Irena Sendler

Che cos’è un Giusto

di Marina Gersony, Stefano Levi Della Torre

Irena Sendler
Irena Sendler

Per me e per tutti gli altri prigionieri era l’unico tedesco buono, l’unico tedesco di cui non avevamo paura, l’unico a cui un ebreo poteva chiedere un favore». Con queste parole Moshe Bejski si riferiva a Oskar Schindler, l’uomo che ingannò le SS salvando la vita di centinaia di ebrei e in seguito reso famoso dal film di Steven Spielberg. Giudice della Corte Costituzionale di Israele e Presidente della Commissione dei Giusti dello Yad Vashem, Bejski è scomparso nel 2007 lasciando una preziosa eredità etica alle nuove generazioni. Nello stesso modo in cui Simon Wiesenthal dava la caccia ai criminali nazisti, Bejski si mise sulla traccia di coloro che avevano aiutato gli ebrei a salvarsi, spesso scontrandosi con l’ingratitudine dei sopravvissuti. Non gli interessava tanto la purezza e la perfezione di chi aveva salvato delle vite. Non cercava né eroi né superuomini. L’elemento essenziale era l’azione giusta, anche se isolata, perché in quella si era espresso il Bene. Una visione che lo portò spesso a scontrarsi con le istituzioni più propense a celebrare i santi e gli eroi piuttosto che rendere merito ai quanti, imperfetti e contradditorii, avevano messo in gioco se stessi per gli altri.

Raccogliere l’eredità che fu di Bejski significa ripercorrere la sua strada: per valorizzare i Giusti di oggi, in ogni parte del pianeta. Ovvero quei disobbedienti, anticonformisti, sovversivi e piantagrane, coraggiosi ribelli che alzano una voce fuori dal coro e si spendono per salvare chi è in pericolo, ovunque accadano genocidi o crimini contro l’umanità. Grazie all’impegno di Gariwo, il Comitato per la Foresta dei Giusti (www.gariwo.net), il concetto ebraico di Giusto tra le nazioni si è dunque universalizzato, diventando patrimonio di tutti.

Ma qual è la definizione di Giusto? E come dargli corpo oggi in un’Europa individualista, confusa, spesso amorale e distratta? Ne hanno parlato pensatori e filosofi nell’ambito del convegno internazionale Le virtù dei Giusti e l’identità dell’Europa, che si è svolto di recente a Milano, a Palazzo Marino. Organizzato dall’Associazione per il Giardino dei Giusti del capoluogo lombardo, è stato il primo appuntamento in vista delle celebrazioni per la Giornata Europea dei Giusti (6 marzo), istituita lo scorso maggio dal Parlamento Europeo (vedi box a pag. 15) e fortemente voluta da Gabriele Nissim, scrittore, storico, ideatore e presidente di Gariwo che, grazie al proprio, testardo, impegno, è riuscito a far passare la mozione a Bruxelles. «Le figure dei Giusti sono un simbolo unificante in cui tutti possono riconoscersi. Figure di coraggio civile che, oggi come ieri, mettono a rischio la propria vita in difesa dei diritti umani, testimoni di verità, di compassione…», dichiara. «Abbiamo bisogno di una piattaforma etica su cui costruire l’identità nobile dell’Europa. Valori alti, su cui edificare l’Europa, per uscire dal localismo miope, dall’intolleranza. Ecco perché la Memoria del Bene e dei Giusti è così importante. E oggi, Milano è la città capofila in questa scommessa, la città che più si è battuta perché fosse istituita questa giornata europea».

Un percorso tutt’altro che facile, perché spesso le memorie dividono, e sono in concorrenza tra loro. Come osserva ancora Gabriele Nissim, a cui va dato il merito di svolgere un importantissimo lavoro sulla Memoria del Bene, «ciascuno ha i suoi Giusti da proporre e quegli degli altri da escludere». A Bruxelles, c’era chi non voleva che si parlasse degli armeni, altri del totalitarismo sovietico, altri ancora della Bosnia e altri ancora pensavano che si dovesse parlare solo dei Giusti della Shoah. «Eppure -spiega Nissim-, si diventa veramente europei quando si è cittadini del mondo, quando si costruisce una memoria condivisa. L’Europa non si costruisce con una memoria che guarda solo al particolare, ma con la pluralità delle memorie».

