“Avevamo vent’anni e anche noi volevamo combattere”. Essere partigiani insieme agli altri

di Ilaria Ester Ramazzotti e Nathan Greppi

25 aprile: la partecipazione alla resistenza degli ebrei italiani. Clandestinità, lotta armata, sabotaggi… Quanti furono i partigiani ebrei? Tantissimi, soprattutto adulti e con la presenza numerosa di donne combattenti. Nuove ricerche oggi… Ne parlano Liliana Picciotto, Gloria Arbib, Michele Sarfatti e un pool di storici e studiosi internazionali. I resistenti ebrei apportarono al movimento di liberazione il proprio specifico bisogno di libertà, giustizia e solidarietà. Il desiderio di sentirsi uguali agli altri nella lotta

“L’ultima settimana di aprile del 1945 non vide solo alcune centinaia di poveri corpi inebetiti e abbruttiti nei campi di sterminio di Germania e di Polonia e alcune migliaia di individui rifugiati in montagna, in poveri cascinali di campagna sperduti, in conventi e ospizi, in case e sotterranei di amici e conoscenti di antica e nuova data. Essa vide anche centinaia di ebrei che, con le armi in mano, da mesi lottavano con i migliori dei loro compatrioti contro i tedeschi e i fascisti. In molti casi alcuni di questi ebrei erano stati fra i primi a scendere in campo, all’indomani dell’armistizio, contro i tedeschi, e dar vita ai primi nuclei partigiani”. Con queste parole lo storico Renzo De Felice, in Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo (Einaudi, 1961), schizza una panoramica sulla partecipazione degli ebrei italiani alla Resistenza. Un tema che svela alcune cruciali tessere del mosaico della storia ebraica in Italia. Chi e quanti erano gli ebrei che diventarono partigiani? Quali erano gli ideali che li animavano e le circostanze alla base dello loro scelta?
La studiosa Gloria Arbib – ex segretario UCEI, oggi eletta all’ultima tornata elettorale UCEI -, spiega a Bet Magazine che «la partecipazione degli ebrei italiani alla Resistenza è in percentuale numericamente importante, nonostante la pur millenaria presenza ebraica in Italia non abbia mai raggiunto grandi numeri. Una presenza che non è mai stata nascosta: la comunità ebraica, pur negli alti e bassi, è storicamente sempre stata molto attiva nella società italiana. Gli ebrei italiani parteciparono attivamente al Risorgimento, in concomitanza con la caduta dei ghetti – sottolinea. – Il ghetto di Roma cadde nel 1870, con la Breccia di Porta Pia, quando i moti risorgimentali liberarono anche Roma dal potere papale. Gli ebrei iniziarono a vivere da cittadini italiani, come tutti gli altri». Addirittura, decenni dopo, con l’instaurarsi del fascismo, alcuni ebrei della penisola scelsero di essere fascisti, a differenza di altri che erano contrari o che si opposero da subito a Mussolini. Erano italiani come gli altri. Una fase del tutto differente iniziò invece nel 1938 con le Leggi razziali.

