Via Unione, storia di un’esperienza straordinaria

Spettacolo

Nel corso della Giornata europea della Cultura ebraica, a Milano si è svolta una tavola rotonda su Via Unione, luogo di transito nel dopoguerra , con la partecipazione di Gualtiero Morpurgo, Mario Pavia, Aron Tenenbaum. Paola Sereni ha presentato gli ospiti e introdotto il tema con una panoramica sulla storia della Comunità ebraica nel momento della ricostruzione dalle macerie fisiche e psicologiche lasciate dagli anni di persecuzioni, guerra e lager. Via Unione rappresentò in quel contesto un porto sicuro, un rifugio per chi aveva perso tutto, per quel flusso ininterrotto di profughi, superstiti, sopravissuti che arrivavano dai campi a Milano, dopo soggiorni in campi di raccolta organizzati dagli alleati in Germania e Austria, a volte dopo lunghi, tortuosi viaggi, o passaggi, soli e sbandati, attraverso le Alpi.

Paola Sereni

Sono lieta di parlare oggi qui, a un pubblico vasto e a chi allora non c’era, di un periodo di una storia che si svolge a Milano, ed è veramente unica. Chiedo scusa se racconterò con una certa enfasi la straordinaria, eroica, situazione che si è creata in via Unione dal 1945.

Riportiamoci a quei tempi – 25 Aprile – Milano appena liberata, bombardata, in parte distrutta. Distrutto il Tempio di via Guastalla, gli uffici della Comunità. Già il 29 Aprile un personaggio che non esito a definire straordinario, Raffaele Cantoni, fu nominato da Riccardo Lombardi (era anche amico di Parri) e dal CINAI “commissario Straordinario per la gestione della Comunità Israelitica”.
Ai primi di Maggio ottiene come sede della Comunità Palazzo Odescalchi, in via Unione 5. Un palazzo nobile settecentesco, anch’esso un po’ danneggiato, che era stato sede prima del gruppo fascista Amatore Sciesa, e poi per breve tempo, di una brigata partigiana Matteotti. Al primo piano un ampio salone intatto fu subito adibito a Sinagoga e sala Riunioni. Poi furono creati uffici, una mensa, addirittura un negozio kasher, un ambulatorio. Al V° o IV° piano un vasto dormitorio, perché dal giugno in poi un flusso ininterrotto di profughi, superstiti, sopravissuti arrivavano dai campi a Milano, dopo soggiorni a volte in campi raccolta organizzati dagli alleati in Germania e Austria, a volte dopo lunghi, tortuosi viaggi, o passaggi attraverso le Alpi. Soli, sbandati, veri e propri relitti umani, a volte, in gran parte provenienti dai paesi dell’Est. Raffaele Cantoni parlava tedesco e yiddish, e questo aiutò molto.

Qui trovavano conforto, accoglienza, cibo, un letto, abiti. Venivano poi smistati verso centri che potremmo definire quasi piccoli Kibbutz, dove si preparavano al loro futuro, al viaggio verso Israele. Alcuni rimasero a Milano per sempre. Quanti passarono? Migliaia, il numero esatto non si sa. L’attività era febbrile.

Via Unione divenne il centro dove si organizzava la partenza clandestina dei superstiti per Israele.
Vorrei citare tanti nomi di persone che collaborarono, e uno soprattutto, quello di Marcello Cantoni, che con la sorella Vittoria fu poi l’anima di via Unione.

Oggi abbiamo la fortuna di avere con noi due di quegli omini, che allora aiutarono gli altri; sono con noi Mario Pavia e Gualtiero Morpurgo, che per loro eroica azione hanno ricevuto nel 1992 dalle mani di Rabin il premio Gerusalemme.

Inoltre è con noi una persona che è arrivata qui dai campi e a Milano da allora è rimasta, Aron Tennenbaum.

Gualtiero Morpurgo
Sono molto onorato per essere stato invitato da Paola Sereni a rivolgervi le mie parole in questo giorno della Cultura Ebraica.
Ma in verità non ne sono degno.

Degno sarebbe oltremodo un mio famoso antenato, il Dott. Sanson Morpurgo, medico e celebre talmudista, che alla fine del 1600 portò in Ancona la sua scienza e la sua cultura. Ma di questo grande personaggio ho raccolto solamente poche briciole che durante questa lunga mia vita ho cercato di trasmettere quali semi di una possibile continuità, superando lo sconforto e la disperazione dei momenti tragici.

Ma la cultura può anche nascondersi in episodi di azione e in piccole iniziative che oggi a 61 anni di distanza arrivano alla vostra attenzione quali messaggi di vera cultura. Parlo della epopea della Aliah-Bet e del Bollettino della Comunità Ebraica di Milano.

Ho creato questo foglio in ciclostile nel Maggio del 1945 in accordo con Raffaele Cantoni per pubblicare i nomi dei reduci dai Lager che arrivavano a Milano, per lanciare le disperate richieste di notizie di persone disperse e diffondere le prime informazioni di una comunità che si stava ricostruendo.
Sono qui dunque in qualità di testimone, forse uno degli ultimi, di un periodo che deve essere ricordato e qui mi permetto di raccontarvi qualche episodio più da protagonista che da testimone.