Ma come si definisce la figura del Giusto? Innanzitutto va detto che spesso il Giusto non è mai un eroe, o un guru, non è perfetto, non è una figura titanica e lontana che si innalza sugli altri: sta invece dentro le cose, va verso l’altro, verso l’aderenza.

«Nessun Giusto obbedisce alla Legge naturale. Anzi: spesso lui è oltre e al di fuori della Giustizia -riflette il filosofo Massimo Cacciari-. Non c’è nulla di naturale in un Giusto. In lui tutto è sovrannaturale. La sua non è la temperanza medievale che insegnava un concetto di equilibrio. E non è neppure l’idea di una Giustizia distributiva e tanto meno punitiva. Il Giusto non chiede mai la punizione, ma ha a che fare con l’idea del dono e del perdono. Se il Male è escludere l’altro, far sì che l’altro non sia, non esista, il Bene è invece effusivo, non isola, non esclude: è il donarsi per il donarsi, senza calcolo. Per effusività intendo il guardare l’altro: il vero peccato originale dell’Uomo è, da sempre, il non guardare, il voltare la testa dall’altra parte e rifiutarsi di vedere. Questa è la famosa banalità del Male. Il Giusto lotta contro il Male ma non facendo MAI il Male».

Indifferenza, non vedere, far finta di niente, ma anche apatia e ignoranza di chi non vuole sapere o non può sopportare l’orrore (vedi I volonterosi carnefici di Hitler di Daniel Goldhagen). O di chi si rifugia nell’omissione, una tra le colpe più gravi dell’umanità. Perché è proprio cumulando le omissioni che vengono fuori le azioni perverse. Perché è a forza di tollerare e lasciar correre che diventano possibili i grandi Mali. Non a caso i totalitarismi sono nati poco a poco, nell’indifferenza generale, fino a quando non era troppo tardi per reagire alle esplosioni di violenza.

In questa cornice, il Giusto assume una posizione determinante; quella di colui che può cambiare il corso delle cose attraverso il suo comportamento: «Il Giusto è colui che insegue un pensiero “riflettente”-spiega Nissim-, ovvero che agisce in base a un pensiero che si fa riflesso degli altri. E che obbedisce a qualcosa di inaspettato, sorprendente anche per se stesso, un impulso morale che non sospettava di avere. Ma il suo è anche un pensiero estetico, che sa scegliere: perché affrontare il mondo in maniera estetica è ciò che salva. Non si dice forse “quella è una bella persona”? Non si dice forse quella è “brutta gente”? Non esiste una bacchetta magica del Bene. Hannah Arendt diceva che ciò che conta è insegnare alle persone a pensare con la propria testa, a esercitare il proprio spazio di responsabilità e a difendere il proprio orizzonte morale. Questo è il retroterra su cui può crescere un Giusto. E la responsabilità è sempre una sfida; a volte non ci sono esempi da seguire, siamo soli con la nostra legge morale, quella voce interiore, che è lì a guidarci, sola contro tutti».

La responsabilità individuale, dunque, è una delle parole chiave, come ribadisce a sua volta la filosofa Francesca Nodari: «Penso all’idea di “responsabilità incarnata” a cui si riferiva il filosofo Emmanuel Levinas: se non rispondo di me chi risponderà per me?, si chiedeva dal campo di prigionia, durante la Seconda Guerra Mondiale. Per Levinas un Giusto è colui che si fa carico del “volto dell’Altro”, della sua “bisognosità” e fragilità. Il Giusto è colui che prende su di sé “lo spessore carnale” del mondo e che accetta di portare l’Altro sulle proprie braccia e metterlo intorno al collo».

