Mel Brooks. Il lato comico di una tragedia chiamata vita

“Guardate la storia ebraica: talmente triste, che lamentarsi sarebbe intollerabile. Così, per ogni 10 ebrei che si battono il petto, Dio ne ha designato uno a essere pazzo e divertire i battitori-di-petto. Da quando ho 5 anni so che io sono proprio uno di questi. Volete sapere da dove viene la mia commedia? Dal fatto di non essere stato baciato da una ragazza fino all’età di 16 anni. Viene dal sentimento che, come ebreo e persona, non ti adatti alla maggioranza della società americana. E dalla consapevolezza che, anche se sei migliore e più brillante, non ne farai mai davvero parte”. Parola di Mel Brooks, celeberrimo attore e regista ebreo americano: uno di quelli che ha fatto la storia del cinema comico, con film geniali fra i quali Frankenstein Junior, che ha fatto sbellicare dalle risa intere generazioni. Tanto che, all’alba degli 83 anni, anche Hollywood -molto più sensibile alle commedie lacrimose che ai veri capolavori comici,- l’ha insignito con l’ambita stella nella Walk of fame. Pur non essendo praticante, Brooks, non ha mai fatto mistero dell’identità ebraica e, ha sempre collocato se stesso e il proprio umorismo all’interno di una precisa tradizione ashkenazita in cui si integrano la sua personale storia e quella della sofferenza del popolo ebraico. Ed è la radicale convinzione che la commedia abbia il potere di alleggerire e curare il dolore, che lo ha portato a realizzare film in cui la comicità non fa a pugni con la tragedia, ma anzi, la rende più comprensibile e, per quanto possibile, accettabile. Perchè solo una risata ci guarirà.

Sesso e intelligenza
“Da ebreo, mi sono sempre sentito diverso, alienato, perseguitato, e ho capito che l’unico modo in cui riesci a rapportarti con il mondo è ridere, perché se non ridi piangerai e non smetterei mai: questo è il motivo per cui gli ebrei hanno maturato un tale senso dello humour -dichiara-. Sono coloro che hanno la più giusta ragione per piangere ad aver insegnato a ridere a tutti gli altri”. Non per niente, Brooks è il fondatore di una onlus per la riabilitazione della parola Shmock (in yiddish, un cretino), oggi caduta in disuso nella lingua inglese a beneficio di altre parole.
Il sorriso convive ovviamente con un approccio molto serio all’ebraismo. Del successo che gli ebrei hanno in molti campi, Mel Brooks individua tre ragioni: l’ereditarietà, l’ambiente e un unico sistema di valori. “Fra gli ebrei, i più intelligenti sono sempre stati incoraggiati a diventare dei leader religiosi. Moltiplicandosi, l’intelligenza è passata di generazione in generazione, e oggi gli ebrei stanno raccogliendo i benefici delle frequenti attività sessuali dei loro antenati”.
Il fatto poi di avere sempre vissuto in ambienti a essi avversi ha fatto sì, secondo Brooks, che gli ebrei affinassero la loro intelligenza: “La scuola dei duri colpi è una grande maestra. Quando cresci a sberle e frustate sulla schiena, impari presto a diventare creativo, brillante e bene informato su ogni cosa possa aiutarti nella vita”. Infine, un unico sistema di valori dell’ebraismo, per il quale l’educazione e lo studio sono al primo posto. “Il filosofo Tevye, star del Violinista sul tetto, ha spiegato che gli ebrei portano il cappello perché non sanno mai quando saranno obbligati a partire. Quello che non ha detto, è che hanno sempre fatto in modo di avere sempre qualcosa nelle loro teste sotto i cappelli. Perché i beni materiali possono essere portati via, ma quelli accumulati nelle loro menti rimangono la più grande ‘mercanzia’ che un ebreo possiede”.