Le leggi razziali, il vero volto del fascismo, l’entrata nella Resistenza
Nel suo saggio La partecipazione degli ebrei italiani alla Resistenza, pubblicato nel 2008 su La Rassegna Mensile di Israel, lo storico Michele Sarfatti sottolinea che: “Riguardo a questa partecipazione, occorre innanzitutto ricordare che essa fu il simbolo e il suggello del ricongiungimento degli ebrei d’Italia con la propria patria. Come il fascismo, espellendoli dall’esercito e dalla società tutta, aveva troncato nel 1938 la storia nazionale unitaria sviluppatasi col processo risorgimentale, così la Resistenza, accogliendo sin dai suoi inizi dirigenti politici e combattenti ebrei, riassegnò loro la qualifica di italiani e dette nuova vita al concetto e alla storia di patria. Questo impegno di centinaia e centinaia di ebrei italiani (e di alcune decine di ebrei stranieri in Italia) viene definito ‘partecipazione’ sia per richiamare la loro condizione di eguaglianza con i partigiani non ebrei, sia per indicare la differenza della loro situazione da quella di molti loro correligionari in altre regioni del continente”.
«I cittadini italiani ebrei furono profondamente feriti dalla scelta di Mussolini di emanare le Leggi razziali, feriti nell’onore,- evidenzia Gloria Arbib. – Fu il momento in cui, anche fra gli ebrei che non avevano compreso la natura del fascismo, per motivi di carattere sociale o intellettuale, sorse la consapevolezza della discriminazione in corso. Arrivavano anche le voci di alcuni ebrei tedeschi scappati dalla Germania, che raccontavano del nazismo. E il fatto che Mussolini fosse così vicino a Hitler, contribuì a focalizzare la consapevolezza di quanto stava accadendo».
“Dichiarati dopo l’8 settembre ’43 nemici dello Stato dai fondatori della Repubblica Sociale Italiana, braccati, non avevano molta scelta: fuggire dal Paese, arrendersi alla deportazione e allo sterminio o combattere,” leggiamo nel volume Italiani insieme agli altri. Ebrei nella Resistenza in Piemonte 1943-1945 di Gloria Arbib. “Fra le persone che abbandonarono in quei giorni le città per imboccare i sentieri verso le montagne, ci furono anche numerosi ebrei. Come ha rilevato Anna Foa [in La nostra storia di ebrei italiani, ndr], quella adesione alla Resistenza aveva forse anche il significato di riannodare il legame ininterrotto con il Risorgimento, riaffermare la propria appartenenza allo Stato italiano, contribuendo a trasformare quello Stato e a riportarlo alle sue radici ideali”.
Ancora Michele Sarfatti, sul tema delle motivazioni legate all’entrata di ebrei nelle brigate partigiane, evidenzia gli ideali politici e democratici, che andavano oltre la necessità di nascondersi. Ci furono ebrei che, seppur già in salvo in Svizzera, rientrarono in Italia per combattere. Fra questi, “Gianfranco Sarfatti, comunista, rientrato in Italia dopo aver accompagnato i genitori al sicuro, caduto in combattimento in Valle d’Aosta. […] Ecco, i resistenti ebrei apportarono al movimento di liberazione il proprio specifico bisogno di libertà, giustizia e solidarietà e le loro riflessioni su tali problemi,” rimarca lo studioso. “E questo bisogno e questa assicurazione di eguaglianza (per se stessi e per tutti) costituirono forse il motivo principale (allo stesso tempo materiale e ideale) che li spinse a prendere le armi”.

Il portale del CDEC e il progetto sulla resistenza ebraica
In ambito accademico, non mancano le iniziative per far riscoprire il contributo ebraico alla lotta contro i nazifascisti: «Il CDEC, Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, ha già avviato una ricerca scientifica sulla partecipazione degli ebrei alla Resistenza; non solo quella armata, ma anche quella civile, come ad esempio le attività delle associazioni di soccorso ebraiche, oppure quelle di singoli individui che si sono battuti per la salvezza altrui», spiega a Bet Magazine la storica Liliana Picciotto, che guida lo staff che conduce la ricerca.
«Sono inclusi nel progetto del CDEC anche ebrei italiani che durante la guerra si trovavano all’estero, e che si sono arruolati con funzioni di intelligence nei servizi segreti americani e inglesi. Per ora la ricerca gode di un importante finanziamento, da parte di tre regioni: Campania, Lazio e Toscana. Questo progetto, intitolato Resistenti ebrei d’Italia, sfocerà in un primo portale da inaugurare a breve e in un volume che verrà scritto a lavoro concluso. Con questo, il CDEC porterà a termine una trilogia, che riguardava prima gli ebrei deportati, poi quelli salvati e infine quelli resistenti. A 77 anni dalla conclusione della Seconda Guerra Mondiale, ci sembrava doveroso mettere in luce l’apporto significativo degli ebrei alla Resistenza». Tra coloro le cui storie vengono raccontate nel portale compare Enzo Sereni, esponente di spicco del sionismo italiano che, giunto a Bari dalla Palestina Mandataria, si fece paracadutare al di là delle linee nemiche e nel 1944 venne trucidato nel campo di concentramento di Dachau.

