Un ricordo di Paolo De Benedetti

di Ester Moscati

Chissà se Pentolino, Chandra Misa, Martino e tutti gli altri gatti che hanno popolato la sua vita e allietato la sua anima lo hanno accolto in Paradiso. Altrimenti saranno guai perché Paolo è stato chiaro: “Signore, in un Paradiso dove non possono entrare i mici, io non ci voglio stare”.

Ci ha lasciati serenamente, questa mattina 11 dicembre, ad Asti, Paolo De Benedetti, teologo, biblista, ermeneuta di sterminata cultura e ancora più grande umanità, dopo una settimana di ricovero per una broncopolmonite, sulla soglia degli 89 anni che avrebbe compiuto il 23 dicembre.

Chi era De Benedetti, studioso eclettico e originale, docente di Giudaismo alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale di Milano e di Antico Testamento agli Istituti di scienze religiose delle università di Urbino e Trento, amico di Carlo Maria Martini  e di Umberto Eco, lo sta ricordando tutta la stampa, in queste ore.

Vorrei qui salutare l’amico di tanti anni, Paolo, che sapeva farsi talmente umile da condividere pensieri altissimi senza creare imbarazzo o soggezione in alcuno dei suoi interlocutori, neppure in un bambino. Paolo che ha dato dignità a tutto il Creato con la sua Teologia degli animali, che ha saputo spiegare con innata dolcezza la solitudine del Dio creatore, che ha scritto, raccontato, insegnato con una passione e una delicatezza tali da rendere ogni incontro una esperienza indimenticabile.

Che fosse qui per un seminario, o un corso estivo, ogni suo soggiorno in Urbino non poteva prescindere da un pomeriggio insieme. E allora si godeva il divertimento per la sua narrazione profonda e ironica, il suo affettuoso interessamento per gli affanni quotidiani degli altri e la leggerezza con cui parlava dei suoi, la lezione sottile che si dipanava dalle sue labbra con illuminante semplicità.

Aveva scritto:

O Dio del Paradiso
se arriverò lassù
ascolta questo avviso:
non occorre che tu
mi venga incontro all’uscio
ma manda il cane, l’asino
il gatto a farmi struscio,
a darmi due zuccate
a leccarmi la faccia
con lor lingue beate
finché a loro e a te piaccia.

Alla sorella Maria, ai cugini e nipoti, ai discepoli che da oggi avranno un grande vuoto nella vita,  un fortissimo abbraccio.

 

 

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