Addio a Peter Brook, il visionario ribelle che “reinventò” il teatro

di Roberto Zadik

Versatile sperimentalista, il grande Peter Brook passò da Shakespeare al misticismo induista con il suo “Mahabharata” segnando una svolta nella cultura del Novecento

 

Cala il sipario, si spengono le luci e il mondo del teatro perde uno dei suoi “fari” più luminosi e scintillanti, Peter Brook, definito da molti “il miglior regista teatrale vivente”. Sabato 2 luglio è scomparso a 97 anni un gigante, un punto di riferimento del teatro contemporaneo, internazionalmente apprezzato e riconosciuto, attivo e dinamico fino all’ultimo.

Molto intenso il commento della direttrice del Teatro Franco Parenti Andreè Ruth Shammah: “Ho sempre usato il nome Brook per parlare di teatro ebraico. Trovo particolarmente ebraico il suo desiderio di trasmettere e comunicare messaggi, di essere portatore di valori. È sempre stato un autore multiculturale e interdisciplinare che a differenza di autori come Strehler o Visconti non era interessato a rappresentare la realtà fine a se stessa ma voleva trasmettere qualcosa di più anche se non ha mai fatto riferimento all’ebraismo nelle sue opere. Una volta durante uno stage gli ho chiesto se il suo fosse un teatro ebraico ma lui non ha risposto e ha sorriso”.

Quando aveva solamente 17 anni esordì nel mondo del palcoscenico. Prevedibilmente alla notizia della sua scomparsa, diramata dal sito di Le Monde, scrosci di omaggi hanno invaso il web. Ma quali sono state le peculiarità di questo autore, ebreo londinese di origine lettone, nato da una famiglia di scienziati e dedicatosi quasi tutta la sua vita alla ricerca teatrale e culturale?

Su di lui si potrebbe scrivere un poema epico più che un semplice e doveroso omaggio e, forse, non basterebbe. Come sottolinea un intenso omaggio del Times of Israel, uscito domenica 3 luglio e firmato dalla giornalista Fiachra Gibbons, egli è stato “un gigante mistico”, un personaggio carismatico ed eclettico dentro e fuori dal palco, un autore spiazzante, sofisticato e originale. Esplosivo sul palco e molto riservato sulla sua vita privata, Brook non si espresse mai sulla propria identità ebraica. Ma che tipo di ebreo era questo brillante ribelle che rivoluzionò il teatro internazionale? Uno dei pochi articoli che nel profluvio di omaggi si è occupato di questo argomento è stato proprio quello apparso sulla versione francese di Le Monde, il giorno della sua scomparsa.

Nato da genitori ebrei fuggiti dalle persecuzioni dell’Impero Russo, secondo il testo firmato da Fabien Darge, il suo vero cognome era Bryck poi trascritto dall’amministrazione francese in Brouck e diventato Brook all’arrivo dei parenti nel Regno Unito. In tema di curiosità biografiche,  suo padre Simon era impegnato politicamente e militava nel partito dei menscevichi e la famiglia era profondamente imperniata di cultura russa anche se Brook confidò alla stampa quando veniva interpellato sulla propria identità ebraica, di non “sentire alcun reale legame con le proprie origini” mentre fu sempre molto legato alle sue radici russe, studiando ad Oxford Letteratura Russa mentre si appassionava sempre di più al cinema e poi al teatro.

Un personaggio sicuramente molto complesso e dalla storia famigliare traumatica, studente insofferente alla rigida educazione scolastica inglese dell’epoca che riversò nell’arte le proprie inquietudini più intime. La sua spiccata sensibilità ed enorme versatilità gli permetteva di passare da drammi shakespeariani, come le sue versioni del Re Lear e del Tito Andronico, con due star d’eccezione come Lawrence Olivier e Vivian Leigh, celebre protagonista del kolossal Via col Vento, a coraggiosi ed inediti esperimenti, con incursioni nella mistica delle religioni orientali e dell’Induismo; notevole il suo monumentale dramma del 1985 Il Mahabharata della durata ciclopica di nove ore.

Si addentrò anche nella mistica islamica Sufi con uno dei suoi ultimi drammi come Tierno Bokar, ispirato alle vicende del mistico maliano omonimo. Ingegno multiforme dalla cultura e dalla fantasia sconfinata, tenace e visionario, Brook si gettò a capofitto nel teatro e a soli 21 anni diresse opere impegnative come il dramma shakespeariano Pene d’amor perduto per poi mettere in scena il Dr. Faustus, firmato da un autore controverso e decisamente antisemita come Christopher Marlowe, attirando subito l’attenzione dei critici e del pubblico. Come evidenzia il Times of Israel, il suo impatto come regista è paragonabile alla carica innovativa del russo Konstantin Stanislavsky che fu l’inventore del famoso “metodo Stanislavsky” e fautore della totale immedesimazione dell’attore nel suo personaggio.

Oscillando dal rigore delle ambientazioni shakespeariane a opere rivoluzionarie e anticonformiste, egli lavorò con i migliori attori teatrali britannici. Fra questi, John Gielgud, il già citato Olivier, Glenda Jackson ed Helen Mirren che, ipnotizzata da Brook, lasciò la sua promettente carriera per unirsi alla sua compagnia sperimentale ispirata dalla sua rappresentazione del Sogno di Notte di Mezza estate. In tema di ricercatezza e raffinatezza, Brook sfornò una serie di rappresentazioni in cui la parola e il testo dominavano uno scenario spoglio e quasi privo di qualunque ambientazione scenografica.

Un talento prodigioso e precoce che a 37 anni, diventò regista della Royal Shakespeare Company e che “cittadino del mondo” e sempre in cerca di novità, nei primi anni ’70, decise di lasciare la “sua” Londra per trasferirsi a Parigi, fondando nella sua nuova patria l’International Centre for the Theatre Research (Centro internazionale per la Ricerca teatrale) nei locali di una sala di concerti dismessa. La sua carica innovativa e visionaria raggiunse il suo apice fra gli anni ’60 ed il decennio successivo quando, nel 1968, scrisse il dirompente saggio Lo spazio vuoto, raccolta di conferenze che egli tenne in varie università britanniche e in cui enunciò il suo punto di vista sul teatro e una serie di considerazioni artistiche e filosofiche di alto livello. Indimenticabile l’incipit “un uomo cammina attraverso uno spazio vuoto mentre qualcun altro lo guarda e questo è l’inizio di un atto teatrale” che divenne il manifesto per un’intera generazione di attori e registi.

L’arte e il talento di Brook attraversarono i palchi internazionali, da Londra, a Broadway a Parigi, tornando in patria trionfante nel 1997, dopo più di vent’anni di assenza, con l’adattamento di Giorni felici, opera complessa del drammaturgo esistenzialista irlandese Samuel Beckett. Sposato con l’attrice Natasha Parry di origini greco-russe e padre di due figli, i critici lo definirono “il migliore regista che Londra abbia mai avuto”. Ispirato dal Teatro della Crudeltà del drammaturgo francese Antonin Artaud e dal cinico realismo di Bertold Brecht, Brook fu una forza creativa inarrestabile. Perfino negli ultimi anni, quando 92enne nel 2010 mise in scena il dramma La prigioniera, che racconta la storia vera del suo viaggio spirituale in Afghanistan prima dell’invasione Sovietica. Ricordato dal Times of Israel come un personaggio cordiale, cerebrale e magnetico, la scomparsa della moglie nel 2015 lo sconvolse ma egli continuò a lavorare affermando su The Guardian “La disperazione è il mio ultimo pensiero”.

 

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