di Anna Balestrieri
Nella sua piéce Giant, dedicata al noto scrittore britannico, il drammaturgo britannico ebreo Mark Rosenblatt affronta senza sconti il feroce antisemitismo dell’autore, senza però invocare boicottaggi o cancellazioni, ma scegliendo la strada della complessità: una prospettiva, profondamente legata all’esperienza storica ebraica, a rendere il rifiuto dei boicottaggi culturali qualcosa di più di una semplice posizione politica.
Si può continuare ad amare un autore antisemita? È una domanda scomoda, ma profondamente ebraica, quella al centro di Giant, la nuova pièce teatrale del drammaturgo britannico ebreo Mark Rosenblatt, dedicata alla figura di Roald Dahl.
Lo spettacolo, oggi a Broadway dopo il successo londinese, affronta senza sconti il feroce antisemitismo dell’autore di Charlie and the Chocolate Factory e Matilda. Ma invece di invocare cancellazioni o boicottaggi, sceglie una strada più difficile: quella della complessità.
Ed è proprio questa prospettiva, profondamente legata all’esperienza storica ebraica, a rendere il rifiuto dei boicottaggi culturali qualcosa di più di una semplice posizione politica.
La cultura ebraica contro il pensiero binario
Rosenblatt, cresciuto in una famiglia ebraica osservante nel nord di Londra, non minimizza in alcun modo le dichiarazioni di Dahl. Lo scrittore britannico arrivò infatti a sostenere nel 1983 che “persino un delinquente come Hitler non se la prendeva con gli ebrei senza motivo”. Parole scioccanti, che oggi probabilmente provocherebbero campagne di cancellazione immediate. Eppure Rosenblatt continua a leggere Dahl a suo figlio.
Perché la tradizione ebraica, da secoli, diffida delle verità assolute e delle semplificazioni morali.
Nella cultura talmudica convivono interpretazioni opposte, contraddizioni e dibattiti senza conclusione definitiva. L’idea che un essere umano possa essere contemporaneamente geniale e moralmente riprovevole non è vista come una contraddizione impossibile, ma come una realtà umana difficile da accettare.
Per questo Rosenblatt rifiuta la logica contemporanea del “tutto o niente”: o eroe o mostro, o puro o cancellato.

Il boicottaggio culturale e il paradosso ebraico
Nel corso della pièce emerge anche un’ironia feroce sul tema dei boicottaggi. In una scena, Dahl domanda provocatoriamente se rifiutarsi di comprare un avocado israeliano possa essere considerato antisemitismo. La risposta della governante spiazza il pubblico: “L’avocado sa di essere israeliano?”. La battuta scatena le risate del teatro, ma tocca un nervo scoperto.
Il boicottaggio culturale spesso pretende di punire simboli, opere o artisti trasformandoli in estensioni automatiche di una colpa collettiva.
Ed è proprio questa logica che molti ebrei percepiscono come pericolosa. La storia ebraica europea è piena di esclusioni collettive: libri proibiti, professioni vietate, commerci boicottati, università chiuse agli ebrei.
Per questo, dal punto di vista di molti intellettuali ebrei, l’idea di “cancellare” opere culturali appare inquietante anche quando nasce da motivazioni apparentemente giuste.
Chi decide quale autore meriti di essere espulso dal patrimonio culturale? E secondo quali criteri morali, inevitabilmente mutevoli?
“Giant”: il conflitto tra arte e autore
La pièce di Rosenblatt non assolve Dahl. Al contrario, ne mostra l’antisemitismo in tutta la sua brutalità. Nel dramma, interpretato a Broadway da John Lithgow, Dahl umilia personaggi ebrei, li stereotipa e li provoca deliberatamente.
Eppure Rosenblatt insiste nel rifiutare una rappresentazione semplicistica.
“Non volevo scrivere un pamphlet contro Dahl”, spiega il drammaturgo a Haaretz. “Volevo capire la sua complessità”.
Nel testo trovano spazio anche le tragedie personali dello scrittore: la morte della figlia, gli incidenti familiari, le ferite della guerra, il dolore cronico. Non per giustificarlo, ma per evitare la trasformazione dell’essere umano in caricatura morale.
Secondo Rosenblatt, il problema della cultura contemporanea è proprio l’incapacità di sostenere “due verità contemporaneamente”.
Antisemitismo, antisionismo e paure contemporanee
Lo spettacolo ha assunto un significato ancora più forte dopo il 7 ottobre 2023 e la crescita delle tensioni nel Regno Unito. Rosenblatt racconta di una comunità ebraica britannica sempre più impaurita, tra aggressioni, ostilità pubblica e persone che scelgono di nascondere la propria identità ebraica.
Il dramma di Giant non riguarda soltanto Roald Dahl: riguarda il clima culturale contemporaneo e la fragilità del dibattito pubblico.
Il testo esplora continuamente il confine ambiguo tra critica a Israele e antisemitismo, mostrando come un dibattito politico legittimo possa facilmente degenerare in stereotipi razziali e ossessioni antiebraiche.
Non a caso, Rosenblatt iniziò a concepire l’opera durante lo scandalo dell’antisemitismo interno al Partito Laburista britannico.
L’ebraismo come cultura del dubbio
Uno degli aspetti più interessanti della pièce è il conflitto interno al mondo ebraico stesso. I personaggi ebrei non parlano con una sola voce: alcuni difendono Israele, altri ne prendono le distanze; alcuni minimizzano l’antisemitismo, altri lo percepiscono come una minaccia esistenziale.
Non esiste una “posizione ebraica unica”: esiste invece una lunga tradizione di discussione, dissenso e autocritica.
Ed è forse proprio qui che emerge la critica più radicale ai boicottaggi culturali: la convinzione che la cultura debba restare uno spazio di confronto, persino quando genera disagio.
Rosenblatt continua a leggere Dahl a suo figlio non perché dimentichi il suo antisemitismo, ma perché rifiuta l’idea che la cultura possa essere ridotta a tribunale morale permanente.
Il rischio di una società senza sfumature
Nel finale dell’intervista, Rosenblatt osserva che il mondo contemporaneo sembra incapace di tollerare l’ambiguità. “Per avere ragione”, dice, “bisogna che l’altro abbia completamente torto”.
È una logica che domina i social network, il dibattito politico e sempre più anche la cultura. Ma è una logica estranea a gran parte della tradizione intellettuale ebraica, costruita invece sul confronto infinito delle interpretazioni.
Forse il vero pericolo non è leggere Roald Dahl sapendo chi fosse, ma smettere di essere capaci di convivere con la complessità umana.