Ed è a questo punto che entrano in gioco valori come rispetto e dignità, valori fondanti dell’universalità umana. Dice in proposito Salvatore Natoli, accademico e filosofo: «la parola chiave è: dignità. Che vuol dire libertà, universalità. Nella Bibbia c’è scritto: “ama il prossimo”. Nella tradizione talmudica, l’espressione è bella e viene chiosata in questo modo: “cerca per il tuo prossimo quello che cerchi per te stesso”. E Spinoza svilupperà chiaramente questa dimensione, tralasciando l’uso del termine solidarietà, troppo compassionevole e buonista, ma usando l’utilità. Nulla è più utile all’uomo dell’uomo stesso. Cioè concorrere per la realizzazione del bene comune». E conclude: «Il nuovo Welfare non è una distribuzione assistenziale di risorse, ma è piuttosto creare condizioni opportune perché ognuno possa valorizzare se stesso. Poiché se non si rispetta la singola persona, il rischio è che la solidarietà diventi una generosità pelosa o una forma di parassitismo legalizzato».

Marina Gersony

[giornalista tv, scrittrice e regista. Ha scritto per Il Giornale, Il Giorno, Il Tempo, Panorama, Elle, Aspenia… Tra i suoi libri, Europa Low Cost (Sperling), Ci siamo, l’immigrazione in Italia e in Europa (Sperling)].

Spiriti ribelli

Disobbedire alla logica persecutoria. Seguire la propria voce morale interiorizzata. Andare “contro” i valori condivisi dalla maggioranza, quando questi si trasformano in infamia collettiva. Ieri come oggi, i Giusti incarnano uno spirito anticonformista, una semplicità antieroica, una “giustizia fuorilegge”. Ecco l’analisi del meccanismo persecutorio nelle parole di un filosofo e studioso di pensiero ebraico.

di Stefano Levi Della Torre

In un suo racconto, Di che cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank (Einaudi), Nathan Englander, scrittore ebreo di New York, narra di una visita (immaginaria?) di una coppia di conoscenti ebrei ortodossi. Alla fine di una lunga conversazione, il discorso cade sulla domanda: «Se tu non fossi ebreo, nasconderesti un’ebrea sotto persecuzione?». La risposta dell’ebreo ortodosso lascia onestamente trasparire che forse non lo farebbe. La scena si chiude nell’imbarazzo, ma da essa traspare anche la comprensione per la difficoltà di fronte a cui potrebbe trovarsi un “Giusto” nel dover decidere che fare davanti a un’infamia.

Le difficoltà che i Giusti di cui parliamo devono affrontare sono in primo luogo i rischi per la sicurezza e per la vita stessa loro, dei loro cari, dei loro compagni ed amici. Se io faccio una scelta pericolosa di giustizia -non può fare a meno di pensare un Giusto-, con che diritto ne impongo le conseguenze a chi le subirebbe senza avere la possibilità, o l’intenzione, di condividere con me la grave o mortale responsabilità che la coscienza mi detta? Tuttavia, il Giusto incontra difficoltà magari meno dirette, ma talvolta più complesse. I Giusti proteggono o salvano chi è colpito da persecuzione che ritengono ingiusta, ed ogni persecuzione si ammanta di “valori”. I regimi persecutori hanno sempre un plauso, un seguito consolidato dalla paura, dagli interessi e dalla propaganda, promuovendo così un senso comune diffuso, che indica nel perseguitato il nemico. Perché il perseguitato è sempre nemico: e cosa c’è di più “naturale”, allora, che difendersi da un “nemico”?, contrapporsi al “male” e alla sua minaccia? Che cosa di più convincente e condivisibile?

