Il deserto della Giudea

Il Regno di Israele è esistito: una risposta a Alessandro Barbero

di Elena Lea Bartolini De Angeli, Marco Cassuto Morselli, Sara Ferrari, Gabriella Maestri

Sta circolando sul web un video dello storico Alessandro Barbero nel quale si afferma che «Il Regno di Israele non è mai esistito», affermazione supportata dall’idea che non ci siano fonti storiche e archeologiche sufficienti per poter affermare il contrario. A tale proposito ci sembra importante precisare alcuni elementi utili a fare chiarezza nella prospettiva di un corretto approccio alla storia antica e alla sua documentabilità, in quanto è oramai assodata fra la maggior parte degli studiosi l’idea che sia sempre più necessario un approccio interdisciplinare per studiare e comprendere il passato, evitando derive che possono essere causate da rigidità e fondamentalismi nell’analisi dei dati.

La documentazione relativa all’esistenza del Regno di Israele esiste: sicuramente c’è ancora molto da poter cercare e studiare, ma ciò che già è in nostro possesso ha un valore documentario importante che va compreso tenendo conto di una serie di fattori validi per lo studio di tutte le civiltà antiche:
1. Gli antichi non avevano la nostra coscienza storiografica sorta solo in epoca moderna, pertanto ci hanno lasciato testi e documenti nei quali la storia raccontata non è la registrazione precisa e cronologica degli avvenimenti ma la modalità con la quale gli stessi sono stati vissuti e interpretati. Per questo molte testimonianze antiche, che potrebbero apparire solo come miti o leggende, possono contenere una importante dimensione storica che va decifrata e analizzata con gli strumenti adatti, fra i quali quelli paleografici e filologici. Riguardo la storia del popolo di Israele è interessante la nuova edizione del saggio di Yosef Hayim Yerushalmi: Zakhor. Storia ebraica e memoria ebraica, edito dalla Giuntina di Firenze nel 2011.

2. Per quanto riguarda la ricerca archeologica in Medio Oriente – e in particolare a Gerusalemme – è importante tener conto del fatto che le costruzioni posteriori hanno quasi sempre distrutto molti dei resti degli strati precedenti: tutti gli archeologi sanno che l’ideale è scavare una città distrutta da un cataclisma e mai più ricostruita, ma nel nostro caso non è così. Per questo la ricostruzione di una storia come quella del Regno di Israele deve necessariamente integrare i reperti archeologici con una critica storica dei documenti antichi che tenga conto della loro età, della lingua nella quale sono stati scritti, del genere letterario utilizzato e delle intenzioni dell’autore. Una ricerca di questo tipo richiede un confronto interdisciplinare e la consapevolezza del fatto che il singolo reperto non può essere mai assolutizzato.

3. Esistono inoltre fra gli studiosi in generale, e fra gli archeologi in particolare, scuole di pensiero molto diverse: da quelle minimaliste a quelle più possibiliste. Non è corretto assolutizzarne solo una, ma è invece opportuno ascoltare e confrontare tutti i punti di vista, lasciando in ogni caso aperte le questioni che richiedono ulteriori accertamenti, evitando conclusioni troppo azzardate, e formulando ipotesi nella prospettiva di una possibile verifica o rettifica che porti eventualmente a formulare la domanda sulla questione o sul reperto in maniera diversa.

In tale orizzonte, e tornando alla questione di partenza, va inoltre sottolineato che quando si parla di «Regno di Israele» è opportuno precisare a quale periodo ci si riferisce: quello dell’unico Regno che va da Davide a Salomone o quello dei due Regni – di Israele (a nord) e di Giuda (a sud) – che va dalla morte di Salomone fino alla guerra siro-eframitica (per il nord) e all’esilio babilonese (per il sud). La discussione infatti verte soprattutto sul periodo da Davide a Salomone: riguardo quest’epoca le testimonianze sono prevalentemente bibliche; tuttavia si stanno trovando importanti riscontri archeologici grazie agli scavi e agli studi di molti ricercatori e ricercatrici che non hanno mai smesso di verificare le loro ipotesi e intuizioni; fra i molti menzionabili non si può non ricordare Eilat Mazar, a cui si devono importanti ritrovamenti presso la Città di David e il monte del Tempio, così come stanno fornendo interessanti reperti anche gli scavi in corso nella zona di Beth Shemesh e Sha‘arajim.

Per quanto riguarda invece il periodo dei due Regni dopo la morte di Salomone le attestazioni sono note e ampiamente condivise: ci sono riscontri nei documenti assiri e nell’iscrizione di Meshah scoperta centocinquant’anni fa. Ciò su cui semmai si discute riguarda la datazione del periodo iniziale che potrebbe variare dal X al IX secolo prima dell’era cristiana.

