Camminando sull’acqua

Spettacolo

Eyal (Lior Ashkenazi) è un agente speciale del Mossad, è uno molto cattivo e apre il film con la spietata uccisione di un esponente di Hamas davanti agli occhi di suo figlio. In seguito a un trauma, il suicidio della moglie, gli vengono affidati incarichi meno impegnativi come, appunto, la ricerca di un criminale di guerra nazista scampato alla giustizia. Eyal si ritrova quindi a seguire i due nipoti del nazista, Pia e Axel.
La sceneggiatura scritta da Gal Uchovsky, personaggio di spicco e molto influente in Isreale, è la punta di diamante di questo film che ha il raro dono di non appesantirsi mai nonostante il soggetto metta in gioco moltissimi punti caldi della storia contemporanea, della società, del vivere politico delle donne e degli uomini. Contenuta a stento in una cornice leggera c’è l’interazione tra Eyal che non esita a uccidere e che non nasconde il proprio odio verso i palestinesi e i tedeschi e le proprie difficoltà con i gay, Pia (Carolina Peters) nipote del criminale nazista che ripudia i genitori e sceglie di vivere in un kibbutz e suo fratello Axel (Knut Berger), omosessuale, che tenta di convincerla a tornare a Berlino per festeggiare il compleanno del padre.

Il titolo del film è già abbastanza denso, quella camminata sull’acqua, accennata da Axel e poi sognata da Eyal, non può non ricordarne una molto più famosa e qui diventa emblema di un equilibrio precario che si può raggiungere, ma soltanto insieme (come nel sogno di Eyal). Gerusalemme come culla di civilità che si incontrano e si scontrano, simbolo anch’essa di un conflitto che sembra insanabile. Tutto intorno, sempre evocate, ma mai rappresentate, le esplosioni ad opera di kamikaze palestinesi in tutta la città. A dispetto degli ingredienti densi, il film scorre seguendo la linea della semplicità, la regia è essenziale, spesso invisibile a volte ingenua, comunque poco incisiva. Il meccanismo che fa ruotare i personaggi è ridotto all’osso, non ci sono mai sovrapposizioni, salti temporali, la narrazione è sempre lineare e comprensibilissima. Il finale è banale, piatto, probabilmente programmaticamente rassicurante.

Fox ha costruito un mezzo di locomozione comodo, invitante ed estremamente accessibile per un messaggio importante, puntando molto sulla scrittura e provocando un “effetto prolungato”. Difficile che una volta terminato Camminando sull’acqua non si ripensi alle stratificazioni delle questioni socio-politiche messe in campo. Altrettanto difficile dev’essere stato per il regista eliminare tutto ciò che ha il potere di respingere lo spettatore davanti a temi come quelli trattati qui, puntando sulla diffusione. Quello che passa è una condanna della violenza che scaturisce innanzitutto dalla scelta di non aggredire lo spettatore né di tediarlo con didascalie inutili o cadute retoriche. Quando si fa una scelta del genere si contempla il rischio che qualcuno si limiti a una lettura superficiale, questo è inevitabile. Il discrimine è l’intenzione del regista, o meglio, il livello di ruffianeria piuttosto che di avvicinamento empatico a un pubblico più ampio di quello dei festival. La traduzione italiana ha penalizzato il film che in originale è stato girato in lingue diverse.

CAMMINANDO SULL’ACQUA di Eytan Fox (Israele)
dal regista di Yossi e Jaegger

Sito del film:
walkonwatermovie

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