Molinari (La Stampa): «Il Medio Oriente è in fiamme. E niente sarà più come prima»

di Ilaria Myr

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Da sinistra Maurizio Molinari, direttore de la Stampa, Fiona Diwan, direttore di Bollettino Magazine e Mosaico, e Rav Roberto Della Rocca, direttore Progetto Kesher

«Se oggi guardassimo la cartina del Medio Oriente che studiavamo a scuola, riconosceremmo molto poco di questa regione. Sei Stati ormai non esistono più, e altri sono seriamente minacciati dai conflitti, che sembrano essere tornati a logiche tribali. Le uniche zone stabili? Gli Stati degli emirati arabi e Israele, lo Stato della tribù degli ebrei». Così Maurizio Molinari, da un anno direttore del quotidiano La Stampa, in passato corrispondente per il quotidiano torinese da Bruxelles, New York, Gerusalemme e Ramallah (l’unico nella stampa italiana a lavorare dalla città palestinese), ha parlato della situazione del Medio Oriente oggi, durante un incontro organizzato da Kesher il 15 novembre alla Scuola ebraica intitolato “Il mondo arabo tra caos e ricostruzione”. Un appuntamento estremamente interessante, in cui Molinari, sollecitato dal direttore di Bollettino Magazine e Mosaico, ha regalato ai numerosi presenti numerosi spunti di riflessione sulla delicata questione mediorientale.

 

Il ritorno al potere delle tribù
«Una premessa doverosa. Oggi assistiamo alla dissoluzione degli stati nazionali, nati in seguito agli accordi di Sykes Picot e poi della decolonizzazione. Questi sono stati governati per 100 anni in gran parte da elites, che guardavano solo ai propri interessi, suscitando molto malcontento nel popolo e portando a una serie di rivoluzioni, che dal 2011 a oggi hanno avuto successo.

Il risultato è che oggi la mappa del Medio Oriente è totalmente cambiata: sei Stati (Iraq, Libia, Siria, Yemen, Somalia, Libano) non esistono più, nel senso che non hanno più un governo o delle forze di sicurezza in grado di imporre la legittimità sul territorio. Ma questo processo di “implosione” minaccia anche gli altri più solidi (Algeria, Tunisia) e soprattutto contagia i tre grandi Stati regionali: il primo è l’Egitto, che ormai non controlla più tutta la penisola del Sinai o alcuni quartieri del Cairo e che è sempre di più aggredito da più gruppi di jihadisti. C’è poi l’Arabia Saudita, che confina al sud con lo Yemen, in piena guerra civile. E poi la Turchia, le cui zone meridionali vivono in un’instabilità endemica, e in cui il governo di Erdogan reprime brutalmente le guerre interne.

Il risultato di questa decomposizione degli stati nazionali è la riaffermazione delle entità pre-esistenti a essi: le moschee, le milizie, e le tribù. In particolare, nel mondo sunnita, che rappresenta l’80% della popolazione di questi Stati, è in atto una resurrezione del potere della tribù, l’entità che da sempre domina sul territorio per le risorse. In Iraq il conflitto fra sciiti e sunniti vede oggi vincere i primi, mentre fra i secondi è in atto un processo di disgregazione che apre le porte a Daesh, Stato islamico sunnita, contro il nemico sciita. Lo stesso succede in Siria orientale, dove la maggioranza  sunnita si sente minacciata dagli halawiti che avanzano sulla costa. Questo spiega perché è difficile sconfiggere Daesh: se lo si schiacciasse con un’offensiva  occidentale, esso non sarebbe più un alleato contro i nemici dei sunniti. E così la guerra continua.
Dal canto loro gli sciiti – primo fra tutti l’Iran – hanno al proprio interno una gerarchia che dà loro stabilità, che manca invece ai sunniti. E poi ci sono i curdi, oggi accomunati dalla volontà di creare un’entità comune, ma considerati una minaccia da tutti gli altri soggetti, che contro di loro creano alleanze altrimenti impensabili.
In questo complesso quadro, le uniche aree stabili sono gli emirati del golfo – Qatar, Dubai, Kuwait ed Emirati Arabi – perché la maggior parte della popolazione appartiene a una sola tribù, gli Al Saban. E poi c’è Israele, lo Stato della tribù degli ebrei.
Chi in questo quadro può prendere il controllo del timone? Nel mondo sunnita l’unico è il vicepremier e sceicco degli Emirati Mohammed bin Rashid al-Maktoum: un uomo estremamente ricco – a lui si deve la creazione di Dubai – e illuminato, ma anche spietato e sanguinario, che non esita a dichiarare “I will kill them all” riferendosi ai sciiti, nemici giurati. È lui che ha piegato il Qatar quando sosteneva i Fratelli musulmani, minacciandolo di espulsione dal Consiglio di Cooperazione del Golfo».

