Memoria: la storia di Hans e Wilhem, due non ebrei a Mauthausen

di Piergiorgio Pescali

Questa è la storia di due persone che appaiono in una famosa fotografia scattata nel campo di sterminio di Mauthausen il 30 luglio 1942. Sono le vicende di due uomini che probabilmente non si conoscevano, due perfetti sconosciuti la cui vita si è incrociata per caso solo per pochi minuti, per poi dividersi ancora per sempre. Sono storie di due non ebrei, ma che hanno condiviso con loro l’orrore dei campi di sterminio.

La prima storia riguarda quell’uomo in piedi, ritto sul carretto trainato da alcuni uomini. Capo rasato, leggermente ingobbito e rigido. Non sembra sia legato perché ha le braccia tese lungo il corpo. Il sole lo colpisce alle spalle a tre quarti. Indossa una casacca e un paio di pantaloni scuri, non a righe come alcuni dei suoi compagni di sventura. Si chiama Hans Bonarewits il quale, oltre che austriaco, è anche un gitano, un Brauner, come venivano chiamati a Mauthausen e sulla casacca porta il triangolo amaranto. Nel giugno 1942, Hans si nascose in una cassa riuscendo a fuggire dal campo. Girovagò per i monti e i boschi austriaci per diciotto giorni. Non sappiamo dove si diresse, probabilmente raggiunse anche il vicino Danubio. Ma la fuga, se non hai chi ti accoglie, chi ti nasconde, chi ti sostiene, chi ti dà da mangiare, è destinata a fallire miseramente. E così fu per Hans Bonarewits. Catturato il 7 luglio 1942, venne riportato a Mauthausen. E qui lo vediamo per la prima volta immortalato in una foto, davanti alla cassa in cui si era nascosto. Anche in questo caso Bonarewits è in piedi, con una sacca sulle spalle, vestito di scuro, mano sinistra chiusa a pugno lungo il corpo. Sa cosa lo aspetta. Probabilmente lui stesso è stato spettatore della sorte di altri prigionieri che avevano tentato inutilmente la fuga.

La cassa è stata deposta su un carretto, lo stesso su cui il prigioniero verrà trasportato verso il patibolo. I nazisti hanno fatto costruire una tettoria sopra la cassa perché, per le successive tre settimane, quelle assi di legno che erano servite a Hans Bonarewits per fuggire, diverranno la sua casa.

E qui entra in scena il secondo protagonista: Wilhelm “Willi” Heckmann. Heckmann era un musicista professionista, un tenore e un pianista che nel 1923 di diplomò al conservatorio. Si guadagnava da vivere esibendosi a Berlino, Stoccarda, Monaco. La sua era una famiglia conservatrice, fortemente nazionalista e uno dei suoi fratelli era un membro attivo del NSDAP. Nonostante questo, nel 1936 Willi venne arrestato per atti omosessuali. Rilasciato grazie ad un’amnistia, nell’agosto 1937 venne di nuovo arrestato e trasportato a Dachau e, il 27 settembre 1939, trasferito a Mauthausen, dove gli venne consegnata una divisa con un triangolo rosa e classificato come Rosaroter. Qui lavorò nel reparto trasporti e in quello di disinfestazione.

Nel frattempo, il comandante del campo, Franz Ziereis, gli chiese di organizzare una piccola orchestrina per accogliere le autorità che arrivavano in visita al campo e per celebrare gli anniversari più importanti, come il compleanno di Hitler. Nacque così la Gypsy band, uno dei tanti complessi musicali allestiti in molti campi di concentramento nazisti. In quanto tedesco e ariano, Wilhelm Heckmann godette indubbiamente dei privilegi all’interno del campo: un vitto migliore, una vita psicologicamente meno stressante, turni di lavoro più agevoli e la possibilità di mantenere la sua identità personale. A differenza degli altri prigionieri rinchiusi per la loro razza, non era chiamato con un numero, ma con il proprio nome: Wilhelm. Le foto del corteo che sta portando Hans Bonarewitz al patibolo sono state scattate dall’SS-Oberscharfürher Kornatz.

In quella più famosa si vedono due fisarmonicisti, quello che suona la fisarmonica più piccola è Wilhelm Heckmann, l’altro è il Kapo Georg Streitwolf. Ma non è la sola foto. Ve ne sono altre due, scattate sempre dallo stesso ufficiale tedesco: in una è ritratta l’intera orchestrina, con Heckmann vestito con la divisa a righe con accanto George Streitwolf e gli altri componenti che suonano i violini, uno con una chitarra e, defilato sulla sinistra, si intravede Bonarewitz in piedi sul carretto. Il corteo è diretto dal direttore dell’orchestra, Karl Maierhofer.

Nell’ultima foto della triste serie, Karl Maierhofer precede l’orchestrina tra due ali di folla obbligate ad assistere all’esecuzione. Hans Bonarewitz, questa volta è ben visibile, al centro, che sovrasta tutti gli atri. Sembra estraneo ad ogni emozione, la posizione delle mani non è cambiata, rigido come una statua aspetta che il carretto si fermi e che il cappio gli venga messo attorno al collo. Secondo le testimonianze di chi ha assistito all’impiccagione, l’orchestra suonò J’attendrai, la traduzione francese di Tornerai, una canzone composta da Dino Olivieri nel 1936 e portata al successo dal Trio Lescano. “Aspetterò sempre il tuo ritorno poiché l’uccellino che è fuggito viene a cercare l’oblio nel suo nido” canta un verso, nella sua traduzione in francese. Poi, appena prima dell’esecuzione, Karl Maierhofer fece intonare Alle Vogel sind schon da, una canzoncina per bambini famosissima ancora oggi, il cui testo fu scritto nel 1835 da Hoffmann von Fallersleben e musicata nel 1844:

“Come sono divertenti,
agili e felici di muoversi!
Merli , tordi , fringuelli e storni
Tutto lo stormo di uccelli
ti augura un felice anno nuovo,
salvezza e benedizioni.

Quello che ci annunciano,
lo prendiamo a cuore:
vogliamo anche essere divertenti,
divertenti come uccelli,
qua e là, in campo, in campo,
cantare, saltare, scherzare”.

Ad impiccagione avvenuta, mentre il corpo di Bonarewitz ciondolava sul patibolo, agli orchestrali venne ordinato di suonare Rosamunde, una canzone popolarissima in Germania derivata dalla Modřanská polka composta dal ceco Jaromir Vejvoda nel 1927.

“Vedo le sue labbra rosse
Con la risata eternamente felice,
vorrei fare qualsiasi cosa
per sorseggiare!
Perché mi lascia solo languire,
sorride sempre da lontano,
oh, vorrei solo sapere
come se la sono cavata gli altri finora.
Rosamunde, credimi, anch’io ti sono fedele,
perché in questo momento, Rosamunde,
il mio cuore è solo libero”.

 

Menu