‘Chi come me’: uno spettacolo magnetico al Teatro Franco Parenti

Spettacolo

di Esterina Dana
Lo spettacolo ‘Chi come me’ – tratto dall‘omonimo testo dell’autore israeliano Roy Chen – si svolge in uno spazio piccolo: poco più di 150 posti tra galleria e platea, costituita da due gradinate lignee disposte l’una di fronte all’altra, e cinque letti bianchi collocati anche tra il pubblico. Gli spettatori si guardano dalle tribune con stupore, curiosità e disorientamento, consapevoli all’improvviso di far parte integrante della scena allestita come il reparto giovanile di un centro si salute mentale in cui sono ricoverati cinque adolescenti affetti da diverse turbe psichiche.

Appena le luci dello spettacolo si accendono, la sensazione di straniamento si dilegua magicamente. Il pubblico è risucchiato nell’intimità di questo accogliente spazio dalle valenze simboliche e l’identificazione è immediata. La vicinanza fisica con gli attori crea un contatto che rende palpabili tutti i sentimenti.

L’entrata in scena del dottor Bauman (Paolo Briguglia), dei suoi  giovani pazienti e della signorina Dorit (Elena Lietti), l’insegnante di teatro, chiamata con l’intento terapeutico di aiutarli ad esprimere le proprie emozioni, crea una densità emotiva sottesa dal nucleo di dolore che li accomuna. Barak (Samuele Poma), Emanuel (Federico Di Giacomo), Ester (Alia Stegani), Tamara/Tom (Amy Boda), Alma (Chiara Ferrara) “sono noi in un’altra frequenza” – dice il paterno psichiatra –  agganciando il pubblico che è  chiamato in causa in un impeto di empatia: li accompagna nelle loro mondo interiore fatto di paure, rabbia e ossessioni; si strugge per le loro e delusioni,  si commuove per le fragilità celate dietro un silenzio inaccessibile, un aggressivo entusiasmo, dentro una gru di carta, sotto la maschera di un leone, tra le bende ai polsi di ferite auto inferte. Ma sorride, anche, di fronte all’evidenza di situazioni drammatiche alleggerite da motti di spirito di witziana memoria. Il tempo scenico è scandito da una colonna sonora integrata nell’azione: sono le musiche, scelte dai singoli pazienti, che sostituiscono il suono della campanella della sveglia e degli intervalli.

La dolcezza della signorina Dorit, che vuole mettere in scena con i ragazzi uno spettacolo a cui assistano i genitori, è pari al suo spaesamento di fronte all’inquietudine dei ragazzi che le rimanda la propria. Per rompere il ghiaccio e creare un’atmosfera di condivisione, gioca con loro a “chi come me” (la formula che dà il titolo alla pièce scritta da Roy Chen), incoraggiando anche gli spettatori a partecipare. Offre dei blocchetti ai protagonisti e li invita a scrivere “delle idee per … [lo] spettacolo. Poesie, racconti, barzellette”, una lettera alla propria malattia, un contratto con se stessi. La loro personalità si rivela lentamente e, progressivamente, il loro rapporto si rafforza in un processo di crescita e di accettazione di sé e dell’altro che sottintende la malattia come opportunità. Spicca la straordinaria capacità dei giovanissimi attori di immergersi nel dolore dei propri personaggi e di restituircelo trasformato in speranza e fiducia nel futuro.

La comparsa dei genitori sulla scena chiarisce quanto i disagi psichici di Barak (disturbo oppositivo e attacchi di rabbia) , Alma (bipolarismo), Ester (schizofrenia), Tamara (disforia di genere), Emanuel (autismo) siano espressione di scompensi affettivi, maldestre dichiarazioni d’amore, incapacità di riconoscere i figli come individui. Ma anziché produrre sugli spettatori un reazione di rifiuto e di giudizio, le loro mancanze alimentano una compassione tangibile per le loro nevrosi e una riflessione sulle debolezze, gli egoismi, le cecità e le assenze che talvolta minano la funzione genitoriale.

Magistrale l’interpretazione  di Sara Bertelà e Pietro Micci, che recitano le parti di tutti i genitori passando dall’uno all’altro con un’ammirevole perizia interpretativa, la quale palesa l’origine dei problemi dei loro figli:  dalla figura tragica della madre di Emanuel che rievoca il teatro greco alla “semplicità” del padre di Barak, dallo snobismo anaffettivo dei genitori di Alma alla rigidità ortodossa del padre di Ester fino alla sordità della madre di Tamara/Tom di fronte al coming out della figlia/figlio.

Alla fine dell’ultimo atto si presentano tutti insieme; sulla scena gli interpreti sono quattro (Briguglia, Lietti, Bertelà e Micci) ma se ne vedono dieci per la rapidità con la quale entrano ed escono dalla scena per cambiare vorticosamente abiti, voci, gesti.

L’ultima regia, intensa e delicata, di Andrè Ruth Shammah, che inaugura il nuovo spazio teatrale della Sala A2A, resta impressa nell’anima in modo indelebile.

 

Chi come me di Roy Chen

adattamento, regia e costumi di Andrée Ruth Shammah

traduzione dall’ebraico di Shulim Vogelmann

Personaggi e interpreti  

Sara Bertelà  tutte le madri

Paolo Briguglia dottor Baumann, direttore del reparto giovanile di Oròt

Elena Lietti Dorit la nuova insegnante di teatro

Pietro Micci tutti i padri

Amy Boda (22 anni) Tamara/Tom

Federico De Giacomo (15 anni) Emanuel

Chiara Ferrara (25 anni) Alma

Samuele Poma (21 anni)  Barak

Alia Stegani (14 anni) Ester

allestimento scenico Polina Chen Adamov

luci Oscar Frosio

musiche Michele Tadini

Teatro Franco Parenti

In scena fino al 4 Maggio