Elena Lea Bartolini De Angeli, Docente di Giudaismo ed Ermeneutica Ebraica, ISSR Milano
Marco Cassuto Morselli, Vicepresidente dell’Amicizia Ebraico-Cristiana di Roma
Sara Ferrari, Docente di Lingua e Cultura ebraica, Università degli Studi di Milano
Gabriella Maestri, Dottore in Archeologia Cristiana – Roma

Ulteriori approfondimenti (dai quali si evince che la volontà di negare l’esistenza storica del Regno di Israele sia dovuta a condizionamenti ideologici antigiudaici, piuttosto che a rigore storiografico, ndr) 

Oltre la Bibbia – di Marco Cassuto Morselli
In Oltre la Bibbia (Laterza 2012) Mario Liverani intende riportare le vicende della nascita d’Israele alla sua realtà storica, secondo i criteri della moderna metodologia storiografica. Egli distingue la storia d’Israele in due fasi distinte: «La prima fase è la “storia normale” e piuttosto banale di un paio di regni dell’area palestinese, non dissimili da tanti altri regni che seguirono analogo sviluppo e finirono poi tutti annientati dalla conquista imperiale prima assira e poi babilonese con le sue devastazioni, deportazioni, e processi di deculturazione. Questa prima fase non è gravida né di particolare interesse né di conseguenze future – e infatti le parallele storie degli altri regni analoghi (da Karkemish a Damasco, da Tiro a Gaza) non hanno nulla da dire se non allo specialista» (pp. VIII-IX).
La seconda fase ebbe inizio con il ritorno di esuli giudei dall’esilio babilonese, i quali misero in opera «un’enorme e variegata riscrittura della storia precedente»: «Quanto la storia vera ma normale era stata priva di un interesse che non fosse prettamente locale, tanto la storia inventata ed eccezionale divenne la base per la fondazione di una nazione (Israele) e di una religione (il giudaismo) che avrebbero influenzato l’intero corso della storia successiva su scala mondiale» (p. IX).
La storia vera è banale e priva di interesse, ciò cui si fondano Israele e l’ebraismo è invece inventato! Questo il risultato scientifico dell’autorevole studioso.
Le conseguenze di tale impostazione si vedono lungo le 500 pagine del suo libro. Ad esempio di Abramo viene detto: «Anche il viaggio archetipico di Abramo da Ur dei Caldei a Harran e alla Palestina riflette la vicenda del ritorno e il punto di vista dei reduci (o almeno dei loro mandanti): Abramo rappresentava una sorta di messaggio promozionale per coloro che volessero tornare dalla Caldea alla Palestina, per affrontarvi con successo tutti i problemi di convivenza con altre genti, di creazione di un spazio economico e politico proprio» (p. 287).
A p. 360 il titolo del paragrafo è : Il mito del «primo tempio». Un lettore frettoloso ne ricava l’impressione che anche il Primo Tempio sia un mito, e solo all’interno del paragrafo successivo, intitolato La costruzione del «secondo tempio» e l’affermazione della guida sacerdotale si viene informati che «Non c’è ragione di dubitare che Salomone avesse costruito a Gerusalemme un tempio di [viene riportato il Tetragramma vocalizzato]» (p. 364).
Che cosa Liverani pensi della Torah viene rivelato a p. 380: «Si tratta di un complesso vario e disorganico, ricco di contraddizioni, all’interno del quale si individuano raccolte legislative più ridotte (e queste sì organiche), collegate ad episodi diversi nella lunga vicenda dell’Esodo, e certamente da attribuirsi ad epoche di formulazione e di redazione diverse». Anche il fatto, riconosciuto da molti, che vi sia stato uno sviluppo della legislazione d’Israele viene presentato dall’Autore in modo del tutto negativo e banalizzante, utilizzando anche in questo caso la categoria dell’«invenzione», termine che compare nel titolo del cap. 18 L’invenzione della Legge e che viene smentito poche pagine dopo con l’affermazione: «L’introduzione di una Legge non può configurarsi come pura e semplice invenzione».
Cosa poi Liverani pensi del Dio d’Israele lo apprendiamo a p. 395: «Non a caso le norme sulla contaminazione e la sacralità aumentano per mole, per dettaglio, per severità in epoca post-esilica, quando la comunità priva di leadership civile, si regge per la sua compattezza attorno al tempio e al Dio vendicativo e inaccessibile che vi abita».
C’è da chiedersi se anche questi giudizi appartengano al rigoroso metodo storiografico o non siano invece personali valutazioni dipendenti dalla cultura dell’Autore.
Ma, al di là di questo, ciò che rimane inspiegato è proprio perché il regno di Giuda non sia scomparso come gli altri piccoli regni mediorientali e perché la sua storia abbia influenzato «l’intero corso della storia successiva su scala mondiale».