Una mattina verso la fine del novembre 1992 ricevetti una telefonata dall’ Ambasciata di Israele a Roma. Una gentile voce femminile mi informò che per il successivo 6 dicembre sarebbe arrivato a Roma il Presidente Rabin e mi comunicò il formale invito per la cerimonia a Villa Madama.
Risposi che ero lusingato per il gentile invito, ma che, non rappresentando alcuna organizzazione ebraica, ma solo la mia modesta persona, non pensavo indispensabile la mia presenza a Roma.
Dopo pochi minuti mi richiamarono e una voce più autorevole mi disse che forse prima non si erano spiegati bene, poiché la mia presenza era necessaria per il fatto che il Presidente Rabin doveva insignirmi di una decorazione per la mia partecipazione alle operazioni della Aliah- Bet del 1945.

Potete immaginare la mia sorpresa e naturalmente confermai, pregando di tener presente anche il nome del mio vecchio amico ingegnere Mario Pavia, che fu prezioso collaboratore in quella straordinaria avventura di mezzo secolo prima.

E così con le relative consorti partimmo per Roma, insieme a Marcello Cantoni, altro decorato. Nella capitale c’era già il generale Alberto Li Gobbi, convocato anche lui quale premiato per la sua collaborazione nei trasporti di materiali e di superstiti dei campi verso i porti di imbarco.

E qui dovremo tornare indietro di circa 60 anni. Credo sia difficile per i giovani immaginare le condizioni di Milano quando vi ritornai il 2 maggio 1945, cioé a pochi giorni dalla liberazione e dopo quasi due anni di internamento nei campi svizzeri.

La città era semidistrutta, le strade erano ingombre di montagne di macerie, mancava l’energia elettrica, in alcuni quartieri c’erano ancora nidi di repubblichini fascisti che sparavano dai tetti, solo qualche raro negozio era aperto, e il banditismo rendeva insicura la circolazione dopo il calar del sole. E poi non c’erano trasporti pubblici.

Dalla feroce occupazione tedesca si era passati alla rigida dominazione alleata, che nel nord d’Italia era in gran parte inglese. Il nostro tempio di via Guastalla era stato bombardato e distrutto, la comunità era dispersa e non esisteva un centro di informazioni né un minimo di organizzazione.
Su questo disperato scenario stavano arrivando intanto i superstiti dei campi di sterminio.

La prima fortunata circostanza fu la presenza a Milano della Brigata Palestinese: avevo subito notato con un balzo al cuore il Maghen David che era dipinto sulle fiancate di molti camions militari che circolavano in città, e mi avevano informato che si trattava dei veicoli della brigata ebraica che era stata incorporata nell’ Ottava Armata del Generale Alexander e che aveva eroicamente combattuto durante la risalita della penisola lungo la costa adriatica, purtroppo con considerevoli perdite.

Il secondo colpo di fortuna fu il ritorno a Milano di Raffaele Cantoni dopo le sue incredibili vicissitudini.

Arrestato dai tedeschi a Firenze e successivamente deportato Cantoni era riuscito a fuggire dal treno nelle vicinanze di Padova in modo rocambolesco e aveva potuto raggiungere la Svizzera.
Era un uomo straordinario dalla volontà di ferro, un vulcano di iniziative forse anche disordinate ma sempre dettate dalla necessità di realizzare progetti utili alle realtà del momento. Tornato a Milano si recò subito dal nuovo commissario prefettizio, che era il suo amico Riccardo Lombardi, che lo nominò all’istante, cioè il 29 aprile, commissario straordinario della comunità ebraica e gli concesse di occupare in via Unione n.5 il Palazzo Odescalchi, già sede del gruppo fascista “Antonio Sciesa”.

Nel grande palazzo fu quindi possibile ristabolire i servizi essenziali della comunità: nell’ampio salone al pian terreno funzionò il tempio, si organizzò una mensa, un ambulatorio medico e fu possibile accogliere e sistemare provvisoruamente le centinaia di superstiti che arrivavano giornalmente. Le sale dei piani superiori erano diventate camerate affollatissime e ricordo le brande nei corridoi e perfino nei pianerottoli delle scale.

Ero tornato anche io da poco. Ero solo e disperato, perché mia Madre era stata deportata, e non sapevo ancora di Auschwitz.
Tutti i giorni andavo alla stazione centrale con un cartello e una foto nella speranza di avere qualche notizia dalla folla
ancora spaurita che scendeva dai rari treni che arrivavano dal nord.

Nel frattempo cercavo di riorganizzare un lavoro per superare le difficili condizioni del momento e ritrovai allora il caro compagno di Politecnico Mario Pavia, che mi fu vicino come attivissimo compagno di lavoro.

Un giorno incontrai per la strada Raffaele Cantoni, che già conoscevo per averlo visitato al confino di Urbisaglia, dove era stato relegato insieme a mio cugino Nino Contini, essendo ambedue considerati “ebrei antifascisti pericolosi per il regime”.
Dopo l’affettuoso abbraccio Cantoni richiese la mia disinteressata collaborazione, “come buon ebreo”, alle difficili e pericolose operazioni clandestine che si stavano organizzando, insistendo sulla assoluta necessità di agire contro gli inglesi per inviare in Palestina il maggior numero possibile di profughi.