Mel Brooks, alias Melvin Kaminsky, nasce a Brooklyn il 28 giugno 1926 da genitori ashkenaziti: il padre, Max, ebreo di Danzica, è un assistente, la madre, Kate Brookman, proveniente da Kiev, lavora in una fabbrica di abbigliamento. Il nonno paterno Abraham era un pescivendolo che, nel 1893, si spostò negli Stati Uniti con la moglie Bertha e i dieci pargoli. Melvin è un bimbo basso e malaticcio, e i suoi coetanei non gli danno tregua; a questo si aggiungono i pregiudizi razziali, che lo tagliano fuori dalla vita sociale della sua età. Così comincia già, da bambino, a sviluppare una verve comica come reazione di difesa contro l’aggressività dei coetanei.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, continua a sfruttare la sua naturale capacità di far ridere: intrattiene i commilitoni dando vita a esilaranti scenette, imitazioni e parodie. Tornato alla vita civile, tenta finalmente la strada del comico. Ma i primi anni di gavetta sono tutt’altro che facili, spesi come cabarettista nei locali notturni della città. E poi finalmente, la fortuna gli sorride: comincia a scrivere testi per importanti show televisivi, tra i quali il Your Show of Shows, di Sid Caesar, dove Mel si fa le ossa scrivendo battute e barzellette per gli ospiti del programma, tra i quali anche un giovane Woody Allen.

Amore & cinema
Dopo un primo matrimonio con Florence Baum, che dura dal 1951 al 1961 e da cui ha tre figli, Stefanie, Nicky, Eddie, nel 1964 sposa Anne Bancroft, attrice figlia di immigrati italiani, premio Oscar per Anna dei miracoli (1962) di Arthur Penn -e che sarebbe stata la protagonista de Il laureato (1967), con Dustin Hoffman- che lo spinge verso il cinema. Un amore vero, quello con Anne, che dura quarant’anni, fino alla tragica scomparsa di lei per un tumore, nel 2005, ma che non manca di aneddoti curiosi e, ovviamente, comici. Come quello riferito alla madre di Mel Brooks che, quando seppe che Mel stava per sposarsi con una ragazza italiana, disse: “Portala pure. Sarò in cucina con la testa nel forno”. Oppure, quello, altrettanto romanzato, delle liti fra coniugi: lui impreca in yiddish, lei in italiano. Sulla religione della nuova coppia, da cui nacque poi un figlio, Max, per anni si sono rincorse voci contrastanti: si è detto che lui si sia convertito al cattolicesimo, così come che lei si sia fatta ebrea.
In realtà, Mel rimase ebreo e Anne cattolica: il figlio fu battezzato, sotto richiesta della madre, ma fece anche il bar-mitzvà a 13 anni, per volere del padre. E del loro rapporto lui disse: “Siamo così vicini l’uno all’altro che siamo interscambiali. Io posso diventare la femminile e statuaria Anne Bancroft, lei lo Yiddish Mel. Beh, mi avete mai visto con il rimmel e vestito di Dior, e lei in yarmulke (parola yiddish per kippà)?”. Dopo il matrimonio con Anne, Brooks inizia a fare cinema: lo stile è subito il suo, comicamente ebraico. Nel 1968 esordisce sul grande schermo con Per favore, non toccate le vecchiette, che segnò anche l’inizio del sodalizio artistico con Gene Wilder, altro pilastro comico dell’ebraismo. Nel 1970, esce Il mistero delle dodici sedie, un film che va alla riscoperta delle radici ebraiche del regista, adattato da un romanzo di Lja Ilf e Eugenij Petrov. Ma è con Mezzogiorno e mezzo di fuoco (1974) che ottiene un enorme successo di pubblico e critica. Nello stesso anno esce nelle sale forse il più grande successo di Brooks, Frankenstein Junior, con Gene Wilder, indimenticabile protagonista e co-sceneggiatore della pellicola. Il successo lo porta anche a Broadway dove alcuni dei suoi film vengono proposti in chiave teatrale: fra questi, Per favore non toccate le vecchiette-The producers e Frankenstein Junior.

Numerosi sono i film diretti, prodotti e interpretati da Mel Brooks. E in alcuni di essi c’è la storia ebraica: il più celebre è Essere e non essere, in cui recita a fianco della moglie: un remake del 1983 di To be or not to be (titolo italiano: Vogliamo vivere!) di Ernst Lubitsch, che racconta la fuga di alcuni attori ebrei durante il nazismo. Un esempio chiaro dell’approccio di Brooks alla vita e alla comicità, che restano per lui, in fondo, la stessa identica cosa.

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