I partiti e le brigate partigiane
“Gli ebrei partecipanti alla lotta armata, operarono quasi sempre nelle formazioni partigiane; pochissimi furono quelli impegnati nelle azioni cittadine: la clandestinità imposta dalla Shoah era incompatibile con le necessità delle azioni clandestine urbane”, spiega Michele Sarfatti. “La maggior parte dei resistenti ebrei aderì al Partito d’Azione e a quello Comunista e fece quindi parte delle formazioni Giustizia e Libertà o Garibaldi”.
Gloria Arbib, nel suo lavoro di ricerca basato su interviste ai partigiani e su ricostruzioni documentali biografiche, nota che in genere “un partigiano ebreo, in montagna, si univa al gruppo che riusciva a trovare in quel momento, oppure si associava a formazioni politiche, ma c’era anche chi, per esempio nella zona di Alba, si aggregava a gruppi autonomi. C’era chi sceglieva il Partito d’Azione, chi faceva una scelta politica più ‘estrema’ e si univa alle brigate Garibaldi, ma c’era anche chi semplicemente andava dove poteva”. Il comandante partigiano torinese Giulio Bolaffi, anticomunista, rifiutava ogni caratterizzazione politica per la sua formazione attiva in Val di Susa, che solo formalmente aderì a Giustizia e Libertà.

Quanti erano gli ebrei nella Resistenza
È difficile calcolare il numero della partecipazione ebraica alla Resistenza: è stata tentata una stima che riferisce di circa duemila persone, come sostiene lo storico De Felice, mentre altri studiosi ne contano un migliaio. Michele Sarfatti, ad esempio, nel suo saggio calcola: “I certificati di ‘partigiano combattente’ rilasciati dopo la guerra, in tutta la penisola, furono oltre 233.000. Se ipotizziamo che solo due terzi dei partigiani ebrei li abbiano ricevuti, il loro numero costituisce pur sempre il 2,8 per mille del totale dei partigiani italiani, ovvero tre volte la proporzione della popolazione ebraica nella penisola. Va poi tenuto presente che altri uomini abili alla lotta dovettero impegnarsi – al fianco di tante donne – nel proteggere dagli arresti o dalla morte per stenti i loro figli, i loro anziani, i loro malati. Mille furono insomma molti, tanti. Va aggiunto che i resistenti ebrei decorati di medaglia d’oro al valor militare furono sette (Eugenio Calò, Eugenio Colorni, Eugenio Curiel, Sergio Forti, Mario Jacchia, Rita Rosani e Ildebrando Vivanti, tutti alla memoria) su poco più di seicento. Si tratta di una percentuale notevole”. Ricordiamo anche il triste primato del più giovane partigiano ucciso in combattimento: Franco Cesana, 13 anni.
«Un altro record che ebbero i partigiani ebrei fu di salire in montagna l’8 settembre ’43 per discenderne solo il 25 aprile ‘45: fecero tutti i venti mesi di Resistenza – aggiunge Gloria Arbib -. Per i non ebrei ci furono anche dei momenti per tornare a casa: uno fu il freddissimo inverno fra il 1944 e il 1945, quando speravano di vincere, che la guerra finisse, quando invece il feldmaresciallo inglese Harold Alexander disse nel suo proclama di pazientare e di ritornare a casa per l’inverno. Ma gli ebrei, che erano nascosti, a casa non potevano tornare».
“I caduti furono quasi cento,- scrive Michele Sarfatti, – in maggioranza uccisi in combattimento o poco dopo l’arresto (come le triestine Silvia Elfer e Rita Rosani), ma anche nei campi dove erano stati deportati per motivi politici o perché riconosciuti come ebrei dopo l’arresto (come la torinese Vanda Maestro, arrestata assieme a Primo Levi)”. Altri ancora sono morti per le torture subite dopo essere finiti in carcere (come il torinese Emanuele Artom, che fu tra i capi delle Brigate Garibaldi nella Val Pellice e venne catturato il 25 marzo 1944 assieme ad un altro partigiano ebreo, Ruggero Levi). Tra i resistenti ebrei vi fu, rispetto all’insieme del movimento partigiano, una maggiore presenza delle classi di età meno giovani e un minore numero di donne combattenti; il primo dato segnala ancora una volta la radicalità del contributo ebraico, il secondo testimonia che sulle donne gravava maggiormente la sopravvivenza delle famiglie braccate e che proprio la loro condizione di clandestine impediva di impegnarsi nell’attività di ‘staffetta’”. Ma nonostante gli ulteriori impedimenti, ci furono resistenti ebree che svolsero svariati compiti e attività di collegamento. Luisa Levi, di famiglia antifascista, sorella di Carlo Levi e nipote di Claudio Treves, nel 1943 si rifugiò nel biellese a casa di un partigiano. Medico di professione, organizzò corsi di pronto soccorso per staffette e operò in un ambulatorio clandestino a Donato Biellese. Collegata alla 76° brigata Garibaldi, fece da staffetta fra Ivrea, Biella e Donato. Le donne, come spiega Gloria Arbib, davano meno nell’occhio nei loro spostamenti, a differenza degli uomini che per legge dovevano arruolarsi. Un’altra partigiana e staffetta garibaldina in Piemonte fu Luisa Diena, di formazione antifascista come i suoi fratelli Giorgio e Franco.