Come è noto, dopo la favorevole Dichiarazione Balfour, la politica inglese era diventata contraria agli ebrei per mantenere buone relazioni con il mondo arabo e venivano concesse minime quote di immigrazione.
Cantoni sapeva che avevo lavorato come ingegnere nei Cantieri Navali di Genova e pensava che fossi un elemento adatto da presentare alla direzione delle operazioni. Accettai e così conobbi Ada Sereni, che mi spiegò che avrei dovuto allestire le navi che mi sarebbero state consegnate nei vari porti del nord, ricavando nelle stive e dove possibile il maggior numero di cuccette. Mi fece presente subito che questa volontaria collaborazione sarebbe stata irta di pericoli, con possibilità di arresto e di galera da parte degli inglesi, e naturalmente il tutto senza difese e senza compensi……..

Nel frattempo in comunità fu subito necessario organizzare un centro di informazioni, essendo innondati da liste di nomi e da richieste di notizie dei dispersi. D’accordo con Cantoni, fondai così il Bollettino con copie a ciclostile e lo diressi sino al 1951.

In quei giorni erano apparse in città le prime strutture metalliche Innocenti, cioé quei tubi che servivano a fare rapide incastellature necessarie per i lavori edili. Decisi di utilizzarle per i nostri lavori e un misterioso ufficio acquisti me li fece trovare in un altrettanto misterioso magazzino.
I camions della Brigata Ebraica erano a mia disposizione per i trasporti e qui devo aggiungere che fu incredibile la febbrile attività di questa unità che si spingeva oltre i confini orientali italiani per andare a prendere nei campi di raccolta i poveri superstiti per poi scaricarli in via Unione.
Si lavorava con il sistema di cellule separate e ognuno di noi non conosceva il nome vero di chi gli stava accanto.
Avendo necessità di un aiuto tecnico, parlai con l’amico Mario Pavia, illustrando anche i relativi rischi. Mario non si tirò indietro. Cominciò così un periodo avventuroso e travagliato di affettuosa collaborazione.
La mano d’opera necessaria era fornita dalla Brigata Ebraica, che mi inviava i soldati senza divisa, con i quali spesso era difficile comunicare a parole, ma con i quali ci intendevamo perfettamente a gesti, e così si lavorava senza sosta anche di notte.

Come già detto, la mancanza di trasporti pubblici rendeva difficili o impossibili i miei trasferimenti nei vari porti, e allora mi fornirono di una magica tessera lascia.passare valida per tutti i mezzi di comunicazione alleati, cioé inglesi e americani, senza alcuna esclusione.
Ricevevo gli ordini da Ada Sereni, che era la vice del grande e misterioso capo. Qualche volta mi convocava lo stesso capo in un modesto appartamento di via Cantù, che potrei pomposamente definire come il Quartier Generale. Il capo, che per noi era solo “Alone” o “il vecchio”, in realtà si chiamava Jehuda Arazi (ma lo seppi più tardi). Era un uomo affascinante, con occhi grigi e sguardo durissimo e tagliente. Nessuno ha mai conosciuto esattamente la sua storia. Era nato certamente in Palestina, come membro della Haganà aveva combinato seri guai agli inglesi, poi con false generalità era perfino diventato sergente nelle stesse truppe inglesi. Se ne allontanò quando lo ritenne necessario e fu perciò condannato a morte in contumacia per diserzione. Era malato di cuore e veniva curato da Marcello Cantoni. Uomo furbissimo, inviato a Milano come capo della Aliah-Bet, aveva deciso di stabilire il quartier generale delle operazioni anti-inglesi dove gli stessi inglesi non si sarebbero mai sognati di scovarlo, e cioé sopra le loro teste! Infatti in via Cantù al piano inferiore c’era un circolo per ufficiali e soldati inglesi, che non ha mai scoperto le ragioni dell’andirivieni nel piano superiore, dove oltre tutto funzionava perfino una radio rice-trasmittente clandestina.

Con un minimo di preavviso un veicolo della Brigata veniva a prendermi al mio domicilio di giorno e anche in piena notte e mi portava nel porto, dove in una lontana banchina attendeva a lumi spenti una navicella, che oggi sarebbe definita come “carretta del mare”. Uomini e materiali comparivano come per magìa dall’oscurità, e si iniziava il lavoro.
La stiva doveva essere completamente vuotata e liberata da qualsiasi cosa che impedisse la messa in opera delle impalcature con tubi Innocenti. Eseguita l’impalcatura si fissavano uno vicino all’altro dei teli lunghi 2 metri e larghi 60 centimetri. Lo spazio in altezza era minimo per consentire il maggior numero di queste cuccette in verità un pò scomode, ma che erano accettate con entusiasmo da chi riusciva a imbarcarsi per Heretz Israel.
Gli operai, come già detto, erano soldati della Brigata che lavoravano con entusiasmo e volontà di aiutare dei fratelli a ritrovare una sede dove ricostruire una vita.

Quando però non erano disponibili i veicoli della Brigata, dovevo arrangiarmi e allora andavo in Piazza del Duomo, dove facilmente trovavo un M.P., cioé un “Military Police” in motocicletta con sidecar. Gli mostravo la mia autorevole tessera e subito mi introduceva nel sidecar e a tutta velocità mi portava all’uscita di Milano sulla strada di Pavia. Lì con la paletta fermava il primo veicolo militare o civile e ordinava di prendermi a bordo. Devo ricordare che l’ MP aveva autorità assoluta su tutti senza distinzione di gradi.
Un giorno fermò un jeppone militare con i finestrini chiusi. Un ufficiale di Sua Maestà che sedeva accanto all’autista rifiutò di farmi salire nel veicolo, ma l’ MP fu irremovibile a causa della mia tessera “di prima categoria” e così viaggiai comodamente sino a Genova in compagnia del Generale Smuts, comandante in capo di un settore delle forze alleate, e degli ufficiali del suo Stato Maggiore, che non potevano certo immaginare chi fosse capitato nella loro auto.