Generalmente, la formazione demagogica del senso comune si basa su due appelli: quello al vittimismo e quello al narcisismo. Nella storia e nell’attualità, lo vediamo ad esempio nelle persecuzioni religiose: sul registro del vittimismo, il persecutore si sente vittima dell’eresia e della miscredenza che contestano e offendono la sua credenza; sul registro del narcisismo, il persecutore pretende di essere il depositario della verità. E parimenti lo vediamo nel caso limite del nazifascismo. Sul registro del vittimismo il nazifascismo diceva: abbiamo subito una pace ingiusta, umiliante o mutilata (il trattato di Versailles), e siamo minacciati dal bolscevismo e dalla plutocrazia democratico-giudaica, siamo vittime che hanno diritto al loro riscatto e la nostra aggressività non è che legittima difesa. E sul registro del narcisismo diceva: noi siamo razza superiore e, per nobiltà di sangue, l’ultimo di noi vale di più del primo degli altri. E lo stesso abbiamo visto nello stalinismo e nei suoi derivati: vittimista era la denuncia di un perenne “complotto borghese” di cui i dissidenti sarebbero stati la quinta colonna; narcisistica era l’idea para-religiosa di possedere una teoria esauriente e definitiva circa la realtà.

Vittimismo e narcisismo sono pulsioni suggestive e seducenti, perché ciascuno di noi è facilmente attratto dalla tentazione di sentirsi vittima (a torto o a ragione) per incolpare altri delle proprie difficoltà; e ciascuno di noi è attratto dalla lusinga di sentirsi parte di una collettività superiore alle altre. Gli interessi materiali (espropriare ad esempio un “nemico” a vantaggio nostro), si intrecciano così con le suggestioni della propaganda, a formare un senso comune condiviso, che crea un rapporto solidale tra massa e potere.

Non dimentichiamo che coloro che si schierano a protezione dei perseguitati si trovano a dover vincere, prima di tutto dentro di sé, questo senso comune “eccitato” dalla propaganda, dall’ideologia e dagli stereotipi che essa promuove. Uscirne e affrontarli non vuol dire solo esporsi al pericolo, vuol dire anche rompere relazioni consolidate, affetti, opportunità sociali e di lavoro. Vuol dire tradire comunque “valori” riconosciuti socialmente come tali, ed essere appunto accusati e colpiti come colludenti col nemico, traditori della patria, della tradizione, della religione, del gruppo, quando non della stirpe o della razza. Il Giusto si trova ad essere bollato come criminale, ad essere trasgressore delle leggi e dell’ordine costituito.

I regimi e le ideologie persecutorie esercitano il fascino della delega: rinunciate alla fatica di pensare e di scegliere, affidatevi a chi detiene il sapere, abbandonatevi a chi si prende la responsabilità del potere nell’attuare il grande disegno di eliminare il male e di instaurare il bene; a voi spetta di badare al vostro lavoro, alle vostre funzioni come cellule di un grande organismo che vi protegge e vi lusinga. Badate ai fatti vostri e sarete tranquilli, nell’anima e nel corpo. Questa è l’istigazione alla privatizzazione delle coscienze e degli interessi, all’idiotismo (“idiota”, in greco, designa chi si restringe al proprio “particulare” ). Non è certo un caso se i regimi totalitari, che in nome della purezza ideologica o razziale istigano i singoli al servilismo e al privatismo, sono sede fatale della più impura ed estesa corruzione. È una malattia “professionale” e congenita che logora dall’interno ogni sistema totalitario e perciò stesso persecutorio, perché non ammette dissenso e contraddizione. Le ideologie persecutorie mostrano da un lato questo ventre molle (privatismo e corruzione), dall’altro questo guscio rigido. Diceva Hannah Arendt che tale rigidità dogmatica è un’ulteriore debolezza dei sistemi ideologici, religiosi o politici fondamentalisti o totalitari, perché li espone all’incrinatura che li scalfisce e infine li rompe. I Giusti sono questa incrinatura che dà inizio allo scavo.

Ora, il Giusto è colui o colei che reagisce all’idiotismo privatistico e si appella, al contrario, a principi generali o universali che vedono nel perseguitato un proprio prossimo, prima che un nemico designato e stereotipo; è colui o colei che in nome di questi principi anima la critica al “grande disegno”, critica a cui la massa ha rinunciato per riparare il proprio privato sotto la coltre rassicurante del conformismo, coatto o accettato.

