Shrek, le radici yiddish dell’orco più famoso di sempre

di Nathan Greppi

A vent’anni dalla nascita del personaggio cinematografico

Da quando è uscito al cinema, esattamente 20 anni fa, Shrek è diventato a tutti gli effetti un classico del cinema d’animazione: primo a vincere l’Oscar come miglior film d’animazione, che prima non esisteva, e primo capitolo di una fortunata saga che ha fatto ridere e sorridere bambini e genitori in tutto il mondo. Tuttavia, se i film hanno segnato nel profondo l’immaginario collettivo, lo stesso non si può dire per il libro che li ha ispirati; eppure, meriterebbe di essere conosciuto, anche per un buon motivo. Il nome Shrek è in realtà una parola yiddish, che significa “paura”, “terrore”.

Come spiegava nel 2008 la rivista ebraica americana Moment, nella lingua delle vecchie comunità ashkenazite esistono diverse parole legate o derivate a questa: l’aggettivo shreklekh (“terribile”, “spaventoso”), o composti come shrek foygl (“spaventapasseri”). L’autore del libro originale, William Steig, era nato nel 1907 a New York da genitori ebrei polacchi, e dai primi anni ‘30 fu per decenni uno dei vignettisti più importanti della rivista New Yorker, per la quale fu autore di circa 1.600 vignette e 120 copertine. Arrivato a 60 anni, iniziò a scrivere e illustrare libri per bambini, pubblicandone circa 25, di cui l’ultimo nello stesso anno della sua morte, avvenuta nel 2003.

Quello di Shrek, pubblicato per la prima volta nel 1990, fu ben accolto dalla critica ma trattato con freddezza dai genitori, che lo ritenevano poco adatto ai bambini: anche in Italia, nonostante il successo dei cartoni, se ne possono trovare solo due edizioni, una per Mondadori del 1999 e una della Rizzoli del 2016. Ciò era dovuto al fatto che il libro è molto più inquietante nelle immagini e volgare nel linguaggio rispetto ai film, anche perché l’autore risentiva della sua formazione come vignettista satirico, incompatibile con un pubblico di minori.

La svolta avvenne nel 1995, quando i produttori della Dreamworks acquisirono i diritti per trarne un film animato, che uscì nel maggio 2001 (a giugno in Italia). L’adattamento era fedele alla storia originale solo nello spirito, ma venne rielaborato in una forma diversa: nella storia di Steig, l’orco è costretto a lasciare casa sua dai genitori e vuole conoscere la principessa-orco, mentre nel film all’inizio vuole vivere da solo nella sua palude, e parte alla ricerca della principessa malvolentieri e solo per riavere in cambio la sua terra. Nel libro la principessa è un mostro in tutto e per tutto, mentre nel film è una bella donna che di notte si trasforma in orchessa a causa di una maledizione. In pratica, lo Shrek che tutti conoscono è più buono della sua versione letteraria, in quanto vari eventi lo costringono a migliorarsi e a diventare più amichevole. Steig si dichiarò comunque soddisfatto del risultato; curiosamente, all’inizio chiese che nel film Shrek avesse una madre ebrea che si preoccupava per lui, ma questa opzione venne scartata dai produttori.

«È un film spartiacque, nel mondo dell’animazione c’è un prima e un dopo Shrek», dichiara a Bet Magazine Simone Soranna, critico cinematografico e co-autore nel 2020 del saggio DreamWorks Animation (Bietti). «Ancora oggi è considerato un film rivoluzionario, perché la maggior parte dei film animati degli ultimi vent’anni ha attinto a Shrek. Prima di tutto perché è una favola al contrario, dove l’orco è il buono e il principe il cattivo; Ciuchino non è il classico destriero, mentre Fiona è sì una principessa, ma che combatte anziché farsi salvare e alla fine diventa un’orchessa, passando da bella a brutta. Negli ultimi anni abbiamo visto cartoni più simili a Shrek che alle fiabe classiche: si pensi a film come Cattivissimo me e Megamind, dove il protagonista è un antieroe».

Altro aspetto innovativo, secondo Soranna, «riguarda il fatto che è il primo film animato che si rivolge più agli adulti che ai bambini: ciò non si vede solo in certe battute o modi di fare dei personaggi, che se rivedi da grande ti fanno più ridere di quando eri piccolo, ma anche nel disegno, molto grezzo. Ciò ha ribaltato il canone degli anni ’90, quando il mondo dell’animazione era dominato dalla Disney».

Per una curiosa coincidenza, nello stesso anno in cui uscì il primo film della saga, la rivale Pixar venne fuori con un altro film dove i mostri sono i buoni: Monsters & Co. Se il ribaltamento dei vecchi paradigmi era meno marcato che in Shrek, fu comunque uno dei passaggi che hanno portato, negli anni, l’animazione Pixar a rivolgersi a un pubblico più maturo rispetto a un tempo. L’ambientazione fiabesca è stata sostituita con una società simile alla nostra, dove i mostri e i loro problemi, come l’energia che scarseggia o la fabbrica che rischia di chiudere, erano una metafora dei nostri.

Nel corso degli anni, ci sono state diverse iniziative, negli Stati Uniti, per ricordare il legame tra il famoso orco e la lingua yiddish, oltreché con il suo creatore originale: tra il 2007 e il 2008, il Museo Ebraico di New York allestì una mostra intitolata From The New Yorker to Shrek: The Art of William Steig. All’incirca nello stesso periodo, il Centro Nazionale del Libro Yiddish del Massachusetts organizzò un’altra mostra, dal titolo Hofenung un Shrek – Speranza e paura. Il direttore del centro, Aaron Lansky, disse: «Come molti grandi autori di libri per bambini, Steig ha illustrato come affrontare la paura e superarla». Ma la reazione che rende meglio l’idea fu quella dello stesso William Steig: «È volgare. È disgustoso. E lo adoro».

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