In un’altra occasione però le cose andarono diversamente: ero a Savona e verso sera per tornare a Milano un MP mi imbarcò su una jeep con due militari neri. Alla prima curva mi accorsi che tutti e due erano ubriachi e, come temevo, verso Ovada il veicolo sbandò, urtò contro un muro e si capovolse, per miracolo senza danni. Rimessa faticosamente in strada la jeep, riuscìi a convincere i miei militari a fare una dormitina e a notte inoltrata una jeep militare guidata da un borghese con due soldati di colore spaparanzati malamente sui sedili scomodi e addormentati come angioletti entrava trionfalmente a Milano!!

Per finire con i viaggi avventurosi racconterò quello per arrivare ancora una volta a Savona. A notte alta venne a prendermi un soldato in borghese con un’automobile Lancia Lamda nera. Con un brivido quardai la targa della macchina: era un pezzo di cartone con su disegnato male l’insegna del cantone svizzero di Zurigo. Qualunque controllo sarebbe stato fatale, e invece tutto andò bene, perché il soldato aveva ordine di viaggiare per strade secondarie poco controllate. No, non andò tutto bene: infaii arrivati all’alba a Savona il bravo soldato-autista, morto di sonno e di stanchezza, andò a cozzare contro il muro dei portici di un corso principale per fortuna ancora deserto. Svegliatosi di colpo, farfugliando in un inglese approssimato, mi consigliò di tagliar la corda e di raggiungere il porto a piedi: capii che in qualche modo se la sarebbe cavata da solo senza coinvolgere il suo importante passeggero.

Alla fine della mia collaborazione con l’Aliah-Bet, Ada Sereni mi disse con soddisfazione che la mia magica tessera di libera circolazione era, sì, di “prima categoria”, ma naturalmente era anche stata ben falsificata…….

Le autorità italiane vedevano certamente con favore l’ uscita dall’Italia di folle di povera gente straniera, ma erano sotto stretta sorveglianza degli inglesi e non potevano fare altro che chiudere un occhio e non intervenire quando notavano strani movimenti notturni in qualche porto. Ed erano movimenti facilmente individuabili dalle guardie di finanzam che in qualche caso persino collaborarono per allontanare un controllo inglese. Non si trattava solo di operai in movimento o di rumori provenienti da scafi fatiscenti, ma entravano camions apparentemente militari che scaricavano vettovaglie e poi c’erano i momenti difficili quando si doveva fare il pieno di carburante di dubbia provenienza. Allora notavo cha buona guardia di finanza si allontanava per andare a bere un caffé in un improbabile bar notturno aperto…

Dopo alcuni mesi di febbrile attività, si presentarono difficoltà per l’acquisto delle navi da parte del JOINT. Occorrevano intestatari di nazionalità italiana. Raffaele Cantoni si mise come sempre in affannosa ricerca di ebrei italiani di buona volontà disposti a fare la parte di armatori fasulli.
Il primo fui io, e fu ancora un’avventura. La nave si chiamava “Endertà” e andai a Genova per il rogito. Avevo lì il caro amico, il dott. Achille Avigdor, che era un rinomato esperto negli affari navali e che divenne un prezioso e clandestino collaboratore della Aliah-Bet. In seguito divenne Agente della ZIM ISRAEL NAVIGATION. Fu al mio fianco quando da un notaio, firmato il rogito, versai una valanga di milioni di lire con assegni circolari. Allestimmo rapidamente la nave, che salpò a metà dicembre con un tempo schifoso. Il capo voleva che la nave arrivasse sotto costa palestinese alla vigilia di Natale, sperando, data la festività, in minori controlli delle pattuglie inglesi.

L’equipaggio era formato da un giovane comandante e da cinque o sei marinai italiani di fede cattolica pagati profumatamente. A bordo si imbarcarono 250 profughi sotto la guida di un giovane “sabra”. Appena fuori del porto fu cancellato il nome “Endertà” e fu verniciato il nome della eroina ungherese “Anna Senesh”. La traversata fu terribile per lo stato del mare e i contatti radio furono drammatici. Alla fine della traversata il giovane “sabra”, che oltreché sfinito soffriva il mal di mare, nell’oscurità sbagliò la distanza dalla costa, indicandola in 5 miglia. Invece si trovavano a poche centinaia di metri e la nave a velocità sostenuta finì rovinosamente sugli scogli. Per fortuna tutti furono salvati dagli uomini del Palmach che erano nascosti in attesa e da uomini della vicina Naharia.

