosa delle altre etnie e religioni, come si vede dai suoi album e dalle sue mille  ispirazioni, dalla poesia, al teatro, al cinema, sperimentatore in ogni senso e attratto dalla Kabbalah e dal misticismo ebraico. Lo si vede da un verso di “Station to Station” dove parla di Keter e Malkut con chiari riferimenti alla Kabbalah.

Nonostante i suoi eccessi di sesso, droga e rock and roll, seguendo lo spirito dei tempi, egli ebbe sempre un lato intellettuale e spirituale molto marcato – Capricorno ascendente Acquario – nutrendo grande interesse per occultismo, Buddismo, mistica cristiana e orientale.

In materia di aneddoti e gossip succulenti, il sito “Times of Israel” racconta di quando nel 1971 Bowie iniziò il suo tour americano ospitato da una tranquilla famiglia ebraica, gli Oberman, in una graziosa villa del Maryland. A casa loro passò molto tempo, in ottima compagnia, anche se stava diventando talmente famoso che, come ha ricordato il figlio più giovane Michael, “quando andammo in un ristorante dovemmo coprirlo con un sipario per evitare l’assedio dei fans”. Accolto come un figlio, Bowie ha ricordato gli Oberman come la sua “famiglia adottiva” in varie interviste.

Il rapporto di questa rockstar con il mondo ebraico fu davvero molto profondo o i media esagerano? Non lo sapremo mai ed è uno dei tanti segreti che il cantautore londinese ha tenuto nascosto al mondo intero. L’8 gennaio avrebbe compiuto 71 anni ma Bowie non c’è più e il suo testamento è il cupo e bellissimo “Blackstar”, conclusione di una carriera cominciata quando si faceva chiamare “Ziggy Stardust” e sfidando regole e convenzioni coi suoi sontuosi costumi e la sua energia luminosa e al tempo stesso distaccata e sorniona.

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