Da dove dunque i Giusti traggono le loro convinzioni e le loro energie nella solitudine minacciosa in cui si vengono a trovare? Certo dalla loro coscienza, per quel tanto che sia stata capace di autonomia dalle suggestioni del conformismo. Ma la coscienza non è un fatto puramente personale: è lo sguardo interiorizzato ma di una comunità virtuale di persone con cui abbiamo via via condiviso valori e idee morali e politiche, uno sguardo e una voce collettiva che, oggettivandoci, ci osserva, ci giudica e ci avverte di ciò che è degno e di ciò che è vergogna. Ma se si è troppo  isolati si può  vacillare, nel dubbio che la propria coscienza non sia che un’ istanza strettamente individuale, illusoria e solitaria. Che cosa possiamo fare allora per i Giusti del nostro tempo? Se non possiamo fare di più, portando un aiuto concreto, sarebbe già qualcosa che la nostra voce si unisse  a testimoniare che la coscienza del Giusto non è sola e quindi ancora più soggetta a dubitare di sé, ma può confidare nella conferma di una più vasta comunità di valori.

CHI SONO I GIUSTI

Il termine Giusto è tratto dal passo della Torà che afferma “chi salva una vita salva il mondo intero” ed è stato applicato per la prima volta in Israele in riferimento a coloro che hanno salvato gli ebrei durante la persecuzione nazista in Europa. Il concetto di Giusto è stato ripreso per ricordare i tentativi di fermare lo sterminio del popolo armeno in Turchia nel 1915 e, per estensione, a tutti coloro che nel mondo hanno cercato o cercano di impedire il crimine di genocidio, di difendere i diritti dell’uomo nelle situazioni estreme, o che si battono per salvaguardare la memoria contro i ricorrenti tentativi di negare la realtà delle persecuzioni.

La memoria del bene

Il 10 maggio 2012 il Parlamento Europeo ha approvato con 388 firme la proposta di Gariwo di istituire il 6 marzo una Giornata europea dedicata ai Giusti per tutti i genocidi. Tra i primi sostenitori e firmatari, il Parlamentare europeo, ex sindaco di Milano, Gabriele Albertini.

Nel 2003, dopo l’istituzione di un Giardino dei Giusti in alcuni luoghi-simbolo, come Yerevan, in Armenia, e la proposta per Sarajevo, Gariwo ha coinvolto il Comune di Milano nella creazione di un Giardino dei Giusti che ricordasse coloro che si sono opposti ai genocidi in ogni parte della terra e che ancora oggi si oppongono ai crimini contro l’umanità ovunque siano perpetrati. È nato così, il 24 gennaio, il primo Giardino dei Giusti di tutto il mondo proprio a Milano, al Monte Stella e nel novembre 2008 si è costituita l’associazione per la gestione del giardino, composta da Gariwo insieme al Comune di Milano e all’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.

Nel frattempo sono sorti giardini e altri spazi dedicati ai Giusti in ogni parte d’Italia, come a Genova, Palermo, Padova, Torino, Linguaglossa, Levico Terme.

Janusz Korczak, il maestro dell’ascolto

Non volle abbandonare i suoi bambini anche se, grazie alla sua notorietà, avrebbe avuto la possibilità di salvarsi. Morì con gli orfani ebrei che curava, ma la sua lezione continua a essere un esempio pedagogico e un obiettivo necessario