Per poter cancellare la nave nel Registro Navale Italiano senza rivelare le attività della Aliah-Bet, il capo Arazi diede ordine di trattenere in un kibbuz l’equipaggio, riportandolo appena possibile con un viaggio di ritorno davanti alla Sicilia. Lì furono effettivamente calati in una scialuppa e in apparenti pessime condizioni, sporchi e bagnati, sbarcarono e dichiararono ai Carabinieri di Taormina che la nave vuota era affondata nel canale a causa di una mina vagante.
Diversi anni dopo, quando già ero stabilito in Cile per il mio lavoro, il fisco italiano impose una tassa patrimoniale e, come proprietario della nave o presunto beneficiario dell’assicurazione, mi fu notificata a Milano in mia assenza un’enorme cifra da pagare in diverse rate. Per errore, dato che esisteva già lo Stato di Israele garante di ogni pendenza, fu pagata per mio conto la somma di circa 400.000 lire (….di allora!). Il resto fu pagato da Israele che si dimenticò di rimborsarmi la prima quota. Perciò mi vanto ancora di essere stato indirettamente anche allora un buon sostenitore di Israele…

Dalla fine della seconda guerra mondiale al maggio del 1948 sono partiti dalle coste italiane 34.000 ebrei su una quarantina di navi, dodici delle quali furono affondate, per fortuna senza vittime.

Durante la cerimonia del 6 dicembre 1992 a Villa Madama a Roma, nella quale il Presidente Rabin consegnò a
Mario Pavia, Marcello Cantoni, Alberto Li Gobbi e al sottoscritto la medaglia di Gerusalemme, il Presidente Rabin ci disse: “Quando voi giovani lavoravate per far partire dall’Italia quei poveri superstiti verso Heretz Israel, anche io ero lì dall’altra parte del Mediterraneo tra quelli che li aspettavano.

Grazie.

Mario Pavia
Mio nonno Israel Moise Pavia, dalla sua Casale Monferrato andò a Torino nelle ultime decadi del 1800, dove diventò fotografo della Real Casa e rappresentante cinematografico della Fratelli Lumière per la quale nel 1896 presentò con successo, prima a Torino e poi a Milano, i primi filmini.
Mio padre ingegnere venne a Milano nel 1911 e lavorò con Camillo Olivetti, prima che questi si trasferisse a Ivrea per impiantare la sua fabbrica. Durante la prima guerra mondiale mio padre fu richiamato alle armi, e mia madre tornò dai suoi a Torino.
Nel 1937 io venni a lavorare in fabbrica a Milano. Alla liberazione ero nascosto in Piemonte, e volevo tornare a Milano da dove ero fuggito dopo l’8 settembre. Solo dopo una settimana ottenni un salvacondotto dai partigiani attestante che io non ero il mio omonimo segretario federale repubblichino del Piemonte, e quindi non dovevo essere fucilato!
Da Torino venni a Milano in bicicletta, ospitato dai miei zii che erano tornati a Milano dalla clandestinità. Lo zio mi indirizzò in via Unione, dove trovai una confusione terribile. In quei giorni vissi tra la Sinagoga, le mense di guerra e la mensa di via Unione. Qui ritrovai l’amico Gualtiero Morpurgo, che a Torino veniva spesso a casa mia per preparare esami per il Politecnico. Ci eravamo laureati a poco più di ventidue anni nel 1935 in ingegneria meccanica. Tornato dalla Svizzera, Gualtiero mi offrì una temporanea collaborazione nel suo lavoro.
I milanesi devono ricordare che le prime avanguardie dei militari alleati che giunsero ai primi di maggio 1945, nella Milano già liberata dai partigiani, furono i soldati della compagnia britannica del Genio Reale costituita da trecento ebrei, tecnici della Palestina di allora (la proclamazione dello Stato di Israele sarebbe avvenuta nel 1948). Questi soldati ebrei palestinesi avevano riparato ponti distrutti, costruito ponti di barche, e preparata la strada alle truppe alleate che avanzavano verso Milano.
Giunsero poi i soldati della Brigata Ebraica Palestinese, reduci da aspri combattimenti sulla linea gotica dove ebbero ingenti perdite. Successivamente arrivò il grosso delle truppe inglesi ed americane.
Alla liberazione era rientrato dalla Svizzera Raffaele Cantoni, formidabile organizzatore. Gli uffici ed il Tempio di via Guastalla erano stati bombardati. Cantoni, con la collaborazione del suo amico Riccardo Lombardi che era membro del Comitato di Liberazione, e con l’aiuto del colonnello statunitense Reznick, ottenne che venisse assegnato alla comunità il palazzo Odescalchi di Via Unione, già sede di un gruppo rionale e poi di un comando di milizie fasciste.
Con l’aiuto di alcuni ebrei tornati in città e dei soldati palestinesi, Raffaele Cantoni sistemò al piano terreno l’ambulatorio e la Sinagoga, al primo piano gli uffici e la mensa, ed al secondo un dormitorio per i rifugiati anche detti le DP, Displaced Persons.
Una unità della Brigata Palestinese era addetta ai trasporti e munita di grossi camion. Sia nella compagnia britannica del Genio Reale sia nella Brigata Palestinese erano attivi numerosi membri dell’Haganà a cui più tardi si erano uniti membri della Herzar La Golà, Centro per la Diaspora collegato all’American Joint Distribution Committee. Tutti questi attivisti erano tesi a preparare l’immigrazione illegale in Palestina e ad aiutare il riformarsi delle nostre comunità.
Primo lavoro che fecero i ragazzi dell’Haganà fu di svuotare il 4 maggio 1945 un treno tedesco stazionato a Milano Greco asportando letti da campo, coperte eccetera con cui attrezzarono il dormitorio di 150 letti di via Unione e la sede di via Eupili. Quest’ultima era in precedenza stata occupata da un comando tedesco. Fu adibita a convitto per bambini profughi e per quelli provenienti dai conventi dove erano stati nascosti. Cantoni ne affidò la direzione a Matilde Cassin, già sua valente collaboratrice in Svizzera nel soccorso ai profughi e collegamento coi partigiani. Alla Cassin affiancò un capace educatore della Brigata Ebraica, Moshè Zeirì.