Giudea e Palestina – di Marco Cassuto Morselli e Gabriella Maestri
Giudea
Dopo l’epoca patriarcale (che può essere datata tra il XVIII e il XVII secolo a.e.c) e il periodo egiziano (con l’esodo databile al XIII secolo a.e.c), abbiamo i racconti di Yehoshua e dei Giudici che descrivono l’insediamento delle tribù nella Terra di Kenaan. Le modalità di tale insediamento, descritte in modo cruento nei racconti biblici, sono oggetto di discussione tra gli studiosi. Alcuni ipotizzano che esso sia avvenuto in maniera progressiva e graduale, e che la narrazione successiva abbia voluto creare un’epopea di conquista enfatizzando gli aspetti militari. Per fare un esempio, in Gs 24,1-18 si narra la presa pacifica di Shekhem: si ha l’impressione che i nuovi arrivati si fossero imparentati con le popolazioni preesistenti e avessero lentamente consolidato i rapporti con loro, accogliendo gruppi di Cananei all’interno delle tribù e in molti casi facendo sì che questi assimilassero le loro tradizioni religiose.
Le tribù, pur nella loro indipendenza, erano tuttavia legate da un qualche tipo di federazione, unite dal comune ricordo dell’esperienza del Sinay e dalla memoria di una ancor più lontana discendenza dai patriarchi, di cui si conservavano oralmente svariate tradizioni. Inoltre a scadenze periodiche le shevatim/tribù si incontravano in svariate località intorno al Santuario mobile, contenente l’Arca dell’alleanza. In questo contesto i vari gruppi riunitisi cominciano ad essere chiamati tutti – e non solo i gruppi provenienti dal Nord – con il nome di Israele, in memoria dell’antenato comune Yaaqov-Yisrael.
Nel periodo dei Giudici le tribù, a volte in conflitto anche tra loro, erano esposte ad attacchi provenienti da ogni parte, soprattutto dai Filistei, e questo portò al desiderio di istituir una monarchia, che desse al popolo una maggior protezione e senso di sicurezza. Su tale istituzione troviamo espresse nei testi biblici posizioni diverse: c’erano i favorevoli (cfr. 1Sam 9,1-10,16) ma anche i contrari (cfr. 1Sam 8 e 10,17-27).
Il primo ad essere consacrato re dal profeta e giudice Shemuel è Shaul (intorno al 1020), il quale per tutta la vita lottò soprattutto contro i Filistei, cercando di consolidare il suo regno. Il consolidamento fu attuato da David (1000-962) e da Shelomoh (961-922). Quest’ultimo organizzò il regno in dodici distretti, uno per ogni tribù d’Israele.
L’unità così faticosamente raggiunta si perse alla morte di Shelomoh con la ribellione delle tribù del Nord e ne seguì la divisione del territorio sotto Yarovam e Reḥovam. A partire quindi dal 931 si ebbero due Regni, quello del Nord, con capitale Shomron, chiamato Regno d’Israele, e quello del Sud, con capitale Yerushalayim, chiamato Regno di Giuda, dalla tribù più importante e numerosa.
Il Regno d’Israele cade tra il 722-721 sotto i colpi degli Assiri (con conseguente deportazione), mentre il regno di Giuda, benché costantemente minacciato dalle potenze dell’Egitto e dell’Assiria, sopravvive fino al 586, anno della conquista e della deportazione babilonese. L’esilio in Babilonia per un verso fu un’esperienza traumatica e amarissima, per l’altro segnò uno straordinario salto qualitativo nella riflessione teologica e nella spiritualità d’Israele.
Con il ritorno in patria, permesso da Ciro, tra il 538 e il 444, tra mille difficoltà la vita ebraica riprende il suo corso. Il Tempio viene ricostruito e si attua la riforma di Ezra e Neḥemyah.
In età ellenistica l’influenza della cultura greca si fa sentire anche in Giudea. Nel 167 il tempio viene profanato dai greci e dopo le lotte maccabaiche nel 167 viene purificato e ridedicato (il che viene ricordato ogni anno durante la festa di Ḥanukkah).
Nei difficili anni successivi si assiste ad un prevalere del potere sacerdotale, che assume anche il potere regale. Dopo circa un secolo di tensioni politico-religiose i discendenti dei Maccabei, Aristobulo II e Ircano, in lotta per la successione, si rivolsero a Roma per ottenere un sostegno: fu così che Pompeo entrò a Yerushalayim nel 63 a.e.c. ed ebbe inizio la dominazione romana.
Nei Vangeli quel territorio occupato dai Romani viene chiamato Giudea, Samaria e Galilea, e non compare mai il nome Palestina. Anche sulle monete romane che ricordano la vittoria è scritto “Iudaea capta” e solo dopo la Seconda guerra giudaica l’imperatore Adriano volle cancellare il nome di Yerushalayim e della Giudea con i nomi di Aelia Capitolina e Palestina. Mentre il nome di Aelia Capitolina è caduto, quello di Palestina si è imposto fino al XX secolo.
Anche i cristiani per indicare quei territori hanno preferito usare la denominazione romana di Palestina. In questo modo Palestina, nome che indicava le terre occupate dai Filistei, ha sostituito il regno di Giuda e Ereṣ Israel. Tale tendenza in molti ambienti perdura fino ad oggi, e si preferisce parlare di Terra Santa piuttosto che indicare le denominazioni ebraiche.

