Romain Gary, alle radici del cielo

di Marina Gersony

Maschere e pseudonimi di un grande scrittore. Che ci racconta la beffa letteraria più celebre di sempre: quella di Emile Ajar, il suo alter ego

Romain Gary
Romain Gary

«Romain Gary non sarebbe mai riuscito a scrivere un romanzo del genere», osservò un brillante critico della Nouvelle Revue Française all’uscita del romanzo Mio caro amico pitone, successo clamoroso di Émile Ajar, misterioso e sconosciuto autore. Possiamo immaginare il tono di sussiego con cui il critico proclamò la lapidaria sentenza. Circolava la voce che a scrivere il romanzo fosse infatti lo stesso Gary, il quale intanto se la rideva sotto i baffi. Émile Ajar era lui! Il fatto di non essere stato smascherato lo divertì immensamente, così come lo divertì la dichiarazione di un suo amico, per altro caro, che aveva dichiarato pubblicamente «Gary è uno scrittore a fine carriera. Una cosa del genere non è nemmeno pensabile».
Vita e morte di Émile AjarNel libro Vita e morte di Émile Ajar, pubblicato di recente dall’editore Neri Pozza, Gary racconta con gusto (e supponiamo con intima amarezza), di come sia riuscito a prendersi gioco di un certo pariginismo e di un mondo editoriale paludato e ripiegato su se stesso. Ma soprattutto con le fette di salame sugli occhi: «Mi sono davvero divertito. Arrivederci e grazie», aveva scritto il 21 marzo 1979 dopo aver terminato la stesura di questa fulminante e geniale opera in cui svela di essere lui l’Ajar vincitore del Goncourt con La vita davanti a sé, nonché l’inventore di quel gergo da banlieue che avrebbe poi caratterizzato (e probabilmente influenzato) molta letteratura franco-parigina negli anni a venire.
Due giorni prima di togliersi la vita con un colpo di pistola nel suo appartamento di rue du Bac a Parigi, il 30 novembre 1980, Gary-Ajar (o viceversa) svelò così al suo editore, Robert Gallimard, la sua doppia identità, con la raccomandazione di renderla pubblica previa intesa con Diego Gary, suo figlio. La pubblicazione, come si può ben immaginare, mise in subbuglio l’intera società letteraria parigina.
Aldilà delle fondate considerazioni sull’insostenibile leggerezza dell’establishment letterario e sulla stupidità perversa della critica, Vita e morte di Émile Ajar è il gustoso rendiconto degli espedienti sociali e mondani di Gary sulla sua presenza-assenza prima del vero addio. E soprattutto è una riflessione potente sul concetto di identità, un’identità fluida e sfuggente, umana troppo umana, che ci riguarda un po’ tutti: chi sono io, lo stesso o l’altro? Il gemello interiore o il quasi somigliante?
Gary, abile e sottile artista in questo gioco di zelig e matrioske, sfugge da ogni etichettatura e da ogni schema; sfugge da quell’impostura che può essere l’esistenza reale per re-inventarsi e vivere la propria autenticità nella verità della letteratura. Concetto anche questo che per altro si può ribaltare… («Ero stanco di essere soltanto me stesso»).
Del resto, gli pseudonimi, ai quali ricorreva ciclicamente, lo avevano accompagnato nel corso di una vita: Romain Gary stesso era uno pseudonimo di Roman Kacev, nato nel 1914 a Vilnius, da Mina Iosselevna Borisovskaia, modista, e Arieh Kacev, pellicciaio, ebrei lituani deportati poi in Russia. Anche se lui, Gary, sosteneva di essere figlio naturale di Ivan Mosjoukine, la più celebre vedette del cinema muto all’epoca…
«La verità è che sono stato sempre profondamente affetto da quella che è la più antica tentazione proteiforme dell’uomo: quella della molteplicità. Una tale fame di vita, in tutte le sue forme e in tutte le sue possibilità, che ogni gusto assaporato non faceva che accrescerla senza fine». Parola di Romain Kacev alias Romain Gary, Émile Ajar, Fosco Sinibaldi, Shatan Bogat… e chissà chi altro ancora.

Vita e morte di Émile Ajar di Romain Gary. Traduttore Riccardo Fedriga. Editore Neri Pozza. Collana Biblioteca, pp. 124, euro 12,00