Arrivavano continuamente nuovi ragazzi. A fine luglio furono trasferiti tutti a Piazzatorre e più tardi nella grossa colonia ex-fascista di Selvino, altra località del bergamasco. Nel corso dei due anni successivi soggiornarono a Selvino più di ottocento ragazzi, come si legge nel bel libro di Aaron Megged “Il viaggio verso la terra promessa, la storia dei bambini di Selvino”.
I soldati della brigata palestinese aiutarono Raffaele Cantoni a sistemare la Sinagoga, parteciparono per il Miniàn alle funzioni del Rabbino Friedenthal. Marcello Cantoni sistemò l’ambulatorio, sua sorella Vittoria organizzò la mensa. Il palazzo divenne il cuore pulsante di tutte le attività ebraiche, luogo di transito per le Displaced Persons, base clandestina della Haganà.
Frequentando via Unione vi vidi gente dormire persino sulle scale, negli uffici e nel Tempio. Era gente malata e disperata, in condizioni miserabili, senza notizie dei familiari, senza mezzi né speranze. Era una pena vederli….
Intanto in via Cantù, sede del Comando Britannico, un appartamento era stato adibito a Circolo Ricreativo per i soldati della Brigata Palestinese. In una stanza si era sistemato Alon, nome di battaglia di Yehudà Arazi. Condannato a morte dagli inglesi in Palestina, egli li sfidava abitando vicino a loro vestito da sergente inglese: era il dirigente del Mossad, assistito dalla capace e valente organizzatrice Ada Sereni.
Alon ebbe un infarto, e fu curato da Marcello Cantoni. In quell’occasione Ada Sereni coinvolse Marcello e sua sorella Vittoria nell’operazione dell’Alià Bet. Vittoria preparava falsi documenti, lasciapassare, carte di identità, mandati di requisizione, falsificando i timbri inglesi: grande aiuto per avere viveri per la mensa e per la circolazione clandestina di molti di noi. Alon e la Sereni riuscirono a far partire dall’Italia clandestinamente più di 36.000 Displaced Persons, a parte quelli che riuscirono a partire entrando nella scarsa quota concessa dagli inglesi.
Gualtiero Morpurgo era stato contattato da Marcello Cantoni per lavorare per l’Alià Bet. Aderì con grande entusiasmo e dopo qualche settimana coinvolse anche me. Andavo in via Cantù: Alon parlava a lungo in ebraico con Ada Sereni, che poi mi dava ordini concisi. Mi faceva partire su un camion, spesso per Genova o per altri porti di mare, dove trovavo una scelta squadra di soldati dell’Haganà che lavoravano ai miei ordini, clandestinamente, per allestire le navi per l’alià.
Lavoravamo nella stiva delle navi clandestinamente nel porto. Nella notte arrivavano i camion della Brigata Palestinese
e così assistemmo all’imbarco dei profughi, ancora gonfi e di aspetto malsano ma ora pieni di speranza.

Queste operazioni si ripeterono varie volte fino al fattaccio delle navi Fede e Fenice quando, salpati dal cantiere, arrivammo nel porto di La Spezia. Intervenne la polizia: Gualtiero ed io scappammo a Milano, mentre Alon ed altri furono arrestati. Dall’ufficio di via Cantù scomparvero i documenti, e le operazioni continuarono prima dirette da una località vicino La Spezia e poi in Italia Meridionale, mentre la brigata palestinese era stata trasferita in Belgio.
I militari della Brigata continuarono a ricercare Displaced Persons nei luoghi più lontani dell’Europa Centrale e Orientale, e ne portarono in Italia a migliaia per vie impervie attraverso i confini, in barba agli inglesi.
Pensate solo che nel 1946-47 transitarono per la Valle Aurina e il Passo Resia più di 16.000 Displaced Persons dirette a Milano. Queste vennero trasferite in campi di raccolta in Valle Aurina, a Pontebba, a Merano, e quelli che passavano da via Unione in campi di Magenta, al Castello di Tradate e altrove per prepararli a partire.

Purtroppo dopo che l’esercito alleato cessò di esercitare la sua autorità, le autorità italiane respinsero oltre frontiera molti profughi. Nel 1947 Raffaele Cantoni si indirizzò a De Gasperi lamentando l’ostilità delle autorità italiane contro gli incaricati del Joint e contro i profughi. Il risultato fu negativo: pensate che nel gennaio del 1947, il questore di Milano per ordine del capo della polizia diede il via a un vasto rastrellamento che portò al fermo di 110 profughi ebrei. Ciò perchè il servizio segreto britannico aveva segnalato alle autorità italiane un insolito viavai di camion tra l’Alto Adige e la Lombardia, e al segretario della comunità israelitica di Milano fu detto che la questura non poteva tollerare l’illecito traffico cui erano dedicati la maggioranza degli ebrei stranieri con la complicità dei peggiori elementi della comunità ebraica locale!