Sono passati settant’anni da quando il pedagogista e medico polacco Janusz Korczak morì tragicamente assieme ai bambini del suo orfanotrofio nel lager di Treblinka nel 1942. A lui si deve la teoria pedagogica, assolutamente nuova per l’epoca, basata sulla personalizzazione del metodo didattico degli insegnanti rispetto alla psicologia di ogni singolo studente.
Dedicata a lui e alle sue idee innovative -ancora oggi di grande attualità- la conferenza che si è tenuta all’Università Cattolica, l’ottobre scorso: relatori dell’incontro, patrocinato dall’Ambasciata d’Israele, l’assessore alla Cultura della Comunità ebraica di Milano, Daniele Cohen; Simonetta Polenghi, direttrice del dipartimento di Pedagogia della Cattolica; il Console di Polonia, Jerzy Adamczyck; Cesare Rivoltella, docente di Scienze della Formazione; Jadwiga Chabros, presidente dell’associazione dei Polacchi a Milano e Morena Modenini, dirigente Ufficio Scolastico della Regione Lombardia. Insieme hanno analizzato la complessa vicenda del dottor Korczak, ebreo polacco, il cui vero nome era Henri Goldsmith. «Ricorrono due importanti anniversari -ha commentato il Console Adamczyk-: il 70esimo anniversario della sua morte e il centesimo anniversario dell’apertura della Casa degli Orfani, in via Krocmal a Varsavia». La conferenza ha preceduto la proiezione del film di Andrzej Wajda Dottor Korczak, illustrando il pensiero innovativo di questo grande personaggio, ed evidenziandone l’originalità, rispetto ai suoi tempi, ma anche rispetto ai nostri.
Citando la frase del Talmud Babilonese dal Trattato di Shabbat: “Il mondo sta in piedi grazie al fiato dei bambini”, l’assessore Cohen ha sottolineato l’importanza di Korczak, «in un mondo dove i maestri sono molto pochi e lui, il maestro lo ha fatto sul serio, puntando sul dialogo fra insegnanti e studenti, in un patto siglato fra generazioni diverse di cui lui, per primo, è stato testimone».
Jadwiga Chabros ha poi parlato de Il Re Matteuccio I, il romanzo in cui Korczak ha illustrato «tutto quello che voleva fare da giovane». L’opera racconta di un sovrano bambino che all’età di sette anni viene incaricato di governare il suo regno, ma fallisce rovinosamente nel proprio intento. Questa storia, ha osservato la Chabros, contiene importanti insegnamenti: ad esempio, che non bisogna dimenticare di essere stati bambini, volendo crescere troppo in fretta; oppure che «bisogna sottolineare le responsabilità dei governanti, e che la loro lealtà e rigore garantiscono il benessere sociale della collettività».

A conferma della modernità di questo medico polacco anche l’intervento di Morena Modenini, che ha ricordato come sia fondamentale che «i ragazzi possano esprimere il loro pensiero condividendo le proprie idee con gli adulti».

Cesare Rivoltella, invece, ha approfondito il rapporto fra Korczak e i mezzi di comunicazione, mentre Simonetta Polenghi ha messo a confronto l’opera di Korczak con quella di altri celebri pedagogisti, a cominciare dallo svizzero Johann H. Pestalozzi: «L’attenzione che Korczak rivolgeva agli orfani era incredibile -ha detto-; il maestro doveva essere capace di empatia, osservando gli stati d’animo del bambino, in una ‘comunicazione non verbale’».

Infine, una brillante tesi di laurea, quella di Greta Monti, 24 anni. Visibilmente emozionata, Greta ha esposto con grande precisione il proprio lavoro: «mi sento onorata di presentare una tesi su quello che è stato l’educatore degli educatori, esempio di umanità e coerenza, entrato a far parte della mia vita». Greta ha ripercorso le tappe della vita di Korczak, in Polonia, dove ha reperito documenti inediti all’Istituto Storico ebraico di Varsavia (archivio Ringelblum), fino al lager di Treblinka, dove Korczak venne ucciso dai nazisti nel 1942 con i bambini del suo orfanotrofio. La memoria storica è parte integrante del lavoro che intende «incoraggiare il ricordo dei lager e dell’opera di Korczak nelle giovani generazioni, in modo che tutto questo non venga dimenticato. Vorrei approfondire il lavoro rintracciando i sopravvissuti dell’orfanotrofio, Itzhak Belfer, Shlomo Nadel o Mira Caspi».

