Chi ha la responsabilità più grande quando si verifica un attentato? L’attentatore o i mandanti? E perché l’Occidente è complice?

Opinioni

di Angelo Pezzana

ShahidLa domanda di questo mese è quanto mai retorica, ma è utile per ragionarci sopra. Chi ha la responsabilità più grande quando si verifica un attentato? Il kamikaze/martire che lo mette in atto o chi l’ha spinto a commetterlo, lavandogli il cervello sin da quando era un bambino? In società non condizionate dal terrorismo, la richiesta di andare a farsi ammazzare in nome della grandezza di Allah riceverebbe un sonoro “ma vacci tu!”, ma questo non succede quando in una determinata società si insegna ai futuri attentatori che chi uccide ebrei/israeliani è un eroe, un martire, appunto, e come tale ne verrà onorata la memoria. Strade, scuole, istituzioni varie porteranno il suo nome, la famiglia riceverà una notevole somma di denaro, manifesti con la faccia dell’“eroe” sventoleranno nelle manifestazioni. Senza contare il premio che lo attende nell’aldilà, uno stuolo di vergini in attesa (si dice 72), il che spiega perché prima dell’eroico gesto sia d’obbligo lavarsi il corpo con grande cura. Ma se l’attentato non comporta la morte ma l’arresto, niente paura, ogni detenuto nelle carceri – o la famiglia – riceverà uno stipendio commisurato al gesto compiuto. Quale definizione attribuire a una simile ideologia che è alla radice del crimine?
Non mi sto riferendo a Hamas, un movimento che contiene nel proprio statuto la distruzione di Israele; se non altro l’intenzione è chiara, come lo sono gli strumenti che adopera per realizzarla.
Mi riferisco invece a chi ha la faccia tosta di presentarsi come l’angelo della pace: così il papa ha salutato Abu Mazen, l’inamovibile capo dell’Autorità Palestinese, colui che “non attende altro se non la pace con Israele”. Nel frattempo, con indubbia furbizia, usa tutte le armi possibili, da quelle che lo confermerebbero alfiere dei metodi non violenti – come l’intifada diplomatica – molto efficace come ha dimostrato la recente delibera dell’Unesco, fino a quella dei coltelli, che uccide e terrorizza, da lui invocata e compiuta con ottimi risultati.
Ritornando alla domanda iniziale, se ne aggiunge una strettamente collegata. Se questo è quanto accade, perché l’immagine dell’Anp, e di Abu Mazen in particolare, continuano ad avere una accoglienza positiva pressoché unanime sulla maggior parte dei nostri media? Escludendo antisemiti e odiatori di Israele, il cui giudizio è scontato, ma sono una minoranza esigua, perché la gente comune, quella che viene informata da giornali e tv, continua a comportarsi come se per la pace-che-non-c’è-ancora la colpa sia da attribuirsi a Israele? Basta analizzare con occhio attento la nostra informazione per rendersi conto di un fatto incontrovertibile: tutto quanto può danneggiare l’immagine “moderata” palestinista viene accuratamente omesso. Il risultato è quello che abbiamo sotto gli occhi: l’opinione pubblica ignora – non conosce, è ignorante – tutto quanto avviene nella società palestinese, da Gaza ai Territori dell’Anp. È l’autocensura, spesso cosciente, a dettare le regole, per le quali non è “opportuno” raccontare ciò che avviene, riportare cronache, non opinioni, si badi bene, basterebbero le cronache per informare, come per fare la pace occorre essere in due a volerla. Se uno dei due, anche se con parole e atti differenti – Hamas o Anp – ha lo stesso obiettivo, distruggerti, condizione base per raggiungere la pace è la sua sconfitta. Dopo, la pace arriva. È avvenuto sempre così da che mondo è mondo. L’aggressore capisce di aver perduto soltanto dopo essere stato sconfitto. Mai prima. Chi lo dimentica e continua a farfugliare la parola pace, in realtà diventa un complice.

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