Forme di resistenza civile
Non ci fu soltanto la Resistenza armata, nemmeno fra gli ebrei. «C’è la bellissima testimonianza di Primo Levi che racconta della sua famiglia di tradizione ebraica, ma laica, che, dopo la proclamazione delle Leggi razziali si ritrovava con altre nei locali della comunità ebraica a Torino per poter discutere e parlare di politica, attraverso un linguaggio allusivo, consapevoli che in quelle riunioni c’era sempre qualcuno mandato dalla prefettura ad ascoltare,- ci riferisce ancora Gloria Arbib. – Si parlava allora della storia di Ester o di un brano della Torah, cercando di rendere attuale quello di cui si discuteva. Così, lo stesso Primo Levi ci racconta di questa consapevolezza che cresceva giorno dopo giorno e di come, parallelamente, crescevano anche le iniziative di azione. Ci riferisce ad esempio di un gruppo di giovani universitari con cui andava a staccare i manifesti contro gli ebrei affissi nella piazza centrale di Torino. Non di notte, ma di giorno, di fronte alla gente, con una forma di coraggio che è anche questa una forma di resistenza». E nel periodo 1943 – 1945, accanto alla lotta con le armi, partigiani e partigiane ebree svolsero ruoli di resistenza non armata. Da chi prestava assistenza, alle staffette che trasportavano volantini o documenti. Senza dimenticare che, dal lato politico, le donne erano ugualmente sensibili agli uomini. Se alcune erano staffette, altre erano combattenti.
Riportiamo ancora dalla ricerca di Gloria Arbib la storia di Ada Della Torre, di Alessandria, che maturò la sua coscienza politica a Milano. Nel ’44 conobbe Ada Gobetti e grazie a lei entrò a far parte dei Gruppi di Difesa della Donna. Iniziò a collaborare come staffetta con le formazioni partigiane biellesi con funzione di collegamento fra Ivrea, Torino e Milano. Per tutto il periodo della Resistenza visse a Torrazzo; gli abitanti sapevano che era ebrea, ma nessuna la denunciò mai. Sapevano anche che collaborava con i partigiani.
Scrive ancora Michele Sarfatti che alcuni ebrei “si impegnarono anche nel salvataggio e nell’assistenza degli altri ebrei. Resistenti attivi, pur se disarmati, furono inoltre coloro che si dedicarono unicamente a quest’ultima azione. Tra essi vi erano vari attivisti della Delegazione per l’assistenza agli emigranti – Delasem (diretta a Genova da Lelio Vittorio Valobra e poi da Massimo Teglio e animata a Roma da Settimio Sorani), nonché alcuni rabbini (come Nathan Cassuto e Riccardo Pacifici, poi arrestati e morti nella deportazione). La rete della Delasem, sostenuta dall’indispensabile apporto di vari non ebrei, compresi alti esponenti cattolici, riuscì a garantire un certo afflusso di fondi dalla Svizzera e una loro distribuzione in varie località per l’acquisto di documenti falsi, generi alimentari, medicine, vestiario di lana, legna per il fuoco ecc. Tale opera permise la sopravvivenza e la permanenza in clandestinità di alcune migliaia di braccati, in particolare ebrei stranieri ed ebrei italiani poveri o totalmente soli”.

