Isacco Papo, dalla Turchia a Milano

di Roberto Zadik

Ripercorrere la storia degli ebrei sefarditi è un’impresa complessa e affascinante, tutt’altro che semplice, eppure con il chirurgo e viaggiatore Isacco Papo, ebreo milanese di origine turca, col suo libro ci riporta a quelle memorie. Chi sono i sefarditi e quali sono state le loro vicissitudini da quella famosa e infame cacciata dalla Spagna avvenuta nel 1492? Di questo e di tanti altri argomenti tratta il libro di Papo “Il tramonto di una civiltà. Un ebreo sefardita tra oriente e occidente” (Edizioni Belforte,  pp. 439 prezzo 22 euro).  Presentato presso la Libreria Claudiana il 13 novembre  dall’autore, nato a Milano nel 1926, assieme ad altri ospiti importanti come la storica e ricercatrice del Cdec, Liliana Picciotto, la professoressa Paola Sereni e l’editore del libro, Guido Guastalla che durante l’incontro ha ricordato con affetto le proprie origini livornesi e l’atmosfera che si respirava nella sua città nell’ambiente ebraico, rievocando la storia degli ebrei livornesi in Italia e all’estero, ad esempio in Tunisia dove molti di loro hanno vissuto (di questo parla il bel libro di Giacomo Nunes “Delle navi e degli uomini” sempre Edizioni Belforte pp217, 14 euro).

E’ stato un incontro che ha riunito vari ricordi e identità ebraiche, da quella ebraico turca di Papo, alle origini siriane della Liliana Picciotto, che ha parlato brevemente dei propri nonni siriani di Aleppo, fino agli ebrei livornesi, concittadini del grande pittore Modigliani, che parlavano il “bagitto” dialetto che includeva termini giudeospagnoli e poi emigrati nelle varie terre del Mediterraneo, da Salonicco, alla Turchia al Nordafrica. A introdurre la serata è stata Liliana Picciotto che ha definito Papo “nuovo cantore di un mondo ebraico perduto, quello dell’ebraismo sefardita, vissuto ai tempi dell’Impero Ottomano, unito da una mentalità e da una lingua comune, il giudeospagnolo”.

Oggetto  di dibattito in prestigiose conferenze  e di studio nelle Università internazionali, da Israele fino al Sudamerica, dal Messico all’Argentina  e rievocata dal libro “La lingua salvata” del grande Elias Canetti, scrittore ebreo bulgaro autore del capolavoro “Autodafè”, la cultura sefardita e lo spagnolo mischiato con l’ebraico e la lingua del Paese vive ancora oggi, negli atenei, non essendo purtroppo più parlato dalla maggior parte degli ebrei specialmente dalle giovani generazioni.

Quella lingua assieme un certo attaccamento alle proprie tradizioni e a una religiosità come ha detto Papo “moderata, senza eccessi” erano alla base della cultura sefardita nei vari Paesi sotto l’impero Ottomano, dalla Grecia, alla Bulgaria, alla Turchia, patria d’origine della famiglia Papo, venuta da Edirne definita dall’autore del libro “una sonnecchiosa città turca al confine con la Bulgaria”. L’opera è stata scritta “prima in spagnolo, la lingua della mia famiglia che come molte famiglie sefardite dell’epoca parlava anche francese e mandava i propri figli alla Scuola dell’Alliance” e racconta le vicende, sue e dei suoi famigliari che come tanti sefarditi “non lasciarono la terra d’origine per le persecuzioni antisemite ma per questioni economiche e lavorative” ha specificato Papo “e arrivarono a Milano perchè era il centro del commercio della seta”.

A questo proposito, l’autore, ha riportato alla luce particolari inediti  e decisamente interessanti appartenenti allo scomparso e suggestivo universo sefardita di Edirne, comunità ebraica molto meno conosciuta rispetto ai grandi centri come Istanbul , Salonicco o Smirne. “Gli ebrei della mia città avevano una tradizione musicale e popolare molto vivace, fatta di canzoni, proverbi, tutti in giudeospagnolo, molti non conoscevano il turco e il calendario nazionale non era affatto praticato, così non venivano festeggiati i compleanni nelle date giuste e pochi conoscevano la propria data di nascita. Nella quotidianità gli uomini andavano a lavorare nel commercio e le donne si occupavano della casa e dei figli, c’erano antiche superstizioni come la  lettura dei fondi di caffè e il malocchio e avevamo pochi contatti con la popolazione turca circostante”. Proprio questa separazione dalla società e il grande attaccamento alle tradizioni e alla lingua spagnola caratterizzavano quella realtà dove gli ebrei decisero di fuggire altrove per diventare dei “cittadini del mondo”  restando però sempre molto legati alle loro origini.

Nella serata, la storica Liliana Picciotto ha raccontato anche di quando i Papo arrivarono a Milano e il difficile periodo dell’avvento del Fascismo, quando l’Italia entro in guerra, il 10 giugno 1940 e che grazie ai documenti spagnoli e alla protezione spagnola e alla legge del 20 dicembre 1924 riuscirono a scampare dagli orrori del fascismo e dell’Olocausto. Parlando di quell’atmosfera di quelli anni, Papo ricorda che “il giorno in cui Italia entrò in guerra, io ero in piscina con un amico in una tranquilla giornata estiva quando un vigile si avvicinò a noi avvisandoci che Mussolini doveva tenere un discorso e che avremmo dovuto andarcene . Da lì fu molto complesso decidere cosa fare”.  In merito a quelli anni, la professoressa Paola Sereni ha ricordato come nella scuola di via Eupili dove Papo era alunno “si viveva “come l’ha definita lui “un’anomala normalità coi ragazzi che giocavano fra loro e andavano a scuola e studiavano, grazie al preside di allora, Yoseph Colombo, ebreo livornese e a docenti staordinari come Eugenio Levi, professore di Latino e Greco che sapevano trasmettere serenità nonostante tutto agli allievi”. La scuola come ha sottolineato la professoressa cercò di mantenere questa tranquillità fino alla fine,” fino al 1942 e ai bombardamenti a Milano” come ha precisato la docente, rievocando la deportazione di grandi docenti ebrei come Cassuto, Tedeschi e Foa.

In conclusione ha parlato anche l’editore del testo, Guido Guastalla, ringraziando la libreria Claudiana, l’autore e gli ospiti in sala e soffermandosi sulla particolarità degli ebrei livornesi. Di origine italiana ma disseminati in vari punti del Mediterraneo, a Salonicco erano quasi 4mila gli ebrei livornesi si distinguevano dagli altri “orgogliosi delle loro origini e del proprio bagaglio culturale come ha sottolineato Guastalla e ha ricordato alcuni grandi personaggi come il già citato preside della scuola di Eupili, Yoseph Colombo e il filosofo francese Edgar Morain che ha dedicato al padre un libro “Vidal, mio padre, ebreo livornese”. Insomma le definizioni e le origini si confondono nella storia complessa e affascinante degli ebrei sefarditi, ancora oggi diversi dagli ashkenaziti e dagli ebrei italiani, e ricorda Papo che si è “abusato spesso di questo termine che invece ha connotazioni molto specifiche di legami con la Spagna e la cultura iberica, che scomparvero in Inghilterra, in Francia o in Olanda, mentre restarono per secoli nei Paesi dominati dall’Impero Ottomano”.

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