Non è il fascismo che ritorna: è il suo spettro che non si è mai esaurito del tutto. E ragionare sulla figura di Mussolini, ci aiuta a capire la realtà di oggi

di Claudio Vercelli

[Storia e controstorie] Mentre le forze dell’ordine proseguono nell’azione di identificazione e repressione di gruppi e gruppuscoli che, a vario titolo, ricadono sotto le fattispecie penali previste dalle leggi Scelba e Mancino, in attuazione della dodicesima disposizione finale e transitoria della Costituzione, quella che punisce la ricostituzione del partito fascista, in Italia si continua a parlare del fascismo medesimo.

Un po’ come se si trattasse di un’eredità con la quale, pur a distanza di molti anni, ancora non si sono fatti i conti definitivamente. Qualcuno si arrischia a denunciare la possibilità che quell’esperienza storica, che ha condizionato l’Italia non solo durante la lunga durata del regime ma anche dopo, influenzando quindi la memoria collettiva, possa in qualche modo ripetersi. Al netto di questi timori, ad onore del vero poco o nulla fondati, rimane il fatto che il ventennio mussoliniano non si è esaurito nel momento in cui ne sono venute meno le ragioni storiche e politiche per il suo prosieguo, tra il 25 luglio del 1943 e la primavera del 1945. È come se alla dissoluzione materiale del suo corpo (fatto di istituzioni, dottrine, poteri ma anche violenza e sopraffazione, così come entusiasmi e adesioni) fosse infatti sopravvissuta una sorta di lunga ombra, le cui propaggini arrivano all’oggi. Non è il fascismo che ritorna ma il suo spettro, al contempo minaccioso così come, per certuni, ancora seducente, a non essersi esaurito mai del tutto.

Poiché il fascismo medesimo, prima che costituire un’ideologia politica e sociale definita, è soprattutto un insieme di immagini, che raccontano di come una parte degli uomini del Novecento volessero essere raffigurati (e quindi visti ed interpretati), dai loro contemporanei così come anche dai posteri. Al pari di una gigantesca messa in scena, una specie di set cinematografico. Certo, il fascismo storico non può essere ridotto solo a ciò. Tuttavia, la sua carica simbolica, ossia l’insieme di riti, di miti, di rappresentazioni, non si è per nulla conclusa con la sua triste, mortifera e poi tragicamente declinante parabola.

Lo testimonia, se mai ce ne fosse bisogno, il successo che il romanzo storico di Antonio Scurati M. Il figlio del secolo, sta mietendo un po’ ovunque. La vittoria del prestigioso premio Strega è, da questo punto di vista, uno dei diversi passaggi in un percorso che ha già da tempo lanciato l’autore e il suo libro verso l’empireo del successo editoriale. Ma non si tratta solo di un riscontro di vendite e, plausibilmente, di lettori. Poiché Scurati, che sta dando corpo ad una poderosa trilogia, che nei prossimi anni occuperà la scena editoriale, indica non solo un oggetto da biografare ma anche un canone di interpretazione della storia del secolo appena trascorso, nel quale cerca di fondere letteratura a storiografia. Manovra ardita ma che evidentemente intercetta un bisogno diffuso in una parte dei nostri connazionali. Poiché se un testo di più di ottocento pagine, materialmente ingombrante, ossia già di per sé difficile da mettere in borsa, ottiene un tale ritorno di vendite e di consensi, qualcosa vorrà pure dire. Tanto più in un paese e in un tempo, il nostro, in cui ci si lamenta a piè sospinto della mancanza di voglia di leggere. Sgombrando il campo, possiamo dire soprattutto cosa il libro di certo non intenda dire, come verrebbe invece da pensare sbrigativamente, qualora si indulgesse in oziose pseudo-interpretazioni, denunciandone un presunto, malcelato filofascismo. Poiché nel testo di Scurati non c’è nulla di tutto ciò.

Né viene furbescamente vellicata o ammiccata, magari tra le righe, una qualche simpatia per singoli aspetti di quel passato. Semmai ci si interroga, con criteri ibridi, diversi da quelli più tradizionali della ricostruzione storiografica, così come del lavoro di fantasia letterario, sul carattere della figura mussoliniana e sull’impatto nell’immaginario di una Italia che stava faticosamente trasformandosi, diventando a pieno titolo una società di massa. Significativo, al riguardo, il fatto che il libro sia piaciuto a non pochi lettori antifascisti ma abbia trovato l’assenso anche di diversi simpatizzanti per quel passato. Non perché si tratti di un’opera buona per tutti i palati, e quindi al contempo sorniona e ipocrita, capace di richiamare sentimenti e risentimenti di opposte tendenze. Semmai il Mussolini di Scurati è lo specchio di una nazione che fatica a trovare un’identità, cercandola quindi nelle scorciatoie tanto apparentemente rassicuranti quanto tendenzialmente disastrose. Allora ed oggi. Poiché quel che resta di quei trascorsi, e con essi della figura mussoliniana, al contempo individuale e collettiva, sospesa tra l’arrivismo autopromozionale e la pretesa, accettata poi dagli italiani, di rappresentarli tutti, indistintamente, è lo smarrimento che si nasconde dietro la violenza, l’incapacità di ragionare su di sé evitando di celarsi dietro la tracotanza. L’attualità del fascismo, allora, sta in ciò, e in poche altre cose: non nel suo impossibile ritorno ma nel costituire un tratto profondo, inconsapevolmente dolente del modo in cui continuiamo a sentirci, in maniera del tutto irrisolta, una nazione incompiuta.

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