La presenza dei sopravvissuti ai lager continuava ad essere guardata con sospetto specialmente dopo lo scoppio della guerra fredda: la paura del comunismo vedeva di nuovo come capri espiatori queste Displaced Persons.
Il questore Agnesina chiese a Roma il permesso di poter chiudere in campi cintati di ferro spinato i profughi, definendo il palazzo Odescalchi una specie di circolo-chiesa, che in realtà considerava come il quartier generale ebraico in Italia.
Concludendo, per saperne di più raccomando di leggere il libro di Andrea Villa “Dai lager alla terra promessa”. L’autore fa notare lo sforzo delle autorità italiane di allora per dimostrare – falsamente – la scarsa efficienza delle persecuzioni italiane verso gli ebrei, e cercando di minimizzare le colpe italiane nella persecuzione, nella cattura degli ebrei e la loro complicità nell’invio degli ebrei nei lager.

Aron Tennenbaum

Quando siamo stati liberati era sabato sera e siamo usciti tutti dal campo.

Io pesavo allora 36 chili però camminavo ancora e quando gli americani sono arrivati ad aprire i cancelli ognuno cercava qualche cosa da mangiare perché negli ultimi 3-4 giorni non ci davano da mangiare niente; non lavoravamo più perché era tutto chiuso e gli SS erano andati via. Sapevano che gli americani sarebbero arrivati a momenti.

Poi infatti gli americani sono arrivati, c’erano anche dei dottori per la maggior parte ebrei.
Ci hanno cercato tutti per riportarci tutti nel campo perché non volevano che andassimo in giro malati.

Sono rimasto nel campo per ancora due settimane circa poi gli americani hanno fatto una legge che imponeva ad ognuno di tornare nel proprio paese d’origine e nel caso, io avrei dovuto tornare in Polonia dove non c’era più niente e non c’era più nessuno.

Però in quei tempi sono arrivati da Israele Moshe Sciaref, Ben Gurion per parlarci e proporci di andare in Palestina/Israele.
Allora io mi sono registrato per andare in Israele.

Dopo qualche giorno è arrivata la Brigata Ebraica con camioncini e ci hanno preso tutti per portarci in Israele.

Volevano al più presto portarci via dall’Austria e ci portarono in Italia; viaggiammo una notte e un giorno e ci portarono a Bologna in un campo. Ci dissero che sarebbero venuti a prenderci, di aspettare solo loro e di non andare con nessun altro.

L’indomani sono arrivati i camion dell’UNRA che volevano prenderci ma noi non volevamo andare.
Ci presero con la forza e ci riportarono a Modena all’Accademia Militare.
Però noi per paura non volevamo entrare. E’ uscito un ufficiale americano parlava anche yiddish e ci disse “non abbiate paura perché qui ci dovrete stare un po’ di tempo e poi vi manderemo ognuno alla propria destinazione”.

Siamo entrati e ci hanno registrato; non avevamo documenti, l’unico documento era quello che noi dicevamo. Ci chiedevano i nomi dei nostri genitori e abbiamo chiesto come mai volevano sapere tutto questo; ci hanno detto che forse i tedeschi ci avrebbero dato qualche cosa.
Ma noi non volevamo dire i nomi dei genitori perché ho pensato “mi vogliono dare i soldi per quello che hanno fatto?”.

Siamo entrati e io sono stato là per due settimane; si dormiva per terra in grandi saloni; ho visto che le Brigate non arrivavano più, la Palestina era lontana, ho sentito parlare della città di Milano e della presenza di una Comunità Ebraica.
In quella Accademia potevamo uscire ed entrare, ma non uscire con il sacco – ognuno aveva un sacco ma cosa c’era in quel sacco non me lo ricordo – perché non volevano che si andasse in giro.
Allora io ed un amico abbiamo buttato il sacco dalla finestra e sono andato a Milano con l’autostop.

Ci ho messo un giorno o due e a Milano sono arrivato la sera e non so come sono andato a finire in piazza Duomo.
Però non sapevo dove andare e con chi parlare, non avevo soldi non avevo niente, come un bambino appena nato.

Ho provato a chiedere ma non conoscevo la lingua non sapevo niente; ho trovato un signore che ha capito qualche cosa, mi ha preso per un braccio mi ha portato in via Unione.

Sono arrivato in via Unione, ho visto il cortile però era sera e non c’era nessuno.
Ho trovato un ragazzo, che allora era un ragazzo, si chiamava Merk Busckin, abitava a Milano.
Gli ho chiesto dove si andava a dormire e lui mi ha detto “qui si può anche dormire però adesso non c’è nessuno”.

Mi ha indirizzato ad andare in scuola Cadorna dove gente come me poteva andare a dormire; mi ha indicato come andarci e quale tram prendere, il biglietto non l’avevo perché non avevo soldi; ci sono arrivato e lì ho dormito una o due notti.

Poi sono tornato in via Unione dove c’era un ufficio della Brigata. Ho trovato qualcuno, ho raccontato la mia storia ho detto “sono venuto per andare in Israele e voglio andare in Israele”.