Roberto Zadik

Chi era Irena Sendler

È una storia di  bontà e coraggio quella di Irena Sendler, riscoperta solo nel 1999 da alcuni studenti di un college del Kansas, e a cui è stato anche dedicato il film tv “The courageous heart of Irena Sendler” (vedi pag. 14). Nata a Varsavia nel 1910, fu un’infermiera e assistente sociale polacca, che salvò, insieme ad altri membri del movimento di Resistenza “Zegota”, circa 2.500 bambini ebrei, facendoli uscire di nascosto dal ghetto di Varsavia. Grazie a un permesso speciale per entrare nel ghetto in quanto infermiera, riuscì a portare fuori i bambini più piccoli in ambulanze o altri veicoli; altre volte, spacciandosi per un tecnico di fognature, nascose alcuni neonati in una cassa per attrezzi, o alcuni bambini più grandi in un sacco di juta. Nel retro del camion teneva anche un cane addestrato ad abbaiare quando i soldati nazisti si avvicinavano, coprendo così il pianto dei bambini. Fuori dal ghetto, la Sendler forniva ai piccoli falsi documenti con nomi cristiani, e li affidava a famiglie cristiane in campagna, o ad alcuni conventi cattolici. Nella speranza di poter un giorno riconsegnare i bambini ai loro genitori, annotò i loro veri nomi accanto a quelli falsi e seppellì gli elenchi dentro vasetti di marmellata sotto un albero in giardino. Nel 1965 fu riconosciuta dallo Yad Vashem come Giusta tra le nazioni. Nel 2007 il Senato la proclamò eroe nazionale. All’atto dell’omaggio, a cui non potè recarsi, fece avere, tramite una “bambina” da lei salvata allora, il seguente messaggio: «Ogni bambino salvato con il mio aiuto è la giustificazione della mia esistenza su questa terra, e non un titolo di gloria». Morì l’anno dopo, senza avere ottenuto il Nobel per la pace, per cui era stata proposta con il sostegno di Israele.

Giusti a Tradate

Joel Diena incontra dopo 70 anni Pietro, il figlio dei suoi salvatori

«Ero piccolo, non ricordo come i miei genitori decisero di dare protezione ai signori Diena – racconta Pietro -. Ricordo però che per noi bambini era una cosa normale: Joel veniva a scuola, giocava a pallone con tutti, “era” uno di noi, anche se tutti sapevano del pericolo a cui era esposto. Soltanto a distanza di tanti anni mi rendo conto del rischio che ha corso anche la mia famiglia. Perché lo hanno fatto? Perché i miei genitori erano persone buone, punto e basta».

Durante la guerra la famiglia Diena è stata protetta, nascosta e salvata da alcune persone che in ottobre, a Tradate, hanno ricevuto – alla memoria – da Yad Vashem il riconoscimento di Giusto delle Nazioni. Joel Diena, divenuto nel frattempo medico a Ottawa, in Canada, era presente al Liceo Marie Curie di Tradate e ha riabbracciato i suoi salvatori: Peppino Pellegatta, che oggi ha 80 anni e che a Joel insegnò a giocare a carte, ma soprattutto Pietro Lomazzi, settantaquattrenne, che per quattro anni divise la sua casa con la famiglia di Joel. Giusti delle Nazioni sono stati proclamati -alla memoria- Erminio e Ada Lomazzi, i genitori di Pietro, titolari di una locanda nella frazione di Abbiate Guazzone che fu il nascondiglio della famiglia Diena, Davide Lomazzi e Giovanna Galparoli, Carlo Galbiati e Giuseppina Lomazzi. Alla cerimonia erano presenti il rabbino capo emerito di Milano Rav Giuseppe Laras, l’ambasciatore canadese in Italia, il console israeliano, il dirigente scolastico Patrizia Neri e il sindaco di Tradate Laura Cavalotti.

«Nessuno di voi conosce un bambino ebreo?» domanda la maestra. E fu allora che in classe tutti tacquero. Era una mattina del 1944, i nazisti occupavano l’Italia, e con quel silenzio i bambini di Tradate hanno salvato dalla morte un piccolo ebreo che era in mezzo a loro, Joel Diena. Finita la guerra, Joel e la famiglia si sono trasferiti prima a Milano e poi in Canada. «Nella mia vita ho avuto cinque figli e 25 nipoti – ha detto Joel Diena nell’aula magna del liceo di Tradate -, ma io e tutti loro dobbiamo la vita alla famiglia Lomazzi». Dopo la cerimonia Joel e Pietro sono usciti dalla scuola, insieme, chiacchierando come settanta anni fa.

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