Ebrei “nascosti” del cinema: il lato segreto di Lawrence Kasdan

Autore di capolavori come “Il grande freddo” e sceneggiatore di due episodi della saga Guerre Stellari  

di Roberto Zadik  

Il mondo dello spettacolo angloamericano è pieno di storie, curiosità e segreti all’ombra dei riflettori, come l’identità ebraica, totalmente ignota al pubblico, di alcuni importanti artisti e registi.

È il caso del grande cineasta americano Lawrence Kasdan, autore arguto e intimista di capolavori anni ’80 come Il grande freddo, affresco generazionale di rara intensità, incentrato su un gruppo di amici che si ritrova  al funerale di uno di loro, che si è suicidato, rivelando i drammi e le fragilità nascoste di ognuno di loro.

Personaggio versatile e intenso, Kasdan nella sua lunga carriera ha sfornato svariate pellicole, lanciando attori espressivi come William Hurt, Kevin Kline e Jeff Goldblum e scrivendo sceneggiature di campioni d’incasso come L’impero colpisce ancora e Il ritorno dello Jedi appartenenti alla fortunata saga Guerre Stellari ideata da George Lucas.

A svelare le radici ebraiche del regista 72enne, un’interessante intervista pubblicata il 20 aprile 2012 dal sito Forward.com e firmata dal giornalista Curt Schleier. Rilasciata ai tempi della realizzazione del film The Darling Companion (Un caro compagno) l’intervista rivela particolari inediti della personalità tenace e razionale di Kasdan e del suo rapporto con l’ebraismo.

Nato in una famiglia medio borghese in Florida ma cresciuto a Morgantown in West Virginia, il regista sposato con Mary Ellen Goldman, diventata Meg Kasdan e padre di due figli, Jonathan e Jake, ha raccontato di essere cresciuto in una famiglia “non particolarmente religiosa”, di frequentare la comunità locale nelle feste che “non celebravamo molto” e di non aver nemmeno fatto il bar mitzvah, come Stanley Kubrick. Nonostante questo suo legame con l’ebraismo decisamente tenue, Kasdan afferma di aver avuto problemi di antisemitismo che “in West Virginia era parte del linguaggio giovanile, non pensavano di offendermi”.

Ferito da questo ambiente circostante così ostile, egli ha detto di essere cresciuto come un “outsider” e che, nonostante il disagio provato, questo “l’abbia aiutato ad essere un artista desideroso di esprimere la propria versione del mondo”. Autore fortemente riflessivo, introspettivo e in grado di mischiare sobrietà di toni e marcata sensibilità psicologica verso i suoi personaggi, Kasdan ha evidenziato che i suoi film sono “totalmente ebraici”.

“Nonostante la mia laicità – ha proseguito – mi sento parte di questa identità e la mia visione del mondo e il mio senso dell’umorismo derivano da quello che sono”. Sposato da mezzo secolo con la stessa donna, Meg Goldman , marito fedele e padre devoto, riguardo alla sua vita privata ha affermato “io e mia moglie ci siamo conosciuti grazie a una ragazza che mi aveva respinto. Mi disse ho qualcun altra per te”.

Un autore estremamente laborioso e vitale, pur essendo timido e riservato in grado di passare da drammi come Turista per caso con un William Hurt in una delle sue migliori interpretazioni,  al genere western con pellicole come Silverado e Wyatt Earp, che ricalcano la sua passione giovanile per i cowboy, alla fantascienza con i già citati episodi di Guerre Stellari, all’avventura, scrivendo il copione del successo dell’amico Steven Spielberg Indiana Jones e i predatori dell’Arca perduta, confermando il suo talento dietro la macchina da presa e come sceneggiatore.

Collaborando sempre assieme alla moglie – “scrivevamo le sceneggiature assieme ed era molto divertente” – il regista ha ricordato che il suo sogno era di “fare l’insegnante” ma scriveva fin da giovane sceneggiature e dalla pubblicità arrivò al mondo del cinema. Dopo aver cominciato negli anni ’70 nel campo delle sceneggiature, nel 1981 esordì con il dramma malizioso Brivido caldo, secondo film di un futuro grande attore come William Hurt, che segnò l’inizio della carriera di entrambi, sia di Hurt che di Kasdan fino alla consacrazione con Il grande freddo. Il film più incisivo della sua carriera, grazie non solo alla sua abile regia, ma anche e soprattutto ad un cast di interpreti davvero brillanti, da Hurt a Jeff Goldblum a Kevin Kline a Glenn Close, ognuno dei quali avrebbe riscosso grande successo fra gli anni ’80 e il decennio successivo e ad una colonna sonora davvero emozionante, come dimostra la bellissima canzone di apertura “Heard it through the grapevine” del grande Marvin Gaye.

 

 

 

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