Israele e i rapporti con i palestinesi
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Fino a oggi la politica del governo israeliano è stata quella di sostenere i governi sunniti in difficoltà: questo ha portato a nuovi rapporti più o meno espliciti con diversi Stati dell’area – il Qatar, il Bahrein, il Kuwait, gli Emirati, l’Oman, l’Arabia Saudita – in ambito politico ed economico. Inoltre, all’indebolimento della presenza americana in Medio Oriente è coinciso il rafforzamento della Russia, che punta ad avere come alleati i Paesi scontenti degli Stati Uniti. Se a gennaio il coro dell’armata rossa ha in programma 100 concerti in Israele è perché lo Stato ebraico – considerato uno Stato russofono in virtù dei suoi oltre 2 milioni di cittadini russi – è diventato per la Russia un elemento strategico.
Di fronte a una minaccia concreta di attacchi, Israele prima di tutto lavora sul piano  della difesa fisica, attraverso la costruzione di recinzioni ai confini. Poi mette in atto un minuzioso lavoro di intelligence su quello che avviene nella fascia di territorio a ridosso del confine: ciò significa, ad esempio, conoscere i personaggi influenti e avere dei contatti diretti con loro. “Li chiamiamo al telefono”, mi disse un giorno un ufficiale israeliano quando gli chiesi come dissuadevano i nemici ai confini. E infine, ultimo elemento della cosiddetta “strategia del castello” – come l’aveva definita Yaakov Amidror, ex consigliere per la sicurezza nazionale di Benjamin Netanyahu ed ex generale dell’Intelligence militare – l’eliminazione fisica dell’avversario, per prevenire minacce dirette.
Per quanto riguarda i palestinesi, essi stessi sono divisi in tribù e questo spiega perché non siano ancora arrivati a sviluppare un’entità nazionale. Allo stesso tempo, però, la loro volontà di avere uno Stato è in netta contraddizione con i principi dello Stato Islamico, che invece è contro ogni forma nazionale. Per questo Daesh ha difficoltà a penetrare all’interno della società palestinese, mentre sta facendo breccia fra gli arabi israeliani, beduini del Negev o contadini della Galilea, che hanno invece un’identità più debole».

Una pace possibile?
«Sul tavolo delle trattative politiche c’è l’iniziativa della Lega araba, che in cambio della riappacificazione con tutti i paesi arabi chiede il ritiro dai territori conquistati nel 1967, e che ha ottenuto un primo accordo verbale di Netanyahu in cambio di alcune correzioni. Ma il terreno su cui si giocherà il dialogo fra Israele e palestinesi è il futuro di Gerusalemme: ora che la Spianata delle Moschee non è sotto la giurisdizione di alcun Stato, c’è lo spazio per l’Arabia Saudita per inserirsi in questo scenario. Sul fronte civile, invece, come disse il presidente Rivlin in un’intervista che gli feci qualche giorno prima dell’incontro con il presidente italiano Mattarella, la coesistenza può avvenire solo nella cornice di una confederazione, in cui le diverse entità convivono con le proprie specificità. Nei due anni che sono stato a Ramallah i palestinesi che incontravo non mi dicevano “voglio uccidere tutti gli israeliani”, ma “vorrei i confini aperti per andare in spiaggia a Tel Aviv”».

L’effetto Trump sul Medio Oriente
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È un grave errore considerare Trump come un ritorno alla politica di George W. Bush, perché è una figura totalmente nuova nella politica americana: la sua leadership è prevalente sull’organizzazione politica, è lui il leader scelto dalla “tribù bianca” americana. L’interrogativo ora è se Trump riuscirà a fare tornare l’America in medio oriente o se potrà trovare un’intesa con Putin. Non è un caso che la prima reazione del governo israeliano alla sua nomina sia stato l’augurio che Stati Uniti e Russia si uniscano contro il terrorismo in Medio Oriente».

Israele su La Stampa: “hasbarà” voluta?
Su questo punto non sono intervenuto in alcun modo: ai miei giornalisti ho semplicemente spiegato che il mio ruolo di direttore è stimolare e dare una direzione alla creatività di ognuno, elemento fondamentale in un lavoro intellettuale come quello del giornalismo. Una sola cosa ho chiesto: le ideologie stanno fuori da qui. Si possono avere opinioni diverse, ma non si deve mai cedere all’ideologia. Il risultato è il giornale che trovate in edicola.