Sophia Loren nel film Netflix 'Una vita davanti a sé'

“La vita davanti a sé”, su Netflix un film discreto con una Loren da Oscar

Spettacolo

di David Zebuloni
Tratto dall’omonimo romanzo scritto da Romain Gary  (pubblicato con lo pseudonimo di Émile Ajar) La vita davanti a sé racconta la storia di Madame Rosa, un’anziana donna sopravvissuta all’Olocausto che, sotto richiesta del suo medico fidato, il dottor Coen, ospita un bambino orfano di origine senegalese (Ibrahima Guey), musulmano, dall’indole decisamente turbolenta, nella sua casa-famiglia privata, insieme ad altri figli di prostitute. Tra i due non scorre buon sangue, la differenza di età si fa sentire e così anche quella culturale, ma la vita regala loro un’inaspettata e piacevole sorpresa: un’amicizia profonda, sincera, speciale. Già disponibile su Netflix, la pellicola porta la firma di Edoardo Ponti, il figlio dell’acclamata protagonista Sophia Loren.

La regia si guadagna una nota di merito. Le inquadrature sono curate e ben studiate, le atmosfere disegnate egregiamente, per quanto lontane da quelle del quartiere multietnico di Belleville, a Parigi, dove è ambientato il libro di Gary.

Ponti dimostra di non essere solo figlio d’arte, ma di saper creare lui stesso dell’arte di alto livello. Tuttavia, in La vita davanti a sé, film, c’è un po’ troppo di tutto: ebrei, musulmani, extracomunitari, transessuali, giovani e vecchi. E ancora: droga, prostituzione, Shoah, clandestinità, delinquenza e disturbo da stress post-traumatico. Un “tutto” già presente nel libro, ma lì il contesto era diverso e la pagina scritta consentiva un approfondimento, in cui la sensibilità e la profondità dei personaggi erano libere di debordare. Nel film invece “tutto”  è condensato in un’ora e mezza, così da risultare un po’ forzato, ma non esageratamente fastidioso. Il regista ha evidentemente cercato di dar spazio a tutti, senza lasciar fuori nessuno. Un messaggio prezioso in questi tempi ostili, ma discutibile da un punto di vista stilistico.

Auschwitz aleggia infatti nell’aria, l’ebraismo è appena accennato, l’Islam vagamente evocato, il tema dell’immigrazione invece funge da silenzioso e invisibile protagonista. Tanti e troppi sono i componenti uniti da un solo elemento comune: il dolore. Tutti soffrono in La vita davanti a sé, ognuno per un motivo diverso. (E qui forse c’è la distanza più grande dal libro che, pur raccontando un dramma, non è assolutamente imperniato sul dolore, ma sullo sguardo di un bambino che per definizione non può e non deve dimenticare la speranza, dimenticarsi di avere tutta la vita davanti a sé). Nel film tutti soffrono, chi per la solitudine, chi per il distacco, chi per il ricordo di un’epoca remota e patita. Ponti mette al centro della sua opera l’uomo e i suoi sentimenti, le sue debolezze, le sue paure, ma anche argomenti importanti quali la speranza e il cambiamento, quello inteso come un processo lento ma necessario per vivere e per sopravvivere.

Talvolta, La vita davanti a sé dà la sensazione di essere un manifesto, più che un’opera cinematografica. Una condanna ad un’Italia ancora incapace di accettare il diverso, più che un film hollywoodiano. Il messaggio implicito è assolutamente esplicito: non siate ciechi, guardate l’Italia per ciò che è veramente. Un luogo in cui uomini e donne provenienti da ogni luogo e professanti religioni differenti possono e devono convivere pacificamente. Ecco, chi apprezza questo stile di narrazione, chi cerca l’attualità e il suo risvolto morale, lo adorerà. Chi invece non apprezza questo stile di narrazione, chi non ha sete di moniti ostentati sul grande schermo, storcerà il naso.

Sophia Loren, il talento non ha età

Ma arriviamo al dunque e parliamo un po’ di lei. Della grande attrice. Del motivo per il quale tutti si sono affrettati a guardare La vita davanti a sé nel giorno della sua uscita. Parliamo un po’ di Sophia Loren. Ah, Sophia Loren. Più bella ed espressiva adesso di quando aveva vent’anni. Con i suoi 86 splendidi anni, la Loren dimostra che il talento non ha età. Spoglia della forza seduttiva di un tempo, l’attrice pluripremiata punta tutto su ciò che l’età non potrà mai sottrarle: lo sguardo. Uno sguardo che trafigge lo schermo, che marca quel sottile confine che divide una brava attrice da un’attrice da Oscar. La prima deve gridare, piangere, ridere a crepapelle affinché lo spettatore si emozioni. La seconda deve semplicemente posare lo sguardo stanco sulla telecamera, ed ecco che la magia accade.

Con quel dialetto stretto stretto e le coloratissime parolacce, con il numero tatuato sul braccio e la Stella di David appesa al collo in un piccolo ciondolo, Sophia Loren ci regala un’interpretazione che non verrà dimenticata. Una nuova versione di sé che entra nel cuore e nell’animo dopo la prima battuta. Una recitazione che grida premio Oscar, e mi auguro sinceramente che esso le venga concesso. Che la statuetta d’oro le venga assegnata, senza se e senza ma. Non per l’età, non per il fascino, non per la gloria passata, ma per il talento. Solo ed esclusivamente per il talento.

(Foto: Credit: Greta De Lazzaris / Sophia Loren e Ibrahima Gueye. Fonte: www.rbcasting.com)

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