Palestina
Alcuni testi egiziani del XII sec. a.e.c. contengono la prima esplicita menzione dei Peleset, ossia i Filistei, un popolo che ha un forte legame con l’Anatolia e utilizza armi di ferro, che assicurano la superiorità nelle battaglie. Essi fanno parte di quei “popoli del mare” contro i quali ha lottato l’Egitto e che hanno creato sovvertimenti in alcuni casi anche notevoli nell’assetto politico-sociale del Medio oriente antico.
I rinvenimenti archeologici fanno ritenere che lo stanziamento dei Filistei nella terra di Canaan sia avvenuto in due o tre fasi successive. Il nome “Filistei” deriva dal verbo ebraico palash, che significa “penetrare”, “invadere”, in quanto erano considerati invasori. Da loro prese il nome la Filistea, ossia in un primo momento la striscia costiera di Gaza e poi i territori più interni da loro conquistati entrando in conflitto con gli Israeliti, stanziati in quei luoghi già dalla fine del XIII sec. a.e.c.
I Filistei quindi si insediarono nel corso del XII secolo a.e.c. nella regione costiera sud-occidentale, dove venne stabilita la loro pentapoli formata dalle città di Gaza, Ashqelon, Ashdod, Gat e Ekron (cfr. 1Sam 6,17). La loro penetrazione nei territori sempre più interni li portò a scontrarsi con gruppi di Israeliti. Tali scontri vengono narrati, talvolta anche con aggiunte romanzesche, nei libri dei Giudici (nei capp. 13-16 sono raccontate le vicende di Sansone) e di 1 e 2Samuele. In 1Sam 31 viene narrata la loro vittoria su Shaul, mentre in 2Sam 5 si ricorda la vittoria definitiva di David.
Con l’occupazione assira (VIII-VII sec. a.e.c.) e babilonese (VI sec. a.e.c.) della regione, i Filistei spariscono dalla storia come entità etnico-politica. Il nome Palestina però rimane e viene utilizzato nel mondo greco-romano – da Erodoto, Tolomeo e Plinio il vecchio, ma anche da Flavio Giuseppe e Filone – e finisce con l’indicare non più solo l’antica Filistea, ma anche tutta la Giudea.
Nella Torah il nome Pelashet compare una sola volta, in Es 15,14; altre occorrenze bibliche sono soltanto nei Salmi (60,10; 83,8; 87,4; 108,10), in Isaia (14,29.31) e nel deuterocanonico Siracide (50,26). Nel Nuovo Testamento, come abbiamo già visto, il nome non compare mai, e quelle terre vengono chiamate Giudea, Samaria e Galilea.
Al termine della Seconda guerra giudaica (132-135) l’imperatore Adriano dopo aver distrutto Gerusalemme decide di cambiare il nome alla città, nella quale era proibito sotto pena di morte l’ingresso ai Giudei. Vi era la volontà di cancellare anche il ricordo di quella che era stata Ereṣ Israel e annientare ogni traccia della presenza ebraica con la sua storia, la sua cultura e la sua religione.
Per diciannove secoli si è dunque sempre impiegato il nome di Palestina, ma solo a partire dalla metà del XX secolo quella che era una designazione puramente geografica ha assunto un significato etnico. Proiettando all’indietro questo nuovo significato su tutta la storia precedente si ha come risultato che le vicende del regno di Giuda e del regno d’Israele, tutta la storia biblica, tutta la storia ebraica, viene cancellata e sostituita da un’altra narrazione, secondo la quale quelle terre sono da sempre Palestina, e da sempre abitate da Arabi Palestinesi. In tale visione anche Gesù era Palestinese, e gli così pure gli Apostoli, e la prima Chiesa.
Coerente con tale visione è l’opinione, diffusa ormai a livello planetario, che lo Stato d’Israele – «l’entità sionista» – non sia il risultato dell’autodeterminazione del popolo ebraico, ma rientri nella storia del colonialismo e del razzismo, dimenticando che la sua nascita nel 1948 è stata frutto di una decisione dell’ONU.

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