Il triste caso di Benjamin Murmelstein: un film lo riabilita e gli rende giustizia

di Fiona Diwan

140210_r24624-1200«Ci troviamo a bordo di una nave fantasma, tutti siamo morti e non lo sappiamo ancora… qui la morte non assale le sue vittime predestinate come un fulmine, attacca a rilento, come una fiera decrepita e sdentata; non ferisce; graffia, fa marcire… questo è un mondo alla rovescia». Quella nave fantasma è Terezin, il celebre “ghetto modello” alle porte di Praga ideato dalla propaganda di Hitler per gettare fumo negli occhi alla Croce Rossa, luogo di abominio e morte dove migliaia di artisti, musicisti, scrittori e menti eccelse persero la vita. Le parole dell’incipit sono di Benjamin Murmelstein, rabbino di Vienna e ultimo Decano dello Judenratt di Terezin, parole pronunciate nel film-intervista L’ultimo degli Ingiusti, oggi in uscita nelle sale e girato nel 1975 da Claude Lanzmann, regista di Shoah. Una vicenda dolorosa e controversa. Perché Benjamin Murmelstein non suscitò polemiche: fu il bersaglio unanime di un anatema collettivo. Messo alla gogna, tacciato di collaborazionismo, bandito, fu rinnegato dalla Comunità ebraica di Roma dove consumava il suo esilio, gli fu negata la sepoltura nel cimitero ebraico dell’Urbe e gli fu inibito l’ingresso in Erez Israel. Nessuno, dopo la guerra, spezzò una lancia per difenderlo. Nessuno, tranne uno: Claude Lanzmann, che oggi vuol rendergli giustizia. «Il film che ho realizzato e ora anche il libro, lo riabilitano completamente, riparano al male imperdonabile che gli è stato fatto e mostrano in tutta la sua lampante chiarezza la stupidità delle accuse dei suoi correligionari… Grazie a me – è il mio punto di orgoglio -, il mondo intero può cominciare a conoscere chi sia stato il vero Benjamin Murmelstein. Questo risarcimento non ha prezzo», dichiara Lanzmann nella premessa L’ultimo degli Ingiusti (editore Skira, 15 euro), praticamente la trascrizione del film.
La questione che solleva Lanzmann è di quelle eterne: come è possibile fare il Bene se viviamo immersi nel Male assoluto, se l’orrore è pervasivo e corrompe anime e corpi, se lo stato di bisogno fa di noi delle bestie senza coscienza? Come è possibile preservare anche una sola infima porzione di Bene se viviamo immersi nell’arbitrio, nella morte e nella crudeltà? Murmelstein era considerato spregevole, molti lo disprezzavano perché giudicato obnubilato dal potere che la sua carica di Decano gli concedeva e perché la sua conoscenza personale di Adolf Eichmann, risalente agli anni di Vienna e al 1938, lo rendeva sospetto (era l’unico ebreo a cui fosse concesso sedersi davanti a Eichmann). Non gli fu mai perdonato di essere l’unico capo di un ghetto a sopravvivere alla Shoah. Eppure, grazie a Murmelstein, si salvarono migliaia di ebrei. «A mio avviso Terezin è stata il fulcro della genesi e dell’attuazione della Soluzione finale. Tra il 1941-1945 si alternarono tre decani degli ebrei: i primi due morirono con un colpo di pistola alla nuca. Solo il terzo, Murmelstein, sopravvisse. Su di lui si concentrò l’odio dei sopravvissuti. Eppure avrebbe potuto scappare; possedeva un passaporto diplomatico: preferì restare. Fu arrestato per collaborazionismo, dopo 18 mesi di prigione, un processo lo prosciolse da tutte le accuse», dice Lanzmann, regalandoci un documento unico, tra le pochissime testimonianze giunte sino a noi di un capo del Judenratt. Le parole di Murmelstein sono incredibili. Si paragona alla figura di Sancho Panza («Lui è pragmatico, calcolatore mentre gli altri combattono contro i mulini a vento… un realista con i piedi ben piantati a terra», dice. «Tutti noi decani eravamo nella posizione della marionetta, una marionetta comica…»). «Sono sopravvissuto perché avevo una favola da raccontare, sono stato come Sherazade…», prendevo tempo, costruivo e rimodernavo il ghetto, collaboravo con loro, davo a Eichmann quello che voleva. Solo così avrei procrastinato l’ora della nostra morte e forse sarei riuscito a salvarmi, dice.«Eichmann aveva un interesse particolare su Terezin. Se potevamo fare in modo che la esibisse al mondo, per noi era la salvezza, Terezin non poteva più sparire. Questo significava che dovevamo prostituirci e recitare quella farsa… ». E a proposito di Eichmann, Murmelstein polemizza con la Arendt: altro che banalità del male, Eichmann era un corrotto, era un demonio. E conclude, amaro: «Un decano degli ebrei può essere condannato, anzi deve essere condannato. Ma non può essere giudicato, perché nessuno può mettersi nei suoi panni. Può essere giustiziato, se non si avvelena da sé. Un decano degli ebrei, dopo la guerra, è come un dinosauro su un’autostrada».

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