Primo Levi e il sionismo: una lezione per tutti

Opinioni

di Ester Moscati

La parola con la S: un tabù del nostro tempo. Siamo nel 1975. L’Onu dichiara che il sionismo è uguale al razzismo e Levi così risponde a chi gliene chiede conto: «L’equiparazione non può che riempirmi d’indignazione. Affermazione antistorica e assurda». Parole sempre attuali

Ci stiamo abituando al fatto che in vari contesti, dalle scuole alla politica, dalle piazze ai social, la parola «sionismo» sia diventata sinonimo di razzismo e incarnazione del male assoluto. È ormai talmente diffuso e pervasivo che sembra inutile reagire e puntualizzare. E invece no: ogniqualvolta ci si imbatte in questo (ab)uso di un termine che ha tutt’altra storia e significato, occorre reagire. Perché – a parte gli assoluti ignoranti – chi lo distorce lo fa con un preciso scopo: armare l’odio contro Israele e gli ebrei. Il presidente Giorgio Napolitano, in un memorabile discorso per il Giorno della Memoria 2007 al Quirinale, affermò con nettezza il rifiuto di ogni forma di antisemitismo, «anche quando esso si travesta da antisionismo, che è la negazione del diritto all’esistenza e alla sicurezza dello Stato d’Israele».

La lettera di Primo Levi, pubblicata nel volume Mi interessa la gente perché ne faccio parte, Einaudi.

Ma come nasce la presa di posizione di Primo Levi? Il 10 novembre 1975, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite aveva approvato la Risoluzione 3379, che definiva il sionismo come «una forma di razzismo e di discriminazione razziale». Un vergognoso cedimento alla campagna d’odio di molti Paesi arabi e «non allineati», come si diceva allora (la risoluzione verrà abrogata solo nel 1991, nel quadro del processo di pace e degli Accordi di Madrid). Il 3 gennaio 1976, Primo Levi risponde a una lettera del preside del «suo» liceo D’Azeglio, il prof. Ventura, che lo ha interpellato sul tema con una lettera dell’11 dicembre. «In altri tempi – scrive Levi – ho sperimentato di persona che cosa sia il razzismo, e l’equiparazione che oggi se ne fa col sionismo non può che riempirmi d’indignazione, come ogni persona non prevenuta. Si tratta di una falsità patente, già fino nella sua terminologia, poiché il sionismo è un movimento storico ormai quasi secolare (e che, sia detto per inciso, nel 1948 ha ricevuto un solenne avallo da quegli stessi governi sedicenti socialisti che oggi lo vilipendono), mentre il razzismo è un’ideologia pseudoscientifica aberrante. Non si vede allora perché non qualificare razzisti tutti gli altri movimenti di liberazione nazionale (…)».

Primo Levi afferma di non essere sionista, nel senso che si usava negli anni Settanta: infatti, molti ritenevano allora che solo chi decideva di compiere l’aliyà in Israele potesse definirsi sionista. Però, spiega, «ognuno sa che il sionismo ha preceduto Israele, che è stato mosso fin dai suoi inizi da principi ugualitari e libertari, e che ha acquistato vigore proprio come movimento di salvataggio degli ebrei oppressi dall’assolutismo zarista prima, e dalla barbarie nazista poi. Vorrei ricordare infine che proprio nei Paesi del blocco orientale e nei Paesi arabi gli ebrei sono sottoposti ad un regime di discriminazione assai più grave di quello a cui sottostanno gli arabi residenti in Israele, benché Israele sia tuttora in guerra con molti Paesi arabi. In conclusione: questa affermazione antistorica ed assurda non è che una mossa della spregiudicata politica estera dell’Unione Sovietica, tesa a mantenere e rafforzare le sue posizioni nel Medio Oriente e sulle coste Mediterranee».

Oggi sembra che quel contesto, che aveva generato la risoluzione Onu del 1975, si stia in qualche modo riproponendo. Non più i blocchi contrapposti della Guerra fredda, ma un anti-occidentalismo diffuso che vede in Israele (e negli ebrei) un nemico da abbattere, perché incarna i valori democratici che molti vedono ormai incompatibili con quello che in Francia chiamano islamo-gauchisme, la saldatura ideologica tra settori della sinistra radicale e l’islamismo.

Che fare? Possiamo solo continuare a ribadire la verità, prendendo magari ad esempio le parole dell’ultimo segretario del Pci, Achille Occhetto, che in una lectio all’Università di Tel Aviv, nel 1991, pronunciò parole chiare e nette: «Il sionismo è il movimento di liberazione sociale e nazionale del popolo ebraico e affonda le sue radici nella storia e nei valori del movimento operaio».