Fra i partigiani in montagna
«Quando ho intervistato dei partigiani ebrei sopravvissuti, ho chiesto se nelle bande in montagna si sentisse una differenza nell’essere ebreo piuttosto che cattolico, – aggiunge Gloria Arbib. – Un militante molto politicizzato delle brigate Garibaldi mi ha risposto che nei gruppi partigiani in montagna la sola differenza che si sentiva poteva essere quella sociale, essere un borghese o un operaio, ma non un ebreo o un cattolico, perché in quella situazione si era tutti in pericolo». Dei combattenti ebrei nelle brigate in montagna, «poco o nulla sappiamo intorno alla loro religiosità e ai mille problemi che i più osservanti di essi dovettero affrontare sulle montagne,- riferisce a riguardo Michele Sarfatti, – anche se occorre dire che la maggioranza degli ebrei italiani seguiva relativamente poco le norme alimentari e altre regole di vita dettate dall’ebraismo».
Osservanti o meno, ebrei secondo i canoni dell’ortodossia religiosa oppure no, le vicende di questi partigiani e partigiane non sono sempre risapute e approfondite. «Sarebbe invece giusto che la storia degli ebrei che hanno partecipato alla Resistenza fosse conosciuta,- conclude Gloria Arbib. – Gli ebrei hanno subito una orrenda storia durante la Seconda guerra mondiale, ma c’era anche chi ha provato ad agire in modo attivo. Della non numerosa comunità ebraica italiana ha comunque partecipato un’alta percentuale, in vari modi. Sono storie che vanno raccontate. Niente è dato per scontato: la democrazia non è scontata ed è importante sapere».