Lui ha detto che per ora non c’era posto e dovevo aspettare un giorno o due.
Mi ha portato in un salone dove dormiva tanta gente e ho dormito lì anch’io.
Soldi non ne avevo e per mangiare dovevo arrangiarmi. Tanti aiuti non li avevamo: l’unico aiuto che avevamo era che veniva ogni tanto Sally Mayer che ha cominciato a pensare di fare qualche cosa come una mensa…

Ma torniamo alla vita in via Unione; sono stato là qualche giorno poi andavo ogni giorno in quell’ufficio perché volevo andare in Israele e mi dicevano che non c’era mai posto.

C’era una sciarà vicino a Milano, a Ceriano Laghetto, ma non c’era posto per me; allora sono andato in via Guastalla che avevano bombardato ma nel cortile c’era un tavolo dove era seduto il signor Beschtending.

Gli ho raccontato che cercavo lavoro; hanno cominciato a cercarmi lavoro qua e là ma mi ricordo il lavoro in corso Buenos Aires da Modiani, faceva pellicce e io pellicce non sapevo fare. Sono tornato da lui e mi ha trovato un posto dove parlavano anche yiddish, ho cominciato a lavorare e ho lavorato molto bene.

Ma torniamo a via Unione.
Cosa era via Unione.

Via Unione era per noi un orfanotrofio, proprio così, eravamo tutti orfani e là ci trovavamo uno con l’altro, un orfano con l’altro e siamo rinati.

Quando un bambino nasce, nasce nudo con i suoi problemi però ha dei genitori che lo aiutano; noi siamo rinati dopo il campo di concentramento con tanti problemi; problemi con noi stessi, problemi con la società, non avevamo niente, non casa non genitori, nessuno. L’unica cosa che avevamo, non so dove abbiamo preso questa forza per andare avanti e per vivere.

Nell’ orfanotrofio ogni giorno venivano tanti ragazzi come me, ognuno raccontava la sua storia ognuno dava coraggio all’altro come in un orfanotrofio di bambini.

Io dico, hanno scritto tanti libri sulla Shoah, sappiamo tanto, ma se uno dovesse scrivere un libro su cosa abbiamo passato noi da dopo la Shoah, dalla liberazione fino a diventare qualcuno… e poi darci coraggio per potere andare avanti perché uno che rimane come siamo rimasti noi, non dico è un miracolo ma era tanto tanto difficile rimanere quello che si era.

Ecco, quello sarebbe un libro bellissimo.

Un commento

Giovanni Pinter, mio padre
Mi ha fatto molto piacere vedere che si ricordi l’esperienza di via Unione, ed in particolare l’attività dell’Alià Beth, che lì si è formata.
Mi dispiace invece che non si sia in alcun modo citato il nome di mio padre, Giovanni Pinter, che fu uno degli organizzatori di questa attività, tanto che anch’egli, come credo altre quattro persone, ricevette la medaglia d’argento dello stato d’Israele quando Rabin venne in Italia. Siccome mio padre era una persona molto (troppo) modesta, non volle andare a ritirare la medaglia (non disse nulla neppure a noi figli, se non il giorno stesso della consegna, quando noi apprendemmo dal TG di questo evento). Ricevette comunque a casa la medaglia, che io ora conservo, con una breve lettera di ringraziamento firmata da Rabin.
Da un documento pubblicato dal Bollettino di Milano di alcuni anni fa, si vede che mio padre fu il procuratore ufficiale di quasi tutte le navi con profughi che partirono dall’Italia, e di alcune il proprietario. Purtroppo ci sono poche testimonianze delle sue attività, sia perché oramai molte persone di allora oggi non ci sono più, sia perché negli ultimi anni della sua vita mio padre non voleva più raccontare di qul periodo. Temeva infatti di poter essere considerato un personaggio di rilievo, mentre riteneva di non aver fatto altro che il suo dovere. Quando la radio israeliana ed anche la TV israeliana gli chiesero di intervistarlo, in un primo momento lui accettò, ma quando i tecnici si presentarono a casa sua a Ferrara, dove ha passato i suoi ultimi anni, non gradendo alcune domande dell’intervistatrice che voleva farlo emozionare, interruppe le riprese.
Quand’ero ancora ragazzina, invece, ogni tanto raccontava qualche episodio o qualche situazione particolare.
Per esempio, mi diceva che essendo la sua un’attività clandestina, doveva pagare le navi che comperava con denaro contante, molto denaro. Così, se doveva viaggiare, metteva i soldi in una vecchia valigia di raffia legata con lo spago, come faceva allora la povera gente, e viaggiava in treno in terza classe per non dare nell’occhio e non rischiare furti.
Di quell’epoca, mia madre raccontava altre cose. Che per esempio una volta a Napoli il padrone di una nave aveva proposto a mio padre che, se avesse comprato da lui, gli avrebbe regalato una pelliccia per la moglie. Mio padre rispose: “Mia moglie ha già una pelliccia; mi faccia uno sconto per la cifra corrispondente”. La “pelliccia” di mia madre consisteva in due coperte militari che lei si era cucita come cappotto ed in cui aveva messo come fodera una vecchia pelliccetta spellacchiata di lapin che era stata di mia nonna.
Ci sono molti altri episodi che noi figli potremmo ricordare, come qualche raro testimone ancora in vita.
Mi piacerebbe che il Bollettino volesse nel prossimo numero ricordare anche la figura di Giovanni Pinter, che fu uno dei principali protagonisti dell’Alià Beth.
Un cordiale shalom,

Annalisa Pinter

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