La rappresentazione culturale
e lo stereotipo della ‘passività ebraica’
Come ha spiegato lo storico Alessandro Matta in un saggio apparso nel 2021 sulla rivista Free Ebrei, nel secondo dopoguerra incomincia a diffondersi nel cinema, e in quello italiano in particolar modo, lo stereotipo della “passività ebraica”, per cui gli ebrei si sarebbero lasciati eliminare senza reagire. Non mancano tuttavia delle eccezioni: una è rappresentata dal film di Carlo Lizzani L’Oro di Roma del 1960, dove vi è il personaggio di Davide che, anziché cedere alla richiesta di consegnare 50 chili d’oro ai nazisti, usa quell’oro per organizzare fughe e allestire nascondigli per la comunità ebraica. Davide sceglierà inoltre di unirsi al movimento partigiano poche ore prima della retata nazista contro gli ebrei della capitale.
Un altro film, di produzione inglese, che ricorda la partecipazione ebraica alla Resistenza in Italia, è La Guerra segreta di Suor Katryn, uscito anch’esso nel 1960 e diretto da Ralph Thomas. Qui, una suora che gestisce un convento toscano negli anni di Salò organizza per i bambini ebrei che ha nascosto nella struttura una cerimonia per lo Yom Kippur, alla presenza di un rabbino che viene arruolato tra i partigiani.
Il problema è che spesso si vuole vedere gli ebrei solo come vittime, che subirono passivamente ciò a cui andavano incontro senza reagire; Daniele Susini, storico della Shoah e autore del saggio La resistenza ebraica in Europa (Donzelli, 2021), in un articolo pubblicato a gennaio sul quotidiano Domani affermava che: “La resistenza degli ebrei durante la Shoah, per certi aspetti è un tema eretico, perché va contro il paradigma vittimale a cui ancora oggi sottoponiamo gli ebrei e che ci permette di autoassolverci dalle responsabilità che abbiamo nei confronti di quest’evento. Tale modello è arrivato a noi quasi indenne grazie a quello che è stato definito come il ‘mito della passività ebraica’”.
Riprendendo le tesi dello storico israeliano Yehuda Bauer, Susini spiegava che “Il concetto di Resistenza, in una condizione come quella della Shoah, che prevedeva non solo la morte di ogni singolo ebreo ma anche la cancellazione di ogni forma di religione e di cultura ebraica, non poteva essere relegato negli angusti confini della Resistenza armata, ma doveva dunque comprendere un più variegato e dinamico spettro di comportamenti civili o spirituali”.

 

 

Israele Bemporad e altri partigiani, liberazione di Pistoia, autunno 1944. Press Association Inc., Archivio Fondazione CDEC.

 

Resistenti Ebrei d’Italia: pubblicazione del portale online
In occasione del 25 aprile 2022, anniversario della Liberazione d’Italia, la Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea presenta una nuova ricerca sul contributo degli ebrei d’Italia alla Resistenza 1943-1945.
Un portale online permetterà di consultare dati relativi al lavoro di ricerca svolto da Liliana Picciotto, responsabile per la ricerca storica della Fondazione CDEC, con il supporto di un gruppo di ricercatori e documentalisti. La prima parte del progetto riguarda il centro Italia e nello specifico le regioni di Campania, Lazio e Toscana; in
futuro la ricerca ha l’obiettivo di completare il quadro di indagine con l’aggiunta delle altre regioni soggette, durante il biennio 1943-1945, all’occupazione tedesca e alla
Repubblica Sociale Italiana.
La ricerca sul contributo ebraico alla Resistenza riprende uno dei primi progetti avviati dal Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea che ne ha caratterizzato l’attività fin dalle origini (1955) e che in tutti questi anni, pur non essendo mai stato portato a termine, ha costituito uno dei principali nuclei del patrimonio di documenti della Fondazione. Lo studio è stato condotto principalmente presso l’Archivio della Fondazione CDEC e presso l’Archivio Centrale dello Stato.
Il portale online permetterà di consultare un database con oltre duecentoquaranta profili inclusivi di nome, dati anagrafici e vicende resistenziali di cittadini ebrei con le
relative fonti di riferimento. Inoltre, una mostra digitale permetterà di approfondire dieci biografie di uomini e donne la cui vicenda è stata individuata come paradigmatica per coraggio e spirito di ribellione. Fotografie, documenti e podcast originali ne racconteranno le storie eccezionali.
Il progetto intende mettere a disposizione di tutti una preziosa fonte per la storia del periodo 1943-1945, ma anche di illustrare il ruolo non secondario del gruppo
ebraico, pur così minoritario, socialmente marginalizzato e poi perseguitato, nella ricostruzione dell’Italia democratica.
Resistenti Ebrei d’Italia
Online dal 25 Aprile 2022

 

 

Storie milanesi di antifascisti e di partigiani ebrei

Riportiamo qui, insieme a Roberto Cenati, presidente della sezione di Milano dell’Anpi, Associazione Nazionale Partigiani Italiani, alcune figure emblematiche di antifascisti e di partigiani ebrei protagonisti della Resistenza nel capoluogo lombardo. “Una cosa non sempre conosciuta è che la Liberazione definitiva di Milano venne completata all’alba del 26 aprile ’45, quando una colonna della Guardia Finanza si mosse dalla caserma ‘Cinque Giornate’ di via Melchiorre Gioia e occupò la prefettura – spiega Cenati -. Fu Leo Valiani, che era fra i componenti del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, a mettersi in contatto la sera del 25 aprile ’45 con il colonnello Malgeri per dargli l’ordine di completare l’insurrezione milanese”. Leo Valiani, nato a Fiume con il cognome ungherese ‘Weiczen’, poi italianizzato, insieme a Luigi Longo, Sandro Pertini e Emilio Sereni sottoscrisse oltre all’ordine di insurrezione anche il comunicato dell’avvenuta esecuzione di Benito Mussolini.

Fra le altre figure di riferimento, prosegue Cenati, ricordiamo Eugenio Curiel, “che insieme a padre Davide Turoldo e padre Camillo De Piaz dette vita al Fronte della Gioventù per l’indipendenza nazionale e per la libertà, la più estesa organizzazione dei giovani impegnati nella lotta di liberazione in Italia, costituita a Milano nel gennaio 1944”. Nato a Trieste in una famiglia ebraica, era professore universitario e nel ’38 venne espulso dall’insegnamento. Entrò nella Resistenza nel ’43 a Milano, dopo essere stato al confino perché antifascista e comunista, come accadde a Leo Valiani. Fu ucciso dai fascisti in un agguato in piazzale Baracca due mesi prima della Liberazione. In piazza della Conciliazione 4, sempre a Milano, oggi lo commemora una lapide. Ricevette alla memoria la Medaglia d’oro al valore militare. “Fra i primi antifascisti, c’era anche Carlo Rosselli, che aveva fondato insieme a Pietro Nenni la rivista Quarto Stato nel 1926 a Milano”. Teorico del socialismo liberale, fu il fondatore del movimento Giustizia e Libertà, legate storicamente al partito d’Azione che formò le brigate partigiane Giustizia e Libertà. Rosselli fu assassinato insieme al fratello Nello nel ’29. Provenivano per via materna da una famiglia ebraica veneziana di patrioti risorgimentali. Con Carlo Rosselli, per la stesura degli omonimi quaderni pubblicati a Parigi, collaborò il torinese Vittorio Foa, antifascista e poi partigiano in stretto rapporto con Leo Valiani. Foa partecipò a Milano a riunioni con Leone Ginzburg, Franco Venturi e Altiero Spinelli.
Del movimento Giustizia e Libertà aveva fatto parte anche Eugenio Colorni, che nel ’38 fu arrestato a Trieste in quanto ebreo anti-fascista e mandato al confino. A Roma svolse poi un’intensa attività nella Resistenza e nel partito Socialista. Nato a Milano da una famiglia ebraica mantovana, fu uno dei promotori del Manifesto di Ventotene insieme ad Altiero Spinelli, con cui nel ‘43 fondò il movimento Federalista europeo. “La fondazione avvenne a Milano in via Poerio 37, nell’abitazione di Rita e Alberto Rollier, – evidenzia Roberto Cenati -, dove oggi c’è una lapide che ricorda questi fatti”. Colorni morì a Roma nel 1944, pochi giorni prima della liberazione della capitale, dove arrivò ferito dai colpi dei militi fasciati della banda Koch che gli spararono a Livorno. È sepolto a Milano al Monumentale. Nel 1946 gli fu conferita la medaglia d’oro al valor